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George Clooney è Jay Kelly, star in crisi, su Netflix: “Ma giuro, non sono come lui”

George Clooney, 64 anni, in una scena del film Jay Kelly (Peter Mountain/Netflix) 

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Il personaggio del film di Noah Baumbach è stato scritto proprio pensando all’attore. Che però precisa: «Io non ho rimpianti. E i miei figli mi vogliono ancora bene». Intervista
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«Tutti noi, chiunque siamo, qualunque cosa facciamo, da giovani sentiamo di avere tutto il tempo del mondo. E le scelte che facciamo sono spesso dettate dall’idea che ci sarà sempre tempo per fare altre cose. Ma Jay non ha più tempo, questa è diventata la sua vita. Più che una star del cinema, mi interessava esplorare i suoi aspetti emotivi e psicologici, e come tornare a innamorarsi di ciò che si fa e di se stessi».

La star di cui parla il regista Noah Baumbach è Jay Kelly, il personaggio che dà il titolo al suo nuovo film disponibile da oggi, 5 dicembre, su Netflix: un divo del cinema che si ritrova a fare i conti con il proprio passato, a riflettere sul futuro, sui successi professionali e i difetti personali. Sul grande schermo Jay Kelly ha il volto di George Clooney. 64 anni, attore, produttore, regista, attivista, due Oscar, cinque Golden Globe. «È una storia che tratta di scelte, del prezzo dei sogni, in qualsiasi campo, non solo nel mondo dello spettacolo», spiega Clooney. «No…

«Tutti noi, chiunque siamo, qualunque cosa facciamo, da giovani sentiamo di avere tutto il tempo del mondo. E le scelte che facciamo sono spesso dettate dall’idea che ci sarà sempre tempo per fare altre cose. Ma Jay non ha più tempo, questa è diventata la sua vita. Più che una star del cinema, mi interessava esplorare i suoi aspetti emotivi e psicologici, e come tornare a innamorarsi di ciò che si fa e di se stessi».

La star di cui parla il regista Noah Baumbach è Jay Kelly, il personaggio che dà il titolo al suo nuovo film disponibile da oggi, 5 dicembre, su Netflix: un divo del cinema che si ritrova a fare i conti con il proprio passato, a riflettere sul futuro, sui successi professionali e i difetti personali. Sul grande schermo Jay Kelly ha il volto di George Clooney. 64 anni, attore, produttore, regista, attivista, due Oscar, cinque Golden Globe. «È una storia che tratta di scelte, del prezzo dei sogni, in qualsiasi campo, non solo nel mondo dello spettacolo», spiega Clooney. «Non potevo che interpretarlo io, prototipo di quel tipo di animale da palcoscenico». Nel cast Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Greta Gerwig, Alba Rohrwacher ed Emily Mortimer, anche co-sceneggiatrice.

Clooney, perché ha voluto interpretare Jay Kelly?

«Noah mi ha dato il copione e poiché volevo lavorare con lui sin dai tempi de Il calamaro e la balena ho accettato ancora prima di leggere la sceneggiatura. Ammiro molto il suo lavoro e lo rispetto come persona. E poi c’è Adam, non ci ho pensato due volte. È un ruolo bellissimo».

Crede di assomigliare a Jay?

«Molti hanno detto che in questo ruolo interpreto me stesso. Ma io non ho i rimpianti che ha lui, i miei figli mi vogliono ancora bene, forse perché hanno solo otto anni! (ride) Ho una vita molto diversa dalla sua. Non mi sono identificato molto con lui. Tutte le persone con cui ho girato vogliono ancora lavorare con me. La mia fama è arrivata abbastanza tardi, avevo 33 anni, e prima di allora avevo fallito molte, molte volte. Ho commesso tutti gli errori di quando si diventa famosi. Ho fatto e detto cose stupide a iosa. Il successo è una cosa complicata soprattutto se sei giovane: inizi a pensare che tutto quello che dici sia geniale, che hai sempre ragione, e tutti quelli che ti circondano ti dicono che sei fantastico. E poi, quando le cose iniziano ad andare male, e accade sempre, e la tua carriera declina, se credi alla prima parte, cioè che sei davvero geniale, allora crederai anche alla seconda parte, cioè che non vali più nulla».

Di quali errori sta parlando?

«Non li rivelerò mai, anche se non hanno nulla di speciale, sono quelli normali che le persone commettono con gli amici o nelle relazioni, o quando ferisci i sentimenti di qualcuno senza volerlo. Il fallimento è facile da accettare, ma non potrei mai vivere con il rimpianto. La vita di Jay Kelly è piena di rimpianti. Io non ne ho. Gli errori che ho commesso ho imparato ad accettarli, non vivo nel passato».

Ma non ha trovato elementi autobiografici?

«Beh, il montaggio alla fine è piuttosto autobiografico, visto che sono tutti film che ho interpretato. Per il resto siamo agli antipodi. Io parlo tutti i giorni con i miei vecchi amici di sempre. Scherziamo e mi ricordano che anche se sono famoso mi hanno prestato dei soldi e ho dormito sul loro divano! Sono il mio contatto con la realtà».

Quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi della fama?

«Quando ero giovane e tagliavo tabacco per tre dollari l’ora mi capitava di sentire attori famosi lamentarsi della loro vita nello show televisivo Lifestyles of the Rich and Famous e mi dicevo: “Ma vaffanculo, non hai idea di cosa voglia dire fare un lavoro duro!”. Uno dei miei primi lavori fu portare in giro mia zia, la cantante Rosemary Clooney. Mi assunse per farsi scarrozzare per Hollywood con le sue amiche. È stata lei a insegnarmi che per gestire il successo non esiste nessuna scuola: s’impara solo facendo stronzate. Ho anche venduto assicurazioni porta a porta, scarpe da donna, mini-frigoriferi nei campus universitari, ho fatto il cameriere, il barista... Non ho nessun motivo per lamentarmi. Diventare famoso non è mai stato il mio obiettivo, volevo solo poter lavorare su un set e scegliere i miei ruoli. La fama è una conseguenza di tutto questo».

Rifarebbe tutto?

«Certo, il successo è una cosa strana perché ti offre l’opportunità di realizzare i progetti che desideri. Ma se ti lanci come una falena verso la luce, finisci per bruciarti. La verità è che la fama mi permette di lavorare a film come questo. Ho 64 anni, ruoli così non capitano molto spesso. Mi sento molto fortunato per aver avuto questa opportunità».

Emily Mortimer e Noah Baumbach hanno detto di aver scritto questa parte proprio pensando a lei.

«Sì, hanno reso alcuni dettagli molto realistici. Jay è originario del Kentucky, come me, anche se al contrario di questo personaggio, come dicevo ho un ottimo rapporto con mio padre e con i miei figli. Cerco sempre di ricordare alla gente che, in tutta onestà, questo è un lavoro e che sono una persona abbastanza normale».

Perché la normalità è così importante?

«Perché sono stato educato a trattare tutti nello stesso modo, e voglio che mi trattino alla pari. Prima di incontrare mia moglie, dicevo che non mi sarei mai sposato e non avrei avuto figli, quindi mi sono creato una famiglia con i miei amici, un sostegno fondamentale, sia a livello professionale che personale. E poi ho incontrato la donna più meravigliosa del mondo».

I ricordi di Jay Kelly sono legati ai suoi film. Vale anche per lei?

«Faccio questo lavoro da 40 anni. Se vedo un film in cui ho recitato non lo ricordo come un film, ma come un’esperienza sul set. Penso agli attori, alla troupe, alle amicizie. Ho fatto anche film che non mi piacciono più, ma magari sono stati girati con grandi amici. Ci sono solo pochi registi con cui lavorerei sempre e in qualsiasi situazione: Alexander Payne, i fratelli Coen, Soderbergh e adesso Baumbach. Veri artisti».

Difende con convinzione la sua privacy, eppure non ha paura di esprimere opinioni, soprattutto politiche.

«Sì, sono per il cinema come attivismo. Ho iniziato con il progetto sul Darfur agli inizi del 2000, poi ho girato Syriana e Good Night, and Good Luck, film che rispecchiavano la situazione economica-politica-sociale americana del periodo. Magari non hanno avuto un grande successo al botteghino, ma hanno raggiunto una massa di persone affamate di verità: siamo noi che dobbiamo istruire il pubblico, i mass media non lo fanno più da tempo».

Perché proprio il Darfur?

«Perché nessuno poteva entrarci. Avevo appena finito la campagna per gli Oscar per Good Night, and Good Luck. Ero dappertutto, sugli schermi di milioni di americani, come un candidato alle elezioni. Telecamere sempre addosso, non riuscivo a liberarmene. E intanto leggevo gli articoli sul Darfur di Nicholas Kristof del New York Times, sulle centinaia di migliaia di persone uccise e sul fatto che loro non riuscivano a portare le telecamere lì dentro. Ho stupidamente pensato che farmi sentire avrebbe fatto la differenza».

È difficile mantenere questo equilibrio?

«Molto, ma sento la responsabilità di farlo. Mio padre mi ha sempre detto che dovevo imparare a sfidare le persone che hanno più potere di me e proteggere quelle indifese. Questo è sempre stato il mio compito, ed è la cosa più importante che posso fare. Ci credo fermamente e lo insegno tutti i giorni ai nostri figli. Non si possono vincere tutte le battaglie, ma non possiamo più permetterci di tenere la testa sotto la sabbia».

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