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Marco Balich: vorrei solo emozionarvi

Marco Balich, 63 anni 

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L’uomo che crea le cerimonie olimpiche (compresa Milano-Cortina 2026) è in mostra a Treviso con le sue meraviglie. Prossimo show?«Riunire il Papa, il Rabbino Capo di Israele e l’Imam della Mecca»
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Ma chi è davvero Marco Balich? «Quando me lo chiedono alle feste, rispondo: sono capace di emozionare centinaia di milioni di persone. Funziona sempre, anche se ci mettono un po’ a capire che lavoro faccio. “Mi occupo di grandi show”. “Come Sanremo?”. “Molto di più”. “Il Cirque du Soleil?”. “Di più, di più”».

Ovvero i mega eventi internazionali: Mondiali di calcio, Europei, Champions League, l’Albero della Vita di Expo... Ma soprattutto le cerimonie olimpiche: come direttore creativo – tra aperture, chiusure, passaggi di bandiera – ne ha firmate 16.

Prossimo appuntamento: il 6 febbraio, quando allo stadio di San Siro si alzerà il sipario su Milano-Cortina 2026. E proprio i suoi Giochi della neve e del ghiaccio saranno la parte pirotecnica di Un magico inverno, la mostra allestita ora a Treviso nella doppia sede del Museo nazionale Collezione Salce che, fino al 29 marzo, racconterà i cinque cerchi sotto zero: dai manifesti storici alla torcia di Cortina 1956 fino agli scarponi di Alber…

Ma chi è davvero Marco Balich? «Quando me lo chiedono alle feste, rispondo: sono capace di emozionare centinaia di milioni di persone. Funziona sempre, anche se ci mettono un po’ a capire che lavoro faccio. “Mi occupo di grandi show”. “Come Sanremo?”. “Molto di più”. “Il Cirque du Soleil?”. “Di più, di più”».

Ovvero i mega eventi internazionali: Mondiali di calcio, Europei, Champions League, l’Albero della Vita di Expo... Ma soprattutto le cerimonie olimpiche: come direttore creativo – tra aperture, chiusure, passaggi di bandiera – ne ha firmate 16.

Prossimo appuntamento: il 6 febbraio, quando allo stadio di San Siro si alzerà il sipario su Milano-Cortina 2026. E proprio i suoi Giochi della neve e del ghiaccio saranno la parte pirotecnica di Un magico inverno, la mostra allestita ora a Treviso nella doppia sede del Museo nazionale Collezione Salce che, fino al 29 marzo, racconterà i cinque cerchi sotto zero: dai manifesti storici alla torcia di Cortina 1956 fino agli scarponi di Alberto Tomba. Emozioni bianche, appunto. Ne abbiamo riviste un po’ con lui, nella sua fabbrica della meraviglia affacciata sulle antiche chiuse milanesi progettate da Leonardo da Vinci. Tra le fiaccole che ti osservano dalla libreria e i “certificati” dell’Emmy (per Torino 2006) e del Compasso d’Oro (Rio 2016) appesi alle pareti.

Che cos’è, per lei, una cerimonia olimpica?

«Lo spettacolo più grande e complicato del mondo: pensate al cerimoniale del funerale del Papa unito a una parata degna del Carnevale di Rio, con l’intrattenimento di un Super Bowl. Tutto davanti a un’audience globale che supera i 2 miliardi di persone».

Qual è il suo ingrediente segreto?

«Bisogna ricordarsi sempre che stai parlando al mondo. Non vuol dire abbassare la qualità, anzi: i nostri spettacoli hanno tecnologia futuristica, costumi straordinari, composizioni musicali e coreografie impareggiabili, il massimo della cura. Ma devi farti capire da tutti, anche dal 14enne che in Cile o in Kazakistan sogna davanti a un televisore. Serve vita, umanità. Quello che non mi smuove dentro, non mi interessa. Ecco perché dico che l’emozione è la chiave».

E lei, per che cosa si emoziona?

«Per l’altruismo, la generosità, lo sforzo, l’adrenalina. La bellezza».

Ripartiamo dall’inizio: febbraio 2002, passaggio della bandiera tra Salt Lake e Torino.

«C’era stato da poco l’11 Settembre, saremmo dovuti partire da lì a due settimane. Si blocca tutto. A quel punto, a ranghi ridottissimi e con poco tempo per le prove, ci inventiamo delle diapositive giganti con i simboli dell’Italia proiettati sul ghiaccio: è stata la prima volta in una cerimonia olimpica. Le faccio vedere: questa è la piccola delegazione di sbandieratori che era riuscita a imbarcarsi. E poi la sfilata di moda che avevamo organizzato: Dolce&Gabbana, Versace, Valentino. Le modelle le avevamo ingaggiate sul posto, c’erano meno 12 gradi, le aspettavamo nel backstage con le coperte».

Ma come ci era arrivato? Fino ad allora, aveva lavorato principalmente con la musica: da ventenne come band assistant e tour manager di Simple Minds, U2, Peter Gabriel; poi come organizzatore del famoso concerto dei Pink Floyd in piazza San Marco a Venezia.

«E dopo ancora mi ero messo a fare video per Celentano, Jovanotti, Pausini, Vasco… In quel momento, ero passato ai programmi tv, organizzavo eventi come l’Heineken Jammin’ Festival. Ma le Olimpiadi le avevo sempre sognate. Forse perché, a 17 anni, sfiorai la possibilità di partecipare per la scherma a quelle di Mosca dell’80. Quando l’Italia si aggiudicò i Giochi invernali, puntai tutto: investimmo 300mila euro, una fortuna per l’epoca. Se non avessimo vinto la gara saremmo finiti sotto un treno».

Invece, firma l’apertura di Torino 2006.

«Le cerimonie invernali erano sempre state delle poesie: magnifiche, certo, ma quasi naïf. Noi sfidammo la grandiosità di quelle estive. Solitamente, tutto finisce sempre con l’accensione del braciere. Guardi il filmato: qui, il pubblico inizia ad andarsene. Poi, compare questo enorme sipario rosso, si apre ed… eccolo. Luciano Pavarotti, che canta Nessun dorma. Ci volle un anno di corteggiamento. Era già malato, gli costruimmo un ascensore per farlo salire dal basso, aveva una struttura che lo sorreggeva. Quella è stata la sua ultima esibizione. Ancora oggi, se lo rivedo, mi si rompe la voce».

È stato il momento più commovente di un suo show?

«Insieme a un altro. Siamo a Sochi, nel 2014. Per la chiusura delle Paralimpiadi, con Doug Jack e Lida Castelli, facemmo letteralmente scalare a un atleta russo che aveva perduto le gambe in guerra un mastodontico Tetris: arrivato in cima con la sola forza delle braccia, trasformò la scritta Impossible in I’mPossible, diventato un premio incorporato nel protocollo paralimpico».

La più grande follia artistica che ha fatto?

«Avere unito, sempre a Torino, la danza di Roberto Bolle alla Ferrari che disegna i cinque cerchi con le gomme».

E l’operazione più complessa?

«Forse a Rio, quando decidemmo di coinvolgere dei ragazzi dell’Amazzonia in un omaggio alla foresta. Non avevano documenti, per farli accreditare dal Cio ci inventammo un finto censimento».

Incidenti diplomatici?

«Siamo sempre attentissimi al protocollo. Con noi, i capi di Stato e di governo non si sarebbero mai ritrovati con gli impermeabilini sotto la pioggia come a Parigi. Però, le racconto questa: a Rio, come portacartelli delle nazioni chiamai ragazze, ragazzi e transgender, che abbinai a Paesi come l’Iran. Volevo creare un po’ di discussione. Risultato: con la squadra di Teheran nacque una grande amicizia».

Adesso sta lavorando all’inaugurazione di Milano-Cortina.

«Sarà una celebrazione diffusa e originale della bellezza dell’Italia e dell’importanza dell’incontro. Il titolo, Armonia, significa anche questo. La vera difficoltà è fondere quattro luoghi – San Siro, Cortina, Livigno e Predazzo – in un’unica emozione. E poi sono orgogliosissimo che il braciere di Milano (un secondo braciere sarà a Cortina, ndr) sarà all’Arco della Pace, un concetto centrale in tutto il racconto».

C’è ancora qualcosa che le manca di fare?

«Vorrei trasformare il 2 giugno in una vera, e sì, anche spettacolare, celebrazione dei valori della Repubblica e dei suoi campioni: il Poeta, lo Scienziato, l’Atleta, il Pompiere che ha salvato vite… Una volta ne parlai con il presidente Napolitano. E poi mi piacerebbe avere uno show con il mio nome sulla Strip a Las Vegas».

Continuando a sognare: un grande con cui le piacerebbe lavorare?

«Lo dico da laico e agnostico, ma non sarebbe meraviglioso vedere insieme il Papa, il Rabbino capo di Israele e l’Imam della moschea della Mecca? Le tre religioni monoteiste unite per dimostrare che si può convivere nella diversità».

Arrigo Cipriani, il patron dell’Harry’s Bar, l’avrebbe voluta candidato sindaco di Venezia, dove è nato: ci ha mai pensato davvero?

«Me l’hanno chiesto più volte, da destra e da sinistra. Venezia ha bisogno di un sindaco che capisca i problemi locali, ma con la testa nel mondo. Tra un po’, chissà, potrei essere felice di provare a mettere a disposizione della città qualche idea. L’overtourism, ad esempio, si combatte limitando gli Airbnb, e poi bisognerebbe rendere tutto elettrico. Adesso, comunque, no, non mi candido: devo ancora fare Milano-Cortina».

Sul Venerdì del 28 novembre 2025

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