Perché stiamo diventando un Paese senza giovani
di Stefania ParmeggianiL’Italia sta invecchiando e fatica a guardare avanti. Invece, dovrebbe farlo. Prima tappa, 2050: rapporto tra pensionati e lavoratori uno a uno, oltre tre anziani per ogni under quindici. Anno dopo anno le scuole chiuderanno per mancanza di alunni, intere province si svuoteranno, l’economia rallenterà e le prospettive per i giovani che entrano nel mondo del lavoro saranno scarse, mentre il benessere di chi esce dalla vita attiva sarà sempre più incerto. La fiducia collettiva si indebolirà e, alla prima tempesta, la nostra “nave” si rovescerà, lasciando indietro sia i giovani più fragili sia gli anziani.
Nel 2080, la popolazione sprofonderà sotto i 46 milioni di abitanti. E il quadro potrebbe essere ancora più drammatico: lo scenario peggiore dell’Istat parla di 40 milioni di abitanti con l’aspettativa di arrivare a 30 a fine secolo.
Catastrofismo demografico? Nessuno ha la palla di vetro, ogni previsione ha un margine d’incertezza, anche abbondante, ma i dati di oggi ci dicono che “il…
L’Italia sta invecchiando e fatica a guardare avanti. Invece, dovrebbe farlo. Prima tappa, 2050: rapporto tra pensionati e lavoratori uno a uno, oltre tre anziani per ogni under quindici. Anno dopo anno le scuole chiuderanno per mancanza di alunni, intere province si svuoteranno, l’economia rallenterà e le prospettive per i giovani che entrano nel mondo del lavoro saranno scarse, mentre il benessere di chi esce dalla vita attiva sarà sempre più incerto. La fiducia collettiva si indebolirà e, alla prima tempesta, la nostra “nave” si rovescerà, lasciando indietro sia i giovani più fragili sia gli anziani.
Nel 2080, la popolazione sprofonderà sotto i 46 milioni di abitanti. E il quadro potrebbe essere ancora più drammatico: lo scenario peggiore dell’Istat parla di 40 milioni di abitanti con l’aspettativa di arrivare a 30 a fine secolo.
Catastrofismo demografico? Nessuno ha la palla di vetro, ogni previsione ha un margine d’incertezza, anche abbondante, ma i dati di oggi ci dicono che “il Paese vuoto” non è più solo una distopia: l’anno scorso sono nati diecimila bambini in meno e il tasso di fertilità è sceso ancora, da 1,20 a 1,18 figli per donna. L’ennesimo record negativo. Stiamo affrontando una crisi demografica che rischia di diventare strutturale.
«Siamo in declino. Possiamo subire passivamente l’inerzia demografica negativa oppure possiamo reagire», dice Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale alla Cattolica di Milano. Non si tratta di votare un presidente della fertilità, modello Trump, o di rispolverare il mito fascista dei figli per la Patria, ma di capire che la diminuzione della popolazione e i disequilibri tra generazioni sono un problema serio, che richiede inediti aggiustamenti economici e sociali.
Nel suo saggio La scomparsa dei giovani, Rosina ci guida nel tempo partendo dal periodo in cui siamo stati più effervescenti: gli anni del boom economico e delle culle piene, delle piazze e delle chiese gremite, dei cinema affollati e delle edicole a ogni angolo. L’età d’oro del futuro. E poi, attraverso dieci mappe, ci mostra l’Italia che si svuota: i giovani che espatriano, quelli che non studiano e non lavorano, il Mezzogiorno e le aree interne che soffrono prima e più di tutti. Infine, si chiede, con cosa possiamo riempire quel “vuoto”.
Siamo un Paese con troppi anziani?
«Il problema non sono i troppi anziani, ma i pochi giovani. Il numero medio di figli per donna è cominciato a calare nel 1977. Nei Novanta siamo diventati il primo Paese al mondo con una sovrabbondanza di nonni rispetto ai nipoti. Meno giovani significa meno lavoratori, meno innovazione, meno gettito fiscale, meno scuola, meno cultura. È a rischio il sistema pensionistico, quello sanitario, la qualità della vita degli over sessantacinque ma anche di quei giovani che non vogliono o possono emigrare. La sfida, nell’epoca della longevità, è qualitativa: dobbiamo ripensare i nostri modelli sociali ed economici per frenare la crisi demografica, garantire crescita e welfare sostenibile».
Fare figli non dovrebbe essere una scelta privata?
«Diventare genitori non è più un imperativo biologico o morale, ma una scelta ed è giusto che sia così. Sappiamo però che il numero ideale di figli per gli italiani è ancora due, mentre il tasso medio di fertilità si ferma a 1,18. Non è una rinuncia volontaria, è il risultato di lavoro precario, case care e servizi per l’infanzia insufficienti. L’incertezza spinge molte coppie a rimandare l’arrivo di un figlio e poi a rinunciare. Dove, grazie a solide politiche, il tasso di fecondità è poco sotto due, la popolazione tende, in combinazione con flussi migratori positivi, a mantenere una certa stabilità. Come in Francia o nei Paesi scandinavi».
La stessa incertezza che spinge molti giovani a lasciare l’Italia.
«Negli ultimi dieci anni oltre un milione di under 35 è espatriato, non per pigrizia ma per mancanza di opportunità e riconoscimento. Chi parte è spesso laureato, qualificato, motivato. Perdiamo infermieri, ingegneri, ricercatori... Perdiamo persone nella fascia attiva e perdiamo innovazione».
E non sembrano molti i giovani che si interessano attivamente di politica.
«I giovani italiani non sono apatici, sono disillusi. Partecipano meno ai canali tradizionali, come partiti e sindacati, ma più nel volontariato, nei movimenti ambientali, in rete. Il problema è che non trovano spazi di fiducia e rappresentanza. Il vero atto di responsabilità delle generazioni adulte è restituire ai giovani la possibilità di costruire il futuro, non di subirlo».
L’immigrazione può ristabilire un equilibrio tra generazioni?
«È dal 2014 che i flussi migratori non compensano più il saldo naturale negativo italiano, cioè la differenza tra nascite e decessi. E poi, senza una vera integrazione, rischiamo di importare solo manodopera temporanea. Servono politiche che trasformino chi arriva in cittadini attivi e in famiglie, non in presenze provvisorie».
Quindi, nessuna speranza?
«L’Italia che si svuota è il risultato di decenni di inazione. Ci sono Paesi, come la Germania e la Svezia, che hanno puntato su lavoro giovanile, parità di genere, politiche familiari e integrazione. L’Italia ha preferito osservare e rimandare, ma ogni anno che passa senza agire, la discesa accelera. Fino a oggi siamo riusciti a garantire la tenuta economica e sociale, ma quanta popolazione anziana non autosufficiente possiamo aggiungere e quanti occupati si possono togliere perché il sistema regga? Il punto di non ritorno è il rapporto 1 a 1 tra pensionati e lavoratori. Secondo l’Ocse, se nulla cambia, L’Italia potrebbe arrivarci nel 2050».
Parliamo di giustizia intergenerazionale?
«Parliamo di evitare quelle politiche che, influenzate da un elettorato anziano, si concentrano solo sul mantenimento del benessere presente. Valutiamo l’impatto a lungo termine. Miglioriamo la qualità della formazione, investiamo sulla transizione scuola -lavoro in modo da trattenere i nostri giovani e di attrarne altri. Variamo misure che conciliano lavoro e scelte di vita. Teniamo aperto il futuro delle nuove generazioni».
Sul Venerdì del 7 novembre 2025