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Yungblud: ora mi odiate, poi mi capirete

Steven Tyler, Yungblud 

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È giovane, arrabbiato, determinato. E se per i fan dei Sex Pistols è solo «un impostore», dopo Ozzy Osbourne ora lo benedicono anche gli Aerosmith
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MILANO. I puristi del punk probabilmente storcono il naso a sentirlo nominare. Ma Yungblud è l’eroe pop-punk della generazione TikTok, dei ventenni nati come lui a ridosso del nuovo millennio. Dominic Harrison in arte Yungblud è nato nel 1997 a Doncaster, piccola città bastardo posto dell’Inghilterra del Nord dove «alla gente non piaceva come mi vestivo e come mi esprimevo». Carismatico, teatrale, in bilico tra il successo di massa e il piacere di andare controcorrente («per i fan dei Sex Pistols sono un impostore, ai fan di Ariana Grande metto paura» ha detto una volta) ha quattro milioni di follower su Instagram e tra i suoi ammiratori si sono aggiunti ora cinque vecchi leoni dell’hard rock che potrebbero essere suoi padri, anzi nonni: gli Aerosmith. Oggi esce One More Time, ep di cinque pezzi, incisi con Harrison. Lo incontriamo alle prove dello show di Milano, previsto a giugno per il lancio dell’album Idols, e rinviato proprio per finire questo mini album. Qualche fan della band …

MILANO. I puristi del punk probabilmente storcono il naso a sentirlo nominare. Ma Yungblud è l’eroe pop-punk della generazione TikTok, dei ventenni nati come lui a ridosso del nuovo millennio. Dominic Harrison in arte Yungblud è nato nel 1997 a Doncaster, piccola città bastardo posto dell’Inghilterra del Nord dove «alla gente non piaceva come mi vestivo e come mi esprimevo». Carismatico, teatrale, in bilico tra il successo di massa e il piacere di andare controcorrente («per i fan dei Sex Pistols sono un impostore, ai fan di Ariana Grande metto paura» ha detto una volta) ha quattro milioni di follower su Instagram e tra i suoi ammiratori si sono aggiunti ora cinque vecchi leoni dell’hard rock che potrebbero essere suoi padri, anzi nonni: gli Aerosmith. Oggi esce One More Time, ep di cinque pezzi, incisi con Harrison. Lo incontriamo alle prove dello show di Milano, previsto a giugno per il lancio dell’album Idols, e rinviato proprio per finire questo mini album. Qualche fan della band di Steven Tyler non ha gradito e bollato l’operazione come costruita a tavolino per lanciare il giovane; Tyler ha tagliato corto dichiarando che lavorare con Yungblud è stato come «beccarsi una scarica di elettricità pura».

Non mente. Harrison è un fiume in piena. Smalto nero, torso nudo, ha gli addominali scolpiti da tutta la boxe fatta per entrare nella taglia 38 dei pantaloni di pelle di Iggy Pop, sfoggiati a Milano come agli Mtv Vma 2025. «Me li ha regalati Richard Stark della Chrome Hearts, a patto che riuscissi ad entrarci. Ho dovuto rinunciare anche a qualche birra. Puzzavano fottutamente, ma li ho lavati con l’aceto e ora sono a posto».

Iggy Pop è un suo idolo, come Bowie, i Sex Pistols, Eminem, il brit pop, Lady Gaga. Forse anche i Cure, considerata la forte vena emo e dark nei suoi quattro album, i testi intrisi di inquietudine adolescenziale, depressione, disagio, perdita. Nel video di The Funeral, pezzo del 2022 che pare clonato da Dancing with Myself di Billy Idol, compaiono in un cameo Ozzy Osbourne e sua moglie Sharon. Il leader dei Black Sabbath scomparso la scorsa estate lo aveva preso sotto l’ala, lo considerava un delfino.

Ha cantato al concerto d’addio dei Black Sabbath a Birmingham.

«È stato un modo di dire grazie al mio eroe. Nel corso degli anni ho incontrato tanti dei miei idoli, Rammstein, Metallica, Aerosmith, fa uno strano effetto essere in mezzo a loro. Con Ozzy ci siamo conosciuti nel 2022 e abbiamo legato subito. È stato pazzesco ritrovarmi sul palco con tutte le rockstar che avevo sui poster in camera da bambino: Anthrax, James Hetfield dei Metallica, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, Billy Corgan degli Smashing Pumpkins... Non si vedono spesso sei generazioni di musicisti rock che suonano insieme, nel rock non c’è molto cameratismo. Quello è stato il primo momento in cui tutti, giovani e vecchi, abbiamo capito che stiamo meglio insieme».

E lì sul palco ha deciso di sfidarli tutti con una ballata, Changes?

«Avrei potuto fare un classico dei Sabbath come N.I.B. o Paranoid, e li avrei avuti tutti dalla mia parte. Sapevo di avere davanti un pubblico difficile. Tutti metalheads: metà di loro non sapeva chi fossi, l’altra metà pensava non avessi il diritto di essere lì. Così ho deciso di scendere nella tana del leone e dargli la ballata. Changes. Niente trucchi. 50.000 persone, il pianoforte e la mia voce. È stato il rischio più grande che abbia mai corso in vita mia. Ma in certe situazioni devi osare, morire o sopravvivere».

Qual è stata la lezione più grande imparata da Ozzy?

«Mi ha insegnato a non scendere a compromessi.“Anche se inizialmente ti odieranno”, mi diceva, “dopo capiranno”. E aveva ragione. Se guardi David Bowie, se guardi Iggy Pop, Lou Reed, qualsiasi forma di rock originale, coraggiosa, più rumorosa della vita, all’inizio è stata detestata».

C’è un disco che non si stanca mai di riascoltare?

«Ne ho tre: Heroes di David Bowie. Rumors dei Fleetwood Mac, Paranoid dei Black Sabbath. Hanno l’essenza del rock and roll: la libertà. Rumors ti fa sentire come se potessi volare, la versione live di The Chain dura dieci minuti ed è pazzesca».

Ha scelto di aprire Idols con Hello Heaven Hello, un brano di 9 minuti. Stiamo tornando ai pezzi lunghi che il punk aveva cercato di spazzare via?

«Io credo che il rock sia la musica classica dei nostri tempi, è bello che un brano si prenda il lusso di avere profondità. Siamo persone complesse, per raccontarci ci vogliono canzoni lunghe. Non mi accontento di un bacio veloce, voglio fare l’amore tutta la notte in questo album. Ho lavorato guardandomi dentro, mettendomi in discussione, non volevo fare jingle da 15 secondi solo perché la nostra attenzione ora è ridotta. Ma sai che c’è? Che quando la capacità di attenzione si riduce molto, si allunga anche molto. A volte vuoi il McDonald’s, a volte vuoi un pranzo di nove portate».

È vero che suo nonno Rick suonava con i T-Rex di Marc Bolan?

«Aveva fatto un provino come bassista, ma non l’avevano preso perché aveva i capelli troppo simili a quelli di Bolan. Però ha suonato le tastiere e il basso in molte band, poi ha aperto un negozio di chitarre, che ha avuto anche gli Smiths e gli Oasis tra i clienti».

È così che si è innamorato del rock?

«Non avevo scelta. Quando avevo quattro anni i miei eroi erano mio papà, mio nonno e tutti quelli che lavoravano nel negozio. Avevo 5 anni quando mi hanno insegnato a suonare The Trooper degli Iron Maiden con la chitarra elettrica».

Ha paragonato Idols a uno specchio; come definirebbe il disco con gli Aerosmith, One More Time?

«Un giro in moto. Per scappare via, correre. Verso dove non lo so. Ma mi sto godendo il viaggio».

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