Museo del cinema: le star lo celebrano sulla Mole
di Paola JacobbiLo scrittore Giuseppe Culicchia racconta così la prima volta che l’ha vista, in un pomeriggio di quando era ragazzo: “Torino deserta, assolata, vuota, e lei lì, inaspettata, dietro l’angolo con via Po, alta, ma che dico alta, altissima, una festa per gli occhi, una bottiglia di champagne proiettata verso il cielo sopra Torino, la stella lassù al posto del tappo sparata a quell’altezza in un impeto irrefrenabile d’entusiasmo architettonico”.
Ecco, l’entusiasmo di Antonello Antonelli, personaggio di ambizioni massimaliste, è un po’ lo spirito guida di quello che andiamo a raccontare e celebrare: venticinque anni fa la Mole divenne la sede del Museo del Cinema, museo che già esisteva, in forma ridotta e un po’ dimenticata, a Palazzo Chiablese. Oggi è diventato una destinazione turistico-culturale unica nel suo genere in Italia, che accoglie ogni anno più di 800 mila visitatori (820 mila nel 2024 per l’esattezza), che ospita mostre internazionali come quella di Tim Burton due anni fa, ma …
Lo scrittore Giuseppe Culicchia racconta così la prima volta che l’ha vista, in un pomeriggio di quando era ragazzo: “Torino deserta, assolata, vuota, e lei lì, inaspettata, dietro l’angolo con via Po, alta, ma che dico alta, altissima, una festa per gli occhi, una bottiglia di champagne proiettata verso il cielo sopra Torino, la stella lassù al posto del tappo sparata a quell’altezza in un impeto irrefrenabile d’entusiasmo architettonico”.
Ecco, l’entusiasmo di Antonello Antonelli, personaggio di ambizioni massimaliste, è un po’ lo spirito guida di quello che andiamo a raccontare e celebrare: venticinque anni fa la Mole divenne la sede del Museo del Cinema, museo che già esisteva, in forma ridotta e un po’ dimenticata, a Palazzo Chiablese. Oggi è diventato una destinazione turistico-culturale unica nel suo genere in Italia, che accoglie ogni anno più di 800 mila visitatori (820 mila nel 2024 per l’esattezza), che ospita mostre internazionali come quella di Tim Burton due anni fa, ma anche un luogo di conservazione di pezzi di grande valore, roba da emozionare i più illustri cineasti di ogni parte del mondo.
Lo testimonia Riccardo Ghilardi, il fotografo che per cinque anni ha realizzato il progetto di cui vedete alcune immagini in queste pagine e che sarà, al completo, esposto dall’11 novembre a marzo 2026 nella sede di Gallerie d’Italia, sempre a Torino, con la curatela di Domenico De Gaetano. Ghilardi, ex vigile del fuoco, surfista, alpinista, ha un’idea della fotografia come sport estremo. «Inizialmente mi sono ispirato al film Una notte al museo, immaginando che le scene e i personaggi qui esposti prendessero vita». E così è stato: ecco Willem Dafoe che “esce” dalla scenografia di Metropolis ed ecco Isabella Ferrari con i costumi di Cabiria. Poi però sono arrivati altri ospiti a Torino, in gran parte per i festival ed eventi annessi. Ghilardi ha provato a coinvolgerli sempre di più. Malcolm McDowell, protagonista di Arancia Meccanica rivive la scena con i “drughi” e ne approfitta per raccontare come è nato quel costume. «Ero a casa di Stanley (Kubrick, ndr) a parlare del film e a un certo punto lui mi domandò come pensassi di vestirmi. Risposi che non avevo idea, in fondo era una storia ambientata nel futuro! Però avevo in macchina la mia attrezzatura da cricket e gliela mostrai. Lui indicò il sospensorio ed ebbe l’idea di farcelo indossare sopra anziché sotto gli indumenti».
Ghilardi ha visto brillare gli occhi di Martin Scorsese alle prese con i dattiloscritti originali di film come Salvatore Giuliano, per non dire delle lettere autentiche di Georges Méliès, tra i documenti più preziosi del Museo. Nella foto, scattata alla scrivania di Goffredo Lombardo, produttore del Gattopardo, Scorsese ha voluto con sé anche il suo cane, Oscar. Un altro simpatico cane, a nome Mino, appare accanto al suo padrone, l’attore Luca Marinelli, mentre l’attrice Silvia D’Amico indossa la vestaglia di Sophia Loren in Una giornata particolare.
Il Ghilardi fotografo avrebbe potuto già dirsi soddisfatto ma, evidentemente, l’alpinista no. Così un giorno, dopo una chiacchierata con Domenico Procacci, produttore e collega di scalate, ha chiesto alla direzione del Museo di fare alcune foto all’esterno della Mole. Ovvero: di gente appesa per aria. I primi ad accettare sono stati proprio Procacci e la moglie Kasia Smutniak, protagonisti di una delle immagini più poetiche di tutto il progetto: una coppia vestita da sera sospesa in cielo. Molto coraggiosa e bellissima anche Greta Scarano, interprete di una Mary Poppins torinese, con tanto di ombrello che si avvicina alla cupola con un sorriso leggero. Immagini che tengono insieme l’audacia della Mole e il mondo dei sogni che evoca il cinema.
«Non c’è un solo padre all’origine di questo museo» ricorda Enzo Ghigo, che nel 2000 era presidente della regione Piemonte e oggi è presidente del Museo. «Mi sento di dire che quella del trasferimento da Palazzo Chiablese alla Mole è sempre stata un’idea collegiale, un’idea a cui in molti assessori, anno dopo anno, si erano affezionati e che, poi, finalmente, è diventata una realtà. Oggi il Museo non è solo un museo, è un sistema composito di attività culturali, con tre festival, tre sale cinematografiche e il Film Lab che incoraggia nuovi talenti».
«Non vogliamo essere un museo su cui si deposita la polvere, ma un museo che ricostruisce e stimola e che sa guardare in prospettiva passato e futuro» aggiunge il direttore Carlo Chatrian. «Del resto quando Méliès faceva vedere la Luna bucata da un razzo rivoluzionava la realtà, il che non è molto diverso da quello che fa l’Intelligenza artificiale oggi».
Insomma, la storia del cinema (contenuto) non è avulsa dal contenitore (Mole), i due non si possono staccare, un po’ come nelle foto di Ghilardi che, con i divi di oggi, portano nel presente una vicenda che ha quasi due secoli.
Infatti, tutto ebbe inizio nel 1860 quando l’Università Israelitica di Torino acquistò dal Comune un intero isolato per costruirci una nuova sinagoga (ecco perché la grande sala centrale si chiama ancora Aula del Tempio) che avrebbe celebrato l’avvenuta conquista delle libertà civili e di culto concesse agli ebrei torinesi dallo Statuto Albertino.
Antonelli presenta un primo progetto e da lì parte una vicenda epica che si concluderà solo molti anni dopo, tra cambiamenti d’uso, inaugurazioni, ampliamenti successivi, un uragano che abbatte la statua posta in cima alla Mole, una successiva e definitiva ristrutturazione.
Nel frattempo, Antonelli è morto, la direzione lavori è passata al figlio, un nuovo secolo è nato. E con il nuovo secolo è nato anche il cinema e Torino è la sua prima culla italiana. Nei primi dieci anni del Novecento a Torino si producono 1.400 film e nel 1914 qui nasce il primo kolossal: Cabiria, innovativo nelle riprese, faraonico nella produzione con grandi set e centinaia di comparse.
Sapremmo assai poco di quel periodo senza il lavoro certosino di una donna eccezionale: Adriana Prolo, fondatrice del Museo originale, che nelle immagini di Ghilardi è interpretata da Giovanna Mezzogiorno. Nel 1938 Adriana scrisse un primo articolo che ricostruiva una mappa delle case di produzione torinesi e delle riviste di cinema dell’epoca. Qualche anno dopo incontrò Mario Gromo, giornalista della Stampa e lui le presentò il regista Giovanni Pastrone.
In quei giorni Adriana scrisse queste due parole sulla sua agendina: “Pensato Museo”.
Pubblicato sul Venerdì del 7 novembre 2025