Annalisa Cuzzocrea: di chi sono i figli? Né dello Stato, né dei genitori
di Annalisa CuzzocreaQuando chiesi di andare a fare l’università a Roma, i miei genitori non erano convinti. La facoltà di Lingue e Letterature straniere esisteva anche a Messina, ben più vicina a Reggio Calabria della Sapienza. L’idea che una diciottenne poco concreta come me andasse a vivere da sola, non li lasciava tranquilli. Ricordo che ricopiai a mano su un foglio i versi di Kahlil Gibran, che cominciano così: “I vostri figli non sono figli vostri/Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa/Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi/ E sebbene stiano con voi, non vi appartengono/Potete dar loro tutto il vostro amore, ma noni vostri pensieri/Perché essi hanno i propri pensieri”.
Misi la poesia sotto il cuscino di mio padre. Il giorno do…
Quando chiesi di andare a fare l’università a Roma, i miei genitori non erano convinti. La facoltà di Lingue e Letterature straniere esisteva anche a Messina, ben più vicina a Reggio Calabria della Sapienza. L’idea che una diciottenne poco concreta come me andasse a vivere da sola, non li lasciava tranquilli. Ricordo che ricopiai a mano su un foglio i versi di Kahlil Gibran, che cominciano così: “I vostri figli non sono figli vostri/Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa/Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi/ E sebbene stiano con voi, non vi appartengono/Potete dar loro tutto il vostro amore, ma noni vostri pensieri/Perché essi hanno i propri pensieri”.
Misi la poesia sotto il cuscino di mio padre. Il giorno dopo, lui decise che sarei partita e da allora mi aiutò in ogni modo. Non era niente di simile alla vita che aveva conosciuto, quella che io volevo. Ma questo non lo spaventava più dell’idea di sapermi infelice.
Ho ripensato a quei versi nei giorni in cui il Paese è impazzito per la storia dei bambini nel bosco di Chieti. Perché come diceva Gibran, i figli non sono dei genitori e nemmeno dello Stato. Sono portatori di diritti: alla salute, alla socialità, all’educazione scolastica. Non si tratta di sottrarli alla famiglia, si tratta di convincere quella famiglia a tutelarli. Un’opera di persuasione che neanche il tribunale armato delle migliori intenzioni sarà in grado di portare avanti se la politica e l’opinione pubblica cercheranno – come hanno fatto – di fare di quei genitori e di quei tre bambini di otto e sei anni dei simboli. Dell’eroismo rurale e antimoderno, per alcuni, che romanticizzano la vita di una famiglia in una stamberga senza bagno, acqua corrente, elettricità, ma con un blog aperto su YouTube. Dell’idea che i genitori possono disporre dell’educazione dei loro figli come vogliono, purché siano bianchi e caucasici, ovviamente (questo ha detto in coro la destra di governo). Oppure simboli della pericolosa deriva antiscientifica, per una terza fazione che tifa contro quel padre e quella madre, come se avessimo il diritto di decidere noi a cosa devono credere le persone. Non abbiamo quel diritto, ma abbiamo un dovere: salvaguardare la vita di tutti i bambini. Quelli nei campi rom, nelle roulotte alla periferia delle nostre città, per strada in braccio a madri o padri che chiedono l’elemosina. La soluzione non è strapparli via, è aiutare quel nucleo a vivere meglio. E non è vero che non ci sono le risorse, perché ci sono. E non è vero che non è possibile convincerli, perché bisogna imparare a farlo. A mettere al primo posto chi non ha il potere di decidere e di difendersi, a tutelarlo quando chi ne ha la responsabilità non sa o non vuole. Bisognerebbe che tutte le fazioni in campo remassero nella stessa direzione: una famiglia unita, dove i bambini siano al sicuro.
Sul Venerdì del 5 dicembre 2025