La banda di Romanzo criminale in Call my Agent. “Dopo quella serie nessuno ci chiamava più"
di Matteo TonelliLa Banda è tornata. E, non essendo riuscita a prendersi Roma, si è presa una puntata di Call My Agent – la serie in onda dal 14 novembre su Sky e in streaming su Now, giunta alla terza stagione – che racconta le peripezie di un’agenzia che rappresenta gli attori. Solo che, questa volta, il clima è ben diverso da quello di Romanzo criminale. Vent’anni fa il Libanese & company facevano il bello e il cattivo tempo (per poi finire malissimo). Nella puntata a loro dedicata vengono radunati pensando di essere i protagonisti di un nuovo progetto. Ma a quanto pare a guidare le danze adesso al posto loro sono tre giovani attori, parecchio tatuati e parecchio arroganti. La Banda, però, è sempre la Banda. Fine dello spoiler.
Collegati via Zoom, Francesco Montanari, “il Libanese”, e Alessandro Roia, “il Dandi”, quei giorni li ricordano bene: «Prima di essere preso ho fatto sette provini. Fin dall’inizio ero stato scelto per interpretare il Libanese, c’è chi invece è stato provato anche in alt…
La Banda è tornata. E, non essendo riuscita a prendersi Roma, si è presa una puntata di Call My Agent – la serie in onda dal 14 novembre su Sky e in streaming su Now, giunta alla terza stagione – che racconta le peripezie di un’agenzia che rappresenta gli attori. Solo che, questa volta, il clima è ben diverso da quello di Romanzo criminale. Vent’anni fa il Libanese & company facevano il bello e il cattivo tempo (per poi finire malissimo). Nella puntata a loro dedicata vengono radunati pensando di essere i protagonisti di un nuovo progetto. Ma a quanto pare a guidare le danze adesso al posto loro sono tre giovani attori, parecchio tatuati e parecchio arroganti. La Banda, però, è sempre la Banda. Fine dello spoiler.
Collegati via Zoom, Francesco Montanari, “il Libanese”, e Alessandro Roia, “il Dandi”, quei giorni li ricordano bene: «Prima di essere preso ho fatto sette provini. Fin dall’inizio ero stato scelto per interpretare il Libanese, c’è chi invece è stato provato anche in altri ruoli perché la sceneggiatura non era completa. Il successo? Sapevamo di stare realizzando un ottimo prodotto ma non che potesse diventare un fenomeno culturale come poi è diventato. È stata una serie che è arrivata al cuore delle persone e anche se, all’inizio, per strada mi chiamavano Libano e non Francesco non mi dava fastidio. D’altronde venti anni fa eravamo tutti giovani e poco conosciuti, ed è chiaro che uno identifica più facilmente l’attore col personaggio che interpreta. Poi il tempo è stato galantuomo e alla fine è arrivato anche Francesco».
Roia, invece, da cinque anni ha deciso di passare dietro la macchina da presa. Attualmente sta girando Càgnaz, una serie su un poliziotto anticonformista. Mentre parliamo è sul set alle prese con un cane che non vuole proprio saperne di uscire dall’inquadratura: «È tutto il giorno che sta lì….». Ricorda: «All’inizio per tutti ero il Dandi. Penso che sia proprio una cosa abbastanza fisiologica. All’inizio diventi un personaggio ma se continui a fare quel lavoro lì, se non sei una cometa, il pubblico ti riconosce per quello che sei».
E anche per quello che eri. Ecco perché il ritorno della Banda, per Call My Agent, non è passato inosservato. «La cosa che mi ha fatto accettare», dice Roia, «è stata la possibilità di rivedere tutti insieme i miei compagni di viaggio. Non sono un nostalgico ma mi è piaciuto passare del tempo con loro e scoprirli anche lontani da quello che erano, che eravamo. Un po’ un revival emotivo. Però per me è stato strano, anche perché stavo facendo i provini per la serie che sto dirigendo adesso, insomma ho provato una sorta di straniamento». Montanari, invece, la mette così: «Abbiamo fatto il militare artistico».
E poi arrivò il teatro
Solo che spesso i grandi successi possono avere l’effetto del sole sulle ali di Icaro, possono bruciare e bruciarti. «Dopo la fine di Romanzo criminale mi sono sentito un po’ in depressione, perché nessuno nell’ambiente cinematografico mi chiamava», racconta Montanari. «Una sera uno sceneggiatore mi disse “se dopo aver fatto il Libanese vai in giro in moto e in giubbotto di pelle, come faccio a proporti per altri ruoli?”. Una cosa che mi suonava assurda. Ma poi arrivò Massimiliano Farau che mi propose uno spettacolo al teatro Vascello di Roma. Dovevamo stare in scena due settimane, ci siamo stati quattro mesi. Così ho capito che il Libanese richiamava pubblico e ho investito molto sul teatro».
Senza dimenticare però il premio vinto nel 2018 al Cannes International Series Festival per la fiction Il cacciatore.
Come Sinner e Alcaraz
Di aspettative non del tutto realizzate parla Roia, «ma forse la mia ambizione era abbastanza irragiungibile anche rispetto al periodo storico. Oggi con le piattaforme riuscire ad entrare in un circuito internazionale è più facile, anche se, tirando le somme, non mi posso lamentare. Faccio quello per cui mi sveglio la mattina».
Dal passato al presente. A Call My Agent, una serie che mette in scena peripezie e nevrosi di chi è pagato per curare gli interessi degli attori. Molto dipende dalla riuscita dei provini. «C’è stato un periodo all’inizio in cui ne ho fatti tanti, vedevo il traguardo e poi invece niente. Tipo la sconfitta di Sinner contro Alcaraz a Parigi» continua Roia. Sensazioni del genere nel mondo dello spettacolo sono ricorrenti. «Ricordo due provini che non sono andati bene e la qualità dei progetti a cui erano legati ha contribuito all’aumento della mia bile. Sono aspettative deluse difficili da sopportare». Molto di più che non essere riusciti a prendersi Roma.