Luigi Dossena, l’ex “creativo” della Lega di Bossi: «Con Salvini è finito tutto»
dal nostro inviato Matteo PucciarelliCrema (Cremona). Lo chiamano tutti Gigi el later: per trenta anni, infatti, Luigi Dossena ha fatto il lattaio nella sua città, Crema. Ma lo conoscono anche per altro: militante leghista della primissima ora, cinque volte consigliere comunale, poi “creativo” del partito, quando le agenzie di comunicazione erano ancora un’americanata, una passione che era diventata un lavoro. Tanto che dal 1999 al 2004 Umberto Bossi l’aveva anche assunto come funzionario di partito e lui faceva su e giù con via Bellerio. Dossena, personaggio estroso, s’era inventato di tutto: monete, banconote, spillette, braccialetti e altri immancabili gadget come il Viagra padano, la vaselina padana, il profumo “Dür”, cioè dal famoso motto bossiano della Lega che “ce l’ha (aveva…) duro”. «Ma soprattutto, vado fiero di questa cosa: ho inventato i gazebo in politica», assicura lui.
40 anni Lega, videoracconto: i militanti da Bossi a Gemonio. Castel…
Crema (Cremona). Lo chiamano tutti Gigi el later: per trenta anni, infatti, Luigi Dossena ha fatto il lattaio nella sua città, Crema. Ma lo conoscono anche per altro: militante leghista della primissima ora, cinque volte consigliere comunale, poi “creativo” del partito, quando le agenzie di comunicazione erano ancora un’americanata, una passione che era diventata un lavoro. Tanto che dal 1999 al 2004 Umberto Bossi l’aveva anche assunto come funzionario di partito e lui faceva su e giù con via Bellerio. Dossena, personaggio estroso, s’era inventato di tutto: monete, banconote, spillette, braccialetti e altri immancabili gadget come il Viagra padano, la vaselina padana, il profumo “Dür”, cioè dal famoso motto bossiano della Lega che “ce l’ha (aveva…) duro”. «Ma soprattutto, vado fiero di questa cosa: ho inventato i gazebo in politica», assicura lui.
40 anni Lega, videoracconto: i militanti da Bossi a Gemonio. Castelli: "Salvini non è il benvenuto"
Oggi ha 74 anni, parla a raffica inanellando date ed eventi storici – manco a dirlo è un patito delle vicende che portarono al giuramento di Pontida del Barbarossa – e ha ricevuto in usufrutto dal conte Gian Gaddo Vimercati Sanseverino una chiesa sconsacrata nel centro cremasco, dove ospita incontri e mostre. Ma tornando alla storia del gazebo: «Nel 1997 facciamo questa manifestazione della Lega Nord davanti al Duomo (mostra una prima pagina del manifesto, lo si riconosce sotto la tenda, ndr) e Bossi mi chiede: «Ma dove l’hai preso questo coso?». Sa, prima si facevano solo banchetti e bancarelle, se pioveva era finita. Invece mi resi conto che il gazebo faceva casa, compagnia, creava un punto visibile. Quindi gli do l’indirizzo per comprarne qualcuno. Alla fine, Bossi ne acquista 10 mila per le elezioni padane. Ma non li compra qui in Padania: in Cina!». Per i più giovani e chi tende a rimuovere: proprio nel ’97 il fondatore del Carroccio, in piena trance secessionista, aveva organizzato delle elezioni per il cosiddetto Parlamento padano, dove parteciparono partiti per l’appunto padani ma ideologicamente contrapposti: le destre, i cattolici, i liberaldemocratici, i socialdemocratici (li guidava Bobo Maroni), i comunisti (li guidava Matteo Salvini), i radicali di Pannella.
Partigiani lombardi
Dossena ha collezionato montagne di materiale. In parte semplice archivio, in parte ritagli e fotografie diventate dei libri decorati, dei patchwork poi scritti in stile amanuense, e con ironia. “La Lega ora ce l’ha Durigon”, recita uno degli ultimi suoi lavori. Quest’anno a settembre ha portato tutto al raduno di Pontida, dove mancava da tanti anni. Ha chiesto il permesso al responsabile dell’organizzazione, s’è messo lì col banchetto – niente gazebo… – e chi voleva ha potuto farsi un tuffo nel passato. «Oggi non voto più e li guardo con distacco. Ero un idealista, non ho mai fatto carriera. Poi con Salvini è finito tutto, altro che federalismo».Tra volantini, manifesti, giornali, di perle se ne trovano diverse. Come ad esempio le pagine della Padania, il quotidiano del partito chiuso dall’attuale segretario federale, con il “meteo padano” (“fenomeni intensi tra l’alto Torinese e il Bresciano”), le fotografie dei padani in vacanza, gli appuntamenti di partito e della giovanile, a cura di un giornalista già molto conosciuto nel mondo lombard dell’epoca: proprio Matteo Salvini. Era il 2002. Ci sono le pagine della rivista Lombardia autonomista (“la vos del popol lombard”, recitava lo slogan sotto la testata) per il tesseramento del 1988: “Partecipa! Siamo ragazzi come te! Telefonaci”, era l’invito. Sempre quell’anno, i manifesti contro Jean-Marie Le Pen, “È fascista come i partiti di Roma. Lega Lombarda: coscienza partigiana!”. Ma anche retoriche rimaste attuali, come da manifesto del maggio 1990: scritto in grande, “Portare i neri qui da noi è schiavismo”, e con annessa spiegazione in piccolo, “molti sono gli interessi che spingono ad una società multirazziale. Chiesa Cattolica con i seminari vuoti, Pci con le sezioni chiuse, sindacati con più iscritti tra i pensionati che tra i lavoratori”.
Gigi il lattaio, nel suo piccolo, s’è beccato quindici avvisi di garanzia. La Lega Nord secessionista era tecnicamente eversiva. «Il primo firmato da Guido Papalia nel 1995, per attentato all’unità d’Italia: stavo vendendo delle monete di Mantova capitale a una iniziativa di partito», dice Dossena. Nella sua collezione ha una multa presa a Pontida, al primissimo raduno di sempre del 1988, dove aveva portato da mangiare ma parcheggiato male; e pure una foto di un Bossi pre Lega giovanissimo col pugno chiuso, a una manifestazione contro la dittatura di Pinochet in Cile. «Io invece ero sempre stato apolitico. Non votavo, poi nell’86 entrai in Lega dopo aver incontrato quello che ancora non era diventato il senatur a Cremona. Per me quel movimento era una forma d’arte territoriale, ne sentivo un lontano richiamo della mia terra, delle origini, ho sempre avuto passione per la storia».
Vino e salame (buonissimo)
A un certo punto il partito si dota di un camper, se lo intestano Bossi, Maroni, Roberto Calderoli e Roberto Castelli, lo guida proprio Dossena, in giro per le campagne elettorali. Qualcuno gli dà fuoco – secondo lui furono gli antagonisti – e a Dossena sale lo scoramento, non sente abbastanza sostegno dal partito e molla quello che era diventato per l’appunto un lavoro. «Tiravo la carretta per tutti, poi mandavano gli zombie a Roma. Giancarlo Paglierini (ex ministro leghista) un paio di volte mi disse che sarei stato un ottimo ministro della Cultura. Sì, ma in Padania, non d’Italia», sorride.Quindi oggi cosa resta? Carta ingiallita con roboanti proclami rivoluzionari e assieme reazionari, un localismo escludente e geloso per chi veniva da fuori ma includente per chi condivideva l’origine e il dialetto, di certo molta nostalgia e vecchi amici che non ci sono più, come Guido Passalacqua, firma di Repubblica che descrisse il fenomeno leghista degli esordi sul quotidiano, un inviato di razza che anni prima era stato gambizzato dalle Brigate Rosse ed era riuscito a instaurare un rapporto di fiducia con quelli che allora, a molti, parevano solo dei barbari. «I guerrieri non ci sono più, le ideologie sono sepolte. Ma ora» chiosa Dossena, munito di un bottiglione di vino, «vi faccio assaggiare un salame come non l’avete mai mangiato nella vita…». Nota finale del cronista: sul salame aveva ragione.
Sul Venerdì del 5 dicembre 2025