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Giannini: ricchi per modo di dire

Con 1.440 euro al mese sei “quasi” povero. Perché ormai il ceto medio si è proletarizzato
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Caro Giannini, leggo sulla prima pagina di Repubblica questo titolo: La manovra premia solo i ricchi. L’aliquota che si prevede di abbassare dal 35 per cento al 33 per cento riguarda chi ha un reddito annuale lordo che va da 28 mila a 50 mila euro l’anno. Ora, da insegnante di scuola secondaria, mi trovo evidentemente in una “categoria” cui non sapevo di appartenere. È vero che ci si riferisce a considerazioni di Istat e Bankitalia, ma com’è possibile che il vostro giornale si conceda queste strizzate d’occhio al lettore desideroso solo di veder criticato il governo in carica? Si etichetta come “ricca” proprio quella parte di popolazione che contribuisce maggiormente alle entrate di questo povero Paese, invece di mettere in evidenza che, ancora una volta, non si fa nulla per chiedere un contributo a chi evade regolarmente le tasse. L’Italia sta perdendo tutti i suoi giovani qualificati senza fare nulla e questo il vostro giornale lo sa e lo dice, ma in prima pagina sceglie il titolo p…

Caro Giannini, leggo sulla prima pagina di Repubblica questo titolo: La manovra premia solo i ricchi. L’aliquota che si prevede di abbassare dal 35 per cento al 33 per cento riguarda chi ha un reddito annuale lordo che va da 28 mila a 50 mila euro l’anno. Ora, da insegnante di scuola secondaria, mi trovo evidentemente in una “categoria” cui non sapevo di appartenere. È vero che ci si riferisce a considerazioni di Istat e Bankitalia, ma com’è possibile che il vostro giornale si conceda queste strizzate d’occhio al lettore desideroso solo di veder criticato il governo in carica? Si etichetta come “ricca” proprio quella parte di popolazione che contribuisce maggiormente alle entrate di questo povero Paese, invece di mettere in evidenza che, ancora una volta, non si fa nulla per chiedere un contributo a chi evade regolarmente le tasse. L’Italia sta perdendo tutti i suoi giovani qualificati senza fare nulla e questo il vostro giornale lo sa e lo dice, ma in prima pagina sceglie il titolo più becero, degno delle pubblicazioni filogovernative che ci tocca vedere quotidianamente. La prego, mi dica qualcosa che mi convinca a continuare a leggere Repubblica.
Daniela Baldan

Cara Daniela, il suo stupore è legittimo: scoprirsi “ricchi”, senza esserlo, fa rabbia. Meno legittima è la sua critica a Repubblica: come gli altri giornali seri (non le veline di Palazzo), anche il nostro ha riportato nei titoli il giudizio di istituzioni neutrali sulla manovra. Meloni e Giorgetti hanno assicurato che avvantaggia il “ceto medio”. È stato l’Istat a obiettare che dell’85 per cento degli interventi ne beneficeranno i 2/5 più abbienti delle famiglie, e l’Upb aggiunge che la metà degli sgravi andrà ai redditi da 48 mila euro in su. In astratto, anch’io non considererei “ricchi” gli italiani con redditi tra i 28 e i 50 mila euro. In concreto, l’esplosione delle disuguaglianze e la perdita di potere d’acquisto dei salari hanno drasticamente “proletarizzato” il ceto medio. Oggi, con uno stipendio di 1.400 euro al mese, sei quasi povero. Per questo, se ne guadagni il doppio, diventi quasi “ricco”. La manovra non cambia le cose, anzi premia gli evasori con l’ennesimo condono. E questa colpa non è di Repubblica, cui lei farebbe bene a restare fedele.

Sono molto pessimista sul nostro futuro

Caro Giannini, nell’Italia insanguinata dagli omicidi, dalle stragi e dagli attentati di mafia, l’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, dopo avere scontato anni di carcere per avere favorito Cosa Nostra, è tornato a fare politica come se niente fosse. È vero che ha trovato interlocutori in diversi esponenti politici che ricoprono ruoli apicali nelle istituzioni. Eppure, se un avvenire ha da esserci per il Paese e per l’umiliata Sicilia, questo va cercato nella politica. In una politica che riesca a mettere fuori gioco quel miscuglio informe di destrezza, furbizia, arroganza e cinismo che oggi è contrabbandato per politica ed è invece affarismo… Io sono pessimista sul futuro dell’Italia, governata da troppi decenni da una democrazia eticamente e umanamente assai mediocre. E lei?

Lorenzo Catania

Caro Lorenzo, come si fa a essere ottimisti, in una Sicilia che ha lasciato che tornassero in auge i “Totò vasa vasa”, i Romano e gli Schifani? O in un’Italia che lascia dire a Vannacci che la marcia su Roma fu un convegno di studi e le leggi razziali le varò il Parlamento? Ma poi, al fondo, la vera domanda che resta è un’altra: chi e perché li ha votati e li vota, questi eterni impresentabili?

Il Leoncavallo è sgomberato ma CasaPound resta aperta

Caro Massimo, bello avere un governo che ci tiene a far rispettare le leggi. Infatti, con questo principio, hanno sgomberato il Leoncavallo. Attendiamo però con ansia la liberazione del palazzo occupato da CasaPound. Chissà perché temo che non avverrà, almeno non in tempi rapidi. Sono maliziosa?
Sabrina Comastri – Bologna

Cara Sabrina, aspetta e spera. Ché già l’ora s’avvicina…

Treni e bus in sciopero sono solo un disagio

Caro Giannini, non sono d’accordo con lei sugli scioperi dei treni e dei mezzi di trasporto. Un treno fermo per sciopero, soprattutto senza preavviso, non ha il solo effetto di impedire a qualche centinaio di persone di andare da A a B (che pure è un loro diritto). Vieta a ciascuno di fare ciò che voleva/doveva fare una volta arrivato a B, e che poteva fare solo andando lì. Di qualsiasi cosa si trattasse: andare ad assistere un parente ammalato, a un colloquio di lavoro, a una visita medica, a casa dopo un turno di notte. In genere si parla solo dei lavoratori che dovrebbero andare a lavorare e si crede - sbagliando - che sia un danno di poco conto. Ma se la persona che doveva andare al lavoro e non ci può andare è un medico o un infermiere addetto al pronto soccorso, il danno non è solo suo, ricade su un numero indeterminato di altre persone. Idem se è un insegnante che lascia una classe scoperta. E così via. Conclusione: lo sciopero dei mezzi pubblici di trasporto non dovrebbe essere MAI consentito. O almeno non senza un preavviso di diversi giorni.

Pier Giorgio Lignani – Perugia

Caro Lignani, dissento fermamente. E mi permetto di dirle: urge un ripasso della Costituzione, che il diritto di sciopero lo sancisce e lo protegge. È chiaro che lo sciopero “costa”: a chi lo fa e a chi lo subisce, ai lavoratori che si decurtano lo stipendio, alle aziende che non producono, agli utenti che non beneficiano dei servizi. Ma è esattamente questo l’obiettivo di chi si astiene dal lavoro: se non generasse un disagio, nessuno ascolterebbe e si farebbe carico delle sue ragioni. Poi, c’è una legge che disciplina gli scioperi nei settori essenziali e un’Autorità che la fa rispettare. Nei trasporti funziona esattamente così: ci sono obblighi di preavviso e di copertura del servizio. Se ci sono abusi, che siano sanzionati. Ma un divieto assoluto di sciopero dei mezzi pubblici sarebbe un palese strappo al dettato costituzionale. Non ceda al livore meloniano, contro la Cgil e gli scioperi proclamati di venerdì per fare il “weekend lungo”: si può essere in disaccordo con i motivi della protesta, ma quella è solo becera propaganda. Una forma di peronismo al contrario.

Sul Venerdì del 21 novembre 2025

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