Che meraviglia essere al verde al Caffè Pedrocchi
di Fabio BozzatoLa Sala Verde è l’unica ad avere un caminetto. Lo si vede ancora, anche se è occupato da un televisore, proprio sotto la specchiera in stile Impero. Fin da quando il Caffè Pedrocchi è stato aperto, nel lontano 1831, questa sala ha sempre accolto chiunque, poveri e studenti che qui potevano sostare anche senza ordinare nulla. La tradizione è rimasta intatta. In testa a una infilata di stanze, la Sala Verde è la prima a sinistra quando si entra. Ha anche un suo terrazzo (custodito da una coppia di leoni in pietra, su cui qualcuno sale sempre a cavalcioni) che dà su Piazza Cavour e a destra sul Bo, il palazzo storico dell’università. Seduto a uno dei sei tavoli posso vedere le altre sale, separate da porte di vetro: la Sala Rossa, con un pianoforte al centro; e, in fondo, la Sala Bianca, dalle tonalità di avorio e oro. Da qui si osserva l’andirivieni incessante di turisti, ammirati dallo splendore di questo Caffè storico, coi fiori freschi ai tavoli, gli stucchi, il luccichìo degli specc…
La Sala Verde è l’unica ad avere un caminetto. Lo si vede ancora, anche se è occupato da un televisore, proprio sotto la specchiera in stile Impero. Fin da quando il Caffè Pedrocchi è stato aperto, nel lontano 1831, questa sala ha sempre accolto chiunque, poveri e studenti che qui potevano sostare anche senza ordinare nulla. La tradizione è rimasta intatta. In testa a una infilata di stanze, la Sala Verde è la prima a sinistra quando si entra. Ha anche un suo terrazzo (custodito da una coppia di leoni in pietra, su cui qualcuno sale sempre a cavalcioni) che dà su Piazza Cavour e a destra sul Bo, il palazzo storico dell’università. Seduto a uno dei sei tavoli posso vedere le altre sale, separate da porte di vetro: la Sala Rossa, con un pianoforte al centro; e, in fondo, la Sala Bianca, dalle tonalità di avorio e oro. Da qui si osserva l’andirivieni incessante di turisti, ammirati dallo splendore di questo Caffè storico, coi fiori freschi ai tavoli, gli stucchi, il luccichìo degli specchi, i simboli massonici disseminati ovunque e i banconi sontuosi e i lampadari d’epoca e il fruscio dei camerieri. Nella Sala Verde, i miei vicini sono quasi tutti anziani, intenti a leggere i giornali che trovano sui tavoli. Uno trascina una grande borsa di stoffa da cui estrae taccuini e fogli di carta. Una coppia arriva col vassoio con la colazione. Il signor Luciano mi racconta di quanto sia fiero di questo posto: «Vengo qui ogni mattina. Nessuno si aspetta che consumi, la Sala Verde appartiene a tutta la città, ricco o povero che sia». Arrivano alcuni studenti. Al bancone mostrano il tesserino dell’università che dà loro diritto a un caffè americano, prendono le tazze e si siedono. «Per un periodo abbiamo offerto agli studenti anche lo spritz» racconta Vera Scarin, che lavora qui da otto anni. «Ma poi ci siamo fermati». Ride e allarga le braccia – siamo pur sempre in Veneto e uno spritz non basta mai. Sulle pareti una serie di fotografie: «Ospitiamo sempre qualche evento d’arte o la presentazione di un libro, soprattutto per chi non può noleggiare una sala». Come la signora accanto al mio tavolo che deve presentare una raccolta fondi di beneficenza. Chi è al verde sa che c’è la Sala Verde del Pedrocchi.
Chiedi alla Crusca
Ecco. In verità nessuno sa spiegare con esattezza perché ancora oggi si dica essere al verde. Verde è sempre stata la stoffa sui tavoli dei giochi d’azzardo che prosciugavano le tasche. Verde era la lanterna all’ingresso degli enti di carità, ultima spiaggia per chi precipitava nella miseria. E “Quando mia speme già condotta al verde”, cantava Petrarca nel suo Canzoniere – ce lo ricorda la Crusca. Lucilla Pizzoli, per Treccani, cita invece Puccio Lamoni, «Esser’ al verde. Esser’ alla fine»: nella Firenze del ‘600 le aste pubbliche si chiudevano quando la fiamma della candela raggiungeva la base color verde. Tutto può essere, ma a Padova chiunque giurerebbe che l’espressione – “essere al verde” – risalga proprio al colore di questa stanza. È strano il Pedrocchi. Se per i turisti è un’abbagliante attrazione, per molti padovani assomiglia a un parente che sta in casa da sempre. Chiedo lumi ad almeno una decina di persone. La signora Barbara, di ritorno dal mercato nelle vicine Piazze delle Erbe e della Frutta, è illuminante: «Il Pedrocchi non è un bar, è un monumento». Vuol dire forse, per i locali, che non è usuale darsi appuntamento qui, ma che tutti avvertono una sorta di riverenza affettuosa di fronte alla Storia.
Allora bisogna tornare indietro. E ricominciare da dove tutto è partito. Da Antonio Pedrocchi. È lui che eredita la bottega di caffè dal padre, ma sogna in grande. Nel 1826 presenta il progetto, mentre acquisisce via via gli immobili vicini, fino a ipotecare tutto pur di far partire il cantiere. Quando comincia a prendere forma lo stabile, sotto la guida di tale Giuseppe Bisacco, Pedrocchi ne è così insoddisfatto da chiedere aiuto a un grande architetto, Giuseppe Jappelli. L’inaugurazione avviene il 9 giugno 1831, quando solo il pianterreno è finito. Ed è subito un successo. Nel 1842, con il IV Congresso degli Scienziati, si aprono anche i piani superiori. L’edificio a forma di clavicembalo è una sbalorditiva architettura, così eclettica da contenere l’impensabile, dai decori finti-egizi, romani ed etruschi fino a splendori stile Impero, sale ottagonali e una torretta gotica. Uno dei luoghi più ammirati dell’epoca, salotto di dispute politiche e intellettuali, club per massoni, aristocratici e uomini d’affari, centro di rivolte studentesche come i celebri moti del 1848. Il “Caffè senza porte”, come viene chiamato, è aperto giorno e notte, almeno fino al 1916, quando la paura dei bombardamenti gli fa spegnere le luci.
Ma se la Storia lo ha attraversato come una tormenta, la Sala Verde ha mantenuto la regola di dar rifugio e una bevanda calda a tutti, come ha sempre voluto Antonio Pedrocchi. «C’è sempre qualcosa di “scorretto qui”», dice il maître, Roberto Maltinti, e racconta la storia del fondatore che regalava gli stuzzicadenti agli avventori della Sala, prima che lasciassero il locale, perché fingessero di fronte a tutti d’aver pranzato.
Solo marmi pregiati
“Scorretto” a suo modo è anche il caffè che viene servito, con crema fredda aromatizzata alla menta (e tanto di foglia immersa dentro), polvere di cacao e una miscela di arabica messa a punto dalla Torrefazione Moreno di Napoli: «L’abbiamo testata con decine di persone prima di trovare la giusta combinazione: l’arabica cento per cento per noi ha un gusto troppo forte».Sarà per questa difficoltà nel trovare la miscela giusta che molti padovani guardano il Pedrocchi di sottecchi – «È un po’ come il Camparino in Galleria a Milano». Mi spiega Roberto Nardi, scrittore. «Effettivamente è difficile dire come il Pedrocchi sia percepito dai padovani». Tutti lo conoscono, ma non è detto che lo frequentino. Ritrova se stesso quando c’è la percezione che per il suo valore storico è anche luogo del quotidiano».Prima di morire Antonio Pedrocchi adotta Domenico, figlio del suo garzone più fidato. E gli lascia tutto. Lui cede in eredità alla città nel 1891 l’intero “Stabilimento”, come veniva chiamato. Da allora il Comune si è affidato a tanti gestori. Negli ultimi dieci anni è la milanese FedeGroup, ora di proprietà del Fondo di investimento Quadrivio. Dice il direttore, Manolo Arrigoni: «Più di 5 milioni di fatturato l’anno, che valgono al Comune almeno 600 mila euro, un centinaio di dipendenti, più di 300 eventi ospitati». E quanti caffè? Sorride: «Tra i 150 e i 220 chili a settimana». Ritorno in Sala Verde. Una ragazza francese è impegnata al suo portatile. C’è il vecchio signore con la borsa di tela piena di fogli. Osservo i pavimenti e ripenso alle parole del maître: «È qui che Antonio Pedrocchi ha voluto i suoi marmi più pregiati».
Sul Venerdì del 28 novembre 2025