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Come costruire case di bambù: partendo dalla Toscana

Le canne di bambù dell’azienda Bambuseto che ha il suo laboratorio a Stiava, in provincia di Lucca. lorenzo Bifera 

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Stefano Lazzarini è uno dei collaboratori di Bambuseto, azienda artigiana toscana nata con un pensiero ecologista che ha il suo laboratorio a Stiava, nel comune di Massarosa, in Toscana
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MASSAROSA. «Quando i bambini, e anche i più grandi, entrano nel bosco, si emozionano. Ci vedono subito i panda, un mondo di fantasia. Già questo ci ripaga degli sforzi fatti e di quelli che facciamo ogni giorno». Stefano Lazzarini è uno dei collaboratori di Bambuseto, azienda artigiana toscana nata con un pensiero ecologista che ha il suo laboratorio a Stiava, nel comune di Massarosa, in Toscana. Quando parla del bosco di bambù della Selvaiana, a Capezzano Pianore nel limitrofo comune di Camaiore, sia Stefano, sia Sara Violante, titolare della ditta, sia Chiara Dalle Mura, altra collaboratrice, non nascondono la soddisfazione.

La Selvaiana, con le sue canne di bambù che arrivano a 15 metri di altezza e 8 centimetri di diametro, è un po’ il cuore e il motivo per cui è nato Bambuseto. «Tutto inizia nel 2010 da un’idea di Stefano Martinelli e Giacomo Mencarini», spiega Violante, che oltre ad essere la titolare dell’azienda è anche architetta, «poi per varie vicissitudini loro hanno lasci…

MASSAROSA. «Quando i bambini, e anche i più grandi, entrano nel bosco, si emozionano. Ci vedono subito i panda, un mondo di fantasia. Già questo ci ripaga degli sforzi fatti e di quelli che facciamo ogni giorno». Stefano Lazzarini è uno dei collaboratori di Bambuseto, azienda artigiana toscana nata con un pensiero ecologista che ha il suo laboratorio a Stiava, nel comune di Massarosa, in Toscana. Quando parla del bosco di bambù della Selvaiana, a Capezzano Pianore nel limitrofo comune di Camaiore, sia Stefano, sia Sara Violante, titolare della ditta, sia Chiara Dalle Mura, altra collaboratrice, non nascondono la soddisfazione.

La Selvaiana, con le sue canne di bambù che arrivano a 15 metri di altezza e 8 centimetri di diametro, è un po’ il cuore e il motivo per cui è nato Bambuseto. «Tutto inizia nel 2010 da un’idea di Stefano Martinelli e Giacomo Mencarini», spiega Violante, che oltre ad essere la titolare dell’azienda è anche architetta, «poi per varie vicissitudini loro hanno lasciato e io sono subentrata alla guida. Inizialmente a muoverli fu l’idea di recuperare il bosco di bambù abbandonato della Selvaiana, grande circa un ettaro.

Poi pian piano hanno iniziato a fare installazioni, lavori per aziende, collaborazioni di vario tipo, quindi workshop e laboratori. Avevo partecipato a uno di quegli incontri nel 2012 e mi sono subito innamorata di questo materiale». Violante iniziò quindi a collaborare prima sporadicamente e poi sempre più assiduamente con Bambuseto, azienda che insieme a realizzare strutture e oggetti di vario tipo, continuava la sua missione di recuperare boschi di bambù abbandonati nel territorio della provincia di Lucca e non solo. «L’idea era ed è quella di recuperarli, poterli gestire e renderli fruibili a chiunque», puntualizza Lazzarini, che ha iniziato con la sua esperienza da giardiniere come manutentore del bosco ed è poi diventato un collaboratore fisso. «Nonostante questo sia un posto privato non ne siamo gelosi, anzi: vogliamo che sia vissuto. È un bosco aperto di cui noi curiamo la raccolta e la gestione mantenendone l’equilibrio. Perché non sono piante singole ma un organismo vivente, complesso e unico, quindi se andiamo a togliere un’area più grande quando raccogliamo, di conseguenza danneggiamo il bosco facendo filtrare maggiore luce, facendo crescere diverse piante e parassiti. È un bosco con dei percorsi al suo interno dove si può passeggiare».

L’erba gigante

Uno dei motivi dell’abbandono di tanti boschi è dettato spesso dalla non conoscenza che porta poi all’incuria. «Il bambù può essere inteso come un’erba gigante» osserva l’imprenditrice «ed è invasivo, ovvero invade il territorio circostante. Ma conoscendolo si può arginare». Partendo da zero e con l’idea di artigianalità e sostenibilità fissa in testa, Bambuseto è arrivata in poco tempo a superare la soglia dei centomila euro annui di fatturato. «Facendo prevalentemente installazioni e rivestimenti per interni ed esterni» puntualizza Violante «con la maggior parte delle richieste che arrivano dall’Italia, sia da parte di aziende che di privati. Il settore è in crescita, sia in Italia che all’estero».Se da noi il giro economico legato al bambù è stimato in circa 10 milioni di euro l’anno, stando al rapporto degli analisti del Business Research Insights a livello globale dovrebbe salire a 21,53 miliardi di dollari nel 2025. E mentre all’estero – dove sono usati metodi di trasformazione industriale mancanti in Italia - si trovano tante costruzioni, da noi esistono limitazioni anche nell’ambito edile. Una casa in bambù da noi non sarebbe ritenuta omologabile.

«Non è neanche il nostro obiettivo» specifica la titolare della ditta. «Lo è più far sì che il bambù entri nelle case della gente e sia pensato come un’alternativa o un sostituto sostenibile del legno. Anche per questo continuiamo a fare corsi dove insegniamo alla gente sia a gestire un bosco che a lavorare il bambù. Gestire un bosco e lavorarlo, è una cosa bellissima. Per questo ci piace insegnarlo ad altri e ci muoviamo in continuazione per cercare nuovi boschi da recuperare all’incuria e portare a nuova vita. Realizzare dei prodotti nuovi, è un altro aspetto che stiamo iniziando a sviluppare negli ultimi tempi, nonostante la sua complessità. È un mondo già sperimentato e trovare una cosa nuova è difficile ma ci vogliamo provare: abbiamo molte idee».

Un laboratorio perenne

Oggi Bambuseto fa parte di una rete di imprese di settore, ha all’attivo collaborazioni con università come quelle di Firenze, Milano, Bologna e Macerata oltre a lavori per grandi marchi come Gucci o allestimenti per la Biennale di Venezia, dove quest’anno ha fornito materiale e curato la pavimentazione del padiglione del Qatar. Fa parte anche del Wwoof, acronimo di Worldwide Opportunities on Organic Farms, associazione fondata nel 1971 che mette in relazione persone e progetti rurali naturali, promuovendo esperienze educative e culturali per costruire una comunità globale consapevole delle pratiche agricole ecologiche. «Facciamo scambi di lavoro» spiega Violante «con persone provenienti da altri ambiti che vengono per imparare cose nuove». Se il bosco della Selvaiana – che si sta ancora riprendendo dalla tempesta di vento che nel 2015 abbatté centinaia di alberi in tutta la Versilia – oggi è luogo di stoccaggio del materiale e di workshop, “intrecciare” insieme persone era e resta una specificità dell’azienda. «Questo lavoro è una sorta di laboratorio perenne» commenta Dalle Mura, entrata due anni fa nell’azienda «sia per la tipologia di materiale usato, non conosciuto da molti, sia per il mix di conoscenze che ognuno porta con sé. Mi occupo di gestione clienti e comunicazione ma mi sono trovata immersa nei lavori col trapano, nella raccolta e in tutto il resto. Perché nessuno di noi è chiuso in un segmento».

Sul Venerdì del 7 novembre 2025

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