Martin Parr: “Per favore, se mi vedete, non dite mai cheese”
Simona MelloParigi. A due passi dall’Arco di Trionfo, uno dei più grandi fotografi contemporanei, il 72enne britannico Martin Parr, è pronto a presentare il documentario sul suo lavoro. Più o meno. Davanti alla suite dell’hotel dove incontra la stampa, l’assistente dell’assistente di un assistente sussurra: «Oggi non è in vena di chiacchiere». E scatta l’allarme silenzioso – per dirla francamente ci si chiede se sarà una di quelle interviste con risposte da “sì” e “no”. Spoiler: non va così e non è stato terrorismo psicologico quello del team, ma solo paura che Parr fosse, lui sì, in una giornata “no”.
I am Martin Parr, al cinema dal 17 febbraio e anticipato al Rendez-Vouz Unifrance della capitale francese, è un viaggio firmato da Lee Shulman sugli usi e i costumi contemporanei dal 1970 ad oggi attraverso la lente di questo artista. Chi non ne conosce gli scatti sappia che sono come la vita, un po’ drammatici e un po’ comici, nelle giuste proporzioni.
La capacità squisitamente umana di cogliere i…
Parigi. A due passi dall’Arco di Trionfo, uno dei più grandi fotografi contemporanei, il 72enne britannico Martin Parr, è pronto a presentare il documentario sul suo lavoro. Più o meno. Davanti alla suite dell’hotel dove incontra la stampa, l’assistente dell’assistente di un assistente sussurra: «Oggi non è in vena di chiacchiere». E scatta l’allarme silenzioso – per dirla francamente ci si chiede se sarà una di quelle interviste con risposte da “sì” e “no”. Spoiler: non va così e non è stato terrorismo psicologico quello del team, ma solo paura che Parr fosse, lui sì, in una giornata “no”.
I am Martin Parr, al cinema dal 17 febbraio e anticipato al Rendez-Vouz Unifrance della capitale francese, è un viaggio firmato da Lee Shulman sugli usi e i costumi contemporanei dal 1970 ad oggi attraverso la lente di questo artista. Chi non ne conosce gli scatti sappia che sono come la vita, un po’ drammatici e un po’ comici, nelle giuste proporzioni.
La capacità squisitamente umana di cogliere i momenti bizzarri della quotidianità – da un bambino che si sbrodola mangiando un gelato, alla sposa a cui vola il velo mentre saluta la madre – lo ha reso celebre ma controverso per i colleghi che si considerano più seri, o seriosi. Intanto lui, con la macchina fotografica sempre al collo, se la ride, sardonico, ma senza mai prendere in giro i soggetti-oggetti dei suoi scatti.
Lo sa che qualcuno oggi diceva che non avrebbe avuto voglia di parlare? «Lo dicono pure nel documentario: “Martin non ama le chiacchiere”. Eppure parlo in continuazione, soprattutto di quello che mi interessa e mi appassiona, come il mio lavoro. Ma quando sto scattando sono concentrato su quello. A cena pare me la cavi, ma la mia amica Mimi nel film dice che non sono bravo nei convenevoli».
Ha ragione? «Quel commento mi ha devastato perché non me n’ero mai accorto, così mi sono esercitato e pare stia migliorando. In pratica ho imparato qualcosa guardando un film su me stesso».
La fotografia dovrebbe parlare per lei. «Mi piace pensarla così. Spesso dico: non chiedete a me cosa significa uno scatto, guardatelo e basta. Forse sembrerò un po’ pigro con risposte di questo tipo, ma la verità è che l’intero senso del fotografare è definire come ti affacci al mondo e come ti relazioni alla vita».
Alcune delle sue immagini più famose incorniciano la cosiddetta “middle class”. Forse piacciono tanto perché è facile identificarvisi? «Chissà che cosa pensa chi guarda i miei lavori, ma a me piace che siano variegati. Ho anche immortalato la working class di New Brighton, per esempio, e ci sono tornato per il documentario, ma questo perché in Inghilterra il ceto sociale è molto importante e io spazio dall’uno all’altro».
Sempre con lo stesso, impeccabile, senso dell’umorismo. «Una delle poche cose in cui siamo ancora bravi noi inglesi è proprio lo humour, inglese appunto, specie quando le cose vanno male. Prendi classici come Tony Hancock o comici moderni come Kevin Bridges di Glasgow. Dovunque io vada in Inghilterra colgo l’umorismo e ne sono affascinato. Non ho la presunzione di catturare la vita per com’è ma per come la vedo io: per me se non ridi, ti tocca per forza piangere – ed è meno piacevole».
Quanto la attraggono i contrasti? «Pensi al mare, un contesto gioioso e felice, pieno di colori brillanti e di suoni melodiosi. Ma in Inghilterra è uno scenario alquanto fatiscente, dove per esempio vanno i più poveri abitanti delle città come Blackpool, ma dove sorgono anche resort frequentati dai ricchi».
Qualunque sia la provenienza socioculturale, tutti amano essere fotografati. Secondo lei perché? «Da un lato c’è la vanità di voler essere soggetto di un ritratto. Io, personalmente, inizio sempre con qualche complimento, tipo “Che bei capelli”, “Mi piace il suo cagnolino”. Penso che questo cambi il modo di vedere le cose di una persona. Comunque l’80 per cento delle volte non chiedo il permesso di scattare, vado direttamente loro incontro perché magari è un grande evento, si è per strada tutti insieme e ci sono videocamere ovunque, smartphone e via dicendo».
Nessuno si chiede “Chi è questo tizio che mi fa le foto?”? «A Milano o Londra, dove ci sono molti fotografi, avere una macchina al collo non è una situazione particolarmente strana. A volte qualcuno mi riconosce ma di rado, il che mi permette più libertà».
A proposito di grandi eventi: durante il Coronation Day di re Carlo ha realizzato alcuni dei suoi scatti più memorabili. Come ha vissuto l’evento? «Essendo il primo della mia vita ero al settimo cielo soprattutto perché dal 1977 ho un debole per gli eventi reali, come giubilei o matrimoni, eventi in cui la gente si riversa in strada e fa di tutto. È una scusa perfetta per scattare foto piuttosto che andare a Londra e aspettare che qualcosa di eccitante capiti. Io ci vado di rado, preferisco le periferie o le Midlands dove si trova gente davvero interessante e non ci sono regole ferree o steward a bloccarti».
Quando scatta un ritratto di solito chiede alla persona di non sorridere, perché? «Perché non è spontaneo. Si vede che è un’espressione posticcia».
(Intervista del 19 febbraio 2025)