“Così salviamo i bambini dei mafiosi”. Parla Caramanna, procuratrice dei minori a Palermo
dalla nostra inviata Alessandra ZinitiLa piccola non ha ancora un anno, siede sul divano di casa, la manina che impugna il calcio della pistola dorata, ciondolo della pacchiana collana del padre che lui le ha messo al collo prima di fotografarla e postare l’immagine sui social. Lui si chiama Gaetano Maranzano, ventottenne malavitoso dello Zen di Palermo con aspirazioni da boss, che qualche settimana fa ha sparato un colpo di pistola (vera, purtroppo) alla fronte di Paolo Taormina, 21 anni appena, che stava cercando di sedare una rissa scoppiata davanti al pub di famiglia nella zona della movida, alle spalle del teatro Massimo, nel cuore della città.
Sotto quella foto, centinaia di commenti, da quelli inneggianti a Cosa Nostra alle minacce: «Tua figlia deve fare la stessa fine di quel ragazzo».
Pochi giorni dopo l’arresto del padre per omicidio, la bimba è stata portata via dallo Zen e protetta, al momento insieme alla madre, in una comunità. Ma ancora per poco, perché proprio per salvare la piccola da un destino che sembr…
La piccola non ha ancora un anno, siede sul divano di casa, la manina che impugna il calcio della pistola dorata, ciondolo della pacchiana collana del padre che lui le ha messo al collo prima di fotografarla e postare l’immagine sui social. Lui si chiama Gaetano Maranzano, ventottenne malavitoso dello Zen di Palermo con aspirazioni da boss, che qualche settimana fa ha sparato un colpo di pistola (vera, purtroppo) alla fronte di Paolo Taormina, 21 anni appena, che stava cercando di sedare una rissa scoppiata davanti al pub di famiglia nella zona della movida, alle spalle del teatro Massimo, nel cuore della città.
Sotto quella foto, centinaia di commenti, da quelli inneggianti a Cosa Nostra alle minacce: «Tua figlia deve fare la stessa fine di quel ragazzo».
Pochi giorni dopo l’arresto del padre per omicidio, la bimba è stata portata via dallo Zen e protetta, al momento insieme alla madre, in una comunità. Ma ancora per poco, perché proprio per salvare la piccola da un destino che sembra già segnato, come quello di migliaia di bambini che nascono e crescono in contesti criminali, la procuratrice dei minori di Palermo Claudia Caramanna ha chiesto al tribunale la decadenza della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori, visto che la madre non si è mai dissociata dai comportamenti del marito. Intanto, ha ottenuto il divieto di contatti e videochiamate tra la bimba e il papà.
Un episodio che ripropone un interrogativo – è giusto togliere i figli ai mafiosi? – a cui è assai arduo dare risposta. Ma che Caramanna, sotto scorta da oltre tre anni per le serie minacce subìte proprio per il suo costante tentativo di salvare questi bambini, affronta così: «Quando c’è un condizionamento grave, un concreto e attuale pregiudizio, un pericolo per i minori, il codice civile prevede la possibilità di disporre l’allontanamento d’urgenza dal contesto familiare. Di solito diamo sempre alle madri l’opportunità di andare con i figli. Il nostro obiettivo è fornire un’alternativa, nuove opportunità di vita e di riscatto a chi è disposto al cambiamento».
Quale? Proviamo a spiegarlo?
«Andare via, allontanarsi dal contesto in cui la mafia forma le nuove leve. E questo oggi è possibile. Lo proponiamo alle donne che vedono mariti o compagni finire in carcere. Grazie a un protocollo, il primo in materia nell’ambito del distretto della Corte d’appello di Palermo, firmato due anni e mezzo fa con il Procuratore della Repubblica Maurizio de Lucia e con la procuratrice generale Lia Sava: tutte le volte che si procede a un arresto per mafia o per altri gravi reati come l’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, gli atti vengono trasmessi anche alla Procura per i minorenni, che avvia un procedimento civile. Vengono svolti approfonditi accertamenti socio-familiari, si acquisiscono informazioni sulla frequenza e sui comportamenti a scuola, sullo stile di vita, verificando anche, ad esempio, se siano già stati segnalati per atti di bullismo o di violenza. Convochiamo e parliamo con le mamme e altri familiari, offriamo opportunità nuove e diverse, di legalità e libertà, rispetto alla prospettiva di vite vissute all’interno delle mura carcerarie. A chi ci ascolta proponiamo di aderire al protocollo “Liberi di scegliere” dell’associazione Libera che, concretamente, si attiva poi per consentire a madri e figli di ricominciare una vita diversa, anche altrove, lontani dal contesto di appartenenza».
E che quadro emerge da questo vostro lavoro?
«Purtroppo ancora assai drammatico. Ci sono bambini che non hanno mai vissuto con i loro padri perché sono nati quando quelli già erano in carcere. Ci sono donne che restano sole giovanissime, magari con tre, quattro figli a carico, e fanno avanti indietro tra casa e istituti di pena. La maggior parte di questi bambini cresce con modelli educativi che si fondano su sopraffazione, violenza, illegalità, prevaricazione, mancato rispetto verso l’altro. Ecco perché è necessario e urgente anticipare il nostro intervento e provare a sganciare i bambini da questi contesti».
Cosa le rispondono le donne che convoca? Quante accettano la sua proposta?
«Ancora troppo poche, diciamo due su dieci. Purtroppo ci sono ancora quelle che, quando il marito viene arrestato, persino per reati gravissimi, dicono ai figli in modo sprezzante: “Vi hanno scippato vostro padre”. Altre dicono: “Per me resta un buon padre e un buon marito. Questa vita mi va bene”. Ma che vite sono?».
A giudicare dalle minacce che le sono state rivolte, è facile immaginare che questa sua azione non sia ben vista nei contesti criminali. La mafia accetta che le si portino via i figli?
«La risposta è scontata, ma noi stiamo dall’altra parte, e allora vediamola così: il diritto educativo dei genitori non è in sé un valore assoluto che può essere brandito indiscriminatamente contro ogni ipotesi di intervento pubblico. Il diritto educativo dei genitori, infatti, deve essere sempre bilanciato, nell’ottica del superiore interesse del minore, con quello altrettanto fondamentale del minore di ricevere una educazione responsabile. Purtroppo l’appartenenza a Cosa Nostra o la partecipazione a un’organizzazione di trafficanti di droga inevitabilmente si riflette sui figli e sulla loro educazione. Detto questo, però, poi ci sono anche donne che hanno accettato di andare via con i loro figli e che, alla fine, mi hanno ringraziato».
E questo è già un grande successo.
«È un piccolo grande segnale. Stiamo parlando di un percorso di cambiamento e di evoluzione sociale e delle coscienze che qui non era mai stato avviato. Potrebbe rappresentare una svolta davvero epocale, per fare finalmente terra bruciata attorno alle mafie».
Sul Venerdì del 14 novembre 2025