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Beckett nel Paese degli ayatollah

Una scena del film del regista iraniano Jafar Panahi, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes 

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Non smetterò mai di ammirare Jafar Panahi, la sua bravura e il suo coraggio, la grazia nella fermezza, il respiro da grande narratore dell’umano. Come Simone Weil ci insegna che ogni atto etico parte dallo sguardo, per curare una sofferenza bisogna essere capaci di guardarla. Un semplice incidente è il miglior film dell’anno e bene ha fatto Cannes ad assegnargli la Palma d’oro.È l’esempio di un cinema vivo e sociale, un’hilarotragoedia dove si soffre ma si può sorridere. L’ennesima conferma che il cinema iraniano è immenso. L’incidente è “semplice” (un uomo in auto con la sua famiglia investe un cane), ma imprevedibile e complessa è la storia che da lì si sviluppa. Un incendio personale e politico, psicologico e morale, che divampa da una scintilla del caso. Eghbal, l’uomo che ha investito il cane, è un bravo padre di famiglia o l’aguzzino di Vahid, l’uomo che lavora nel magazzino dove Eghbal, la macchina in panne, si fa dare una mano? Alla storia si aggiungono man mano nuovi personag…

Non smetterò mai di ammirare Jafar Panahi, la sua bravura e il suo coraggio, la grazia nella fermezza, il respiro da grande narratore dell’umano. Come Simone Weil ci insegna che ogni atto etico parte dallo sguardo, per curare una sofferenza bisogna essere capaci di guardarla. Un semplice incidente è il miglior film dell’anno e bene ha fatto Cannes ad assegnargli la Palma d’oro.È l’esempio di un cinema vivo e sociale, un’hilarotragoedia dove si soffre ma si può sorridere. L’ennesima conferma che il cinema iraniano è immenso. L’incidente è “semplice” (un uomo in auto con la sua famiglia investe un cane), ma imprevedibile e complessa è la storia che da lì si sviluppa. Un incendio personale e politico, psicologico e morale, che divampa da una scintilla del caso. Eghbal, l’uomo che ha investito il cane, è un bravo padre di famiglia o l’aguzzino di Vahid, l’uomo che lavora nel magazzino dove Eghbal, la macchina in panne, si fa dare una mano? Alla storia si aggiungono man mano nuovi personaggi, tutti hanno subito la violenza del regime.

Sono individualità complesse e al contempo caratteri archetipici, come nel teatro antico: Vahid il dubbioso, Shiva la saggia, Hamid il furente. La trama è montante, picaresca e beckettiana, capace di alternare la gamma infinita dei sentimenti umani. Con pochi mezzi e molta intelligenza, una vicenda personale diventa la storia di un Paese e un trattato esemplare sui motivi psicologici della giustizia riparativa. Anche se, dice Panahi, «i temi della vendetta e del perdono servono a far avanzare la storia. Qui la vera domanda è: il circolo vizioso di violenza che genera violenza, in futuro si fermerà?».

Non c’è risposta, ovvio, ma un finale geniale: lo struggente fuori campo di un’allucinazione (?) sonora che forse è l’eco del trauma,forse l’ennesima vendetta,forse l’inizio di una redenzione.

Sul Venerdì del 7 novembre 2025

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