Nino D’Angelo: “Non potevo rimanere prigioniero del mio caschetto biondo. Ma non lo rinnegherò”
di Michele GravinoAntonio D’Angelo detto Toni, di professione regista, conosce Gaetano D’Angelo in arte Nino, cantante, da quando è nato. Anzi, per essere precisi, da quando aveva 18 giorni. In quel dicembre del 1979 Nino, a 22 anni già astro nascente della musica napoletana, era in tournée a Palermo dove interpretava una sceneggiata a teatro. «Dovevamo restare due giorni, facemmo il tutto esaurito per 18», racconta oggi nel suo studio sulla Cassia a Roma, vicino casa. «E il primo attore non può abbandonare la compagnia, sarebbe un tradimento». Così, in un’epoca pre-cellulari e pre-voli low cost, dovette aspettare quasi tre settimane per tornare a Napoli e vedere il volto del suo primo figlio. Questo piccolo ritardo, forse una minuscola ferita primigenia, dà il titolo al documentario che oggi il figlio dedica al padre: Nino, 18 giorni, già presentato alla Mostra di Venezia e nelle sale dal 20 novembre per un evento speciale, dopo due anteprime l’11 al cinema Metropolitan di Napoli e il 17 al Giulio Ces…
Antonio D’Angelo detto Toni, di professione regista, conosce Gaetano D’Angelo in arte Nino, cantante, da quando è nato. Anzi, per essere precisi, da quando aveva 18 giorni. In quel dicembre del 1979 Nino, a 22 anni già astro nascente della musica napoletana, era in tournée a Palermo dove interpretava una sceneggiata a teatro. «Dovevamo restare due giorni, facemmo il tutto esaurito per 18», racconta oggi nel suo studio sulla Cassia a Roma, vicino casa. «E il primo attore non può abbandonare la compagnia, sarebbe un tradimento». Così, in un’epoca pre-cellulari e pre-voli low cost, dovette aspettare quasi tre settimane per tornare a Napoli e vedere il volto del suo primo figlio. Questo piccolo ritardo, forse una minuscola ferita primigenia, dà il titolo al documentario che oggi il figlio dedica al padre: Nino, 18 giorni, già presentato alla Mostra di Venezia e nelle sale dal 20 novembre per un evento speciale, dopo due anteprime l’11 al cinema Metropolitan di Napoli e il 17 al Giulio Cesare di Roma.
«Ci arrivavano diverse richieste per un film sulla sua vita, ma lui non si fidava», racconta Toni, che ha all’attivo già sei lungometraggi tra doc e film di finzione. «E alla fine gli ho detto: lo faccio io». «E ha aggiunto: però non mi devi rompere le scatole, sono io l’autore», precisa il padre. «Dovevo prendermi l’intera responsabilità del racconto», continua Toni, «altrimenti tanto valeva che lo facesse qualcun altro. Mi interessava soprattutto la storia dell’uomo, di Nino, anzi di Gaetano che diventa Nino. Raccontare mio padre significava raccontare anche me, il mio vissuto rispetto alla sua carriera».
«Lèvati questo vizio»
Gaetano diventa Nino in una Napoli periferica, prima nel quartiere di San Pietro a Patierno, dietro l’aeroporto, quasi un paesino separato dal resto della città, poi nell’hinterland, a Casoria. Nel film le immagini di lui che torna per quelle strade, che guarda il gigantesco murale che gli ha dedicato Jorit, che parla con parenti e vecchi conoscenti, si alternano a filmini e foto di famiglia recuperati da Toni, e montati insieme a scene della Napoli d’epoca scovate nell’Archivio audiovisivo del Movimento operaio. Primo di sei figli, Nino lascia la scuola dopo la terza media per lavorare: prima il negozio di scarpe di uno zio, poi alla stazione di Napoli, con un carretto dei gelati o i thermos di caffè da vendere clandestinamente sui treni, «come Nino Manfredi in Café Express».
Ma intanto ha scoperto che gli piace cantare, e che sa farlo benissimo. Partecipa di nascosto a feste di piazza e gare canore, perché se mamma Emilia lo incoraggia papà Antonio, per tutti Baffotto, non ne vuole sapere. «“T’e a leva' stu vizio”, mi diceva. Mio padre non credeva al talento: ma non al mio, non credeva al talento in generale, pensava che da solo non portasse da nessuna parte. Chi, come noi, non poteva contare su una raccomandazione era destinato alla sopravvivenza. Si è convinto solo quando l’ho portato a un matrimonio dove dovevo cantare: davanti al locale c’era una folla enorme. Gli ho messo in mano una busta di plastica piena dei soldi che avevo guadagnato, ma lui me l’ha subito restituita. Non ha voluto mai denaro da me: al massimo faceva qualche copia su cassetta dei miei dischi e se la vendeva. È stato il mio primo falsario».
’Nu jeans e ’na maglietta
Dai matrimoni (compreso il suo, con la giovanissima Annamaria: hanno anche un altro figlio, Vincenzo, giornalista sportivo, e dopo quasi mezzo secolo stanno ancora insieme) agli ultimi fuochi della sceneggiata accanto al mostro sacro Mario Merola; e poi i concerti, i dischi, i film, uno dietro l’altro. ’A discoteca, ’Nu jeans e ’na maglietta, Popcorn e patatine. Sono gli 80, gli anni in cui Nino diventa il re del pop napoletano, gli anni del caschetto biondo. In una delle scene più divertenti del film, Nino è con Enzo, suo parrucchiere oggi come allora: «Non è che il caschetto era di moda, l’abbiamo fatto diventare di moda noi!», precisano. «Un impresario mi disse che non ero proprio un bel ragazzo, che mi serviva qualcosa per diventare un personaggio. Chiedo a Enzo e lui: amma fa' nu bellu caschetto? E io: ma c’aggia fa’, Raffaella Carrà?».
Stacco su Nino col suo caschetto, in tv con Raffaella o Pippo Baudo, sulle copertine dei giornali, accanto a Maradona, sul palco di Sanremo. Il successo non arriva senza costi. Nino riceve minacce, gli sparano contro casa, viene portato al cospetto di un boss che gli chiede il pizzo. È costretto a trasferirsi a Roma. «L’ho fatto per mia moglie, ma è stata una tragedia: per uno come me era impensabile stare lontano da Napoli, dagli affetti, dagli amici. Non sapevo che fare, passavo le giornate a girare come un pazzo sul Raccordo anulare».
Per Toni, invece, è una rinascita: «A Casoria ero solo il figlio di Nino D’Angelo, tante volte avrei voluto essere figlio di nessuno. Qui, finalmente, potevo essere soltanto Toni». Nino: «Non pensavo che avesse tanto sofferto la mia presenza. Lavorare al film è stato bello anche perché abbiamo imparato a conoscerci meglio, ci siamo detti cose che non ci eravamo mai confessati». Resta però un cruccio: Toni, figlio del Ragazzo della Curva B, autore di uno degli inni ufficiosi del Napoli scudettato, a Roma è diventato un inguaribile tifoso della Lazio.
Fino al San Carlo
Negli anni Novanta rinasce anche Nino. La morte della madre, una forte depressione, il boom dei cosiddetti neomelodici («facevano il pop napoletano che avevo inventato io vent’anni prima!»), la scoperta di altri suoni («ascolto Peter Gabriel e capisco che si può fare una canzone con soli quattro accordi, anche senza strofa ritornello e inciso»), l’incontro con un grande intellettuale come Goffredo Fofi («è stato fondamentale per vincere i pregiudizi su di me»). Nino osa di più con testi e musiche, interpreta a teatro i classici di Raffaele Viviani, vince un David di Donatello per la colonna sonora di Tano da morire di Roberta Torre, canta addirittura al San Carlo.
«Ho capito che non potevo restare prigioniero del caschetto: mi frenava, faceva sembrare piccole tutte le cose grandi che facevo. Si cresce, si cambia, si diventa padre poi nonno, si ha altro da dire. Ma non potrei mai rinnegare il caschetto, rinnegherei me stesso. Con lo spettacolo I miei meravigliosi anni 80 riempio lo stadio Maradona, piazza Plebiscito, i palasport (sarà di nuovo in tour da marzo, ndr). Più invecchio e più viene gente: i giovani di allora e quelli di adesso. E capisco che vogliono bene proprio a me, non più soltanto al personaggio».
E ora, questo documentario fuori schema, intimo, più affettuoso che celebrativo. Non avete pensato a una serie tv, di quelle con gli attori, che vanno tanto di moda anche per ricostruire la vita di personaggi viventi? «Come no, ce l’hanno proposta, avevamo anche firmato», risponde Toni. E Nino: «Ma dovevo accettare regista e sceneggiatori imposti dalla produzione. Ho visto prodotti simili dedicati a miei colleghi: troppa fantasia, troppa fiction. E allora mi sono ripreso i diritti. Preferisco un film come il nostro, dove di fiction non c’è nemmeno un fotogramma».
Sul Venerdì del 7 novembre 2025