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Lemuri, per andare su Marte dormiamo come loro

Un lemure dalla coda grassa nella sua tana (Gamma-Rapho via Getty Images) 

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Una primatologa studia il letargo delle scimmiette che condividono con noi il 90 per cento del Dna: così gli astronauti potrebbero imitarle nei lunghi viaggi spaziali
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Verso l’infinito e oltre…grazie ai lemuri. Sembra un’affermazione un po’ azzardata, ma Ana Breit la trova perfettamente razionale.Nel Lemur Center della Duke University di Durham (Carolina del Nord) questa primatologa studia i lemuri dalla coda grassa, Cheirogaleus adipicaudatus, perché sono gli unici primati, e gli unici animali tropicali, che vanno in letargo. Le “scimmiette” lunghe circa 40 centimetri passano i mesi della stagione delle piogge a ingozzarsi di foglie, frutta e insetti, che immagazzinano come grasso nella coda. Quando, verso ottobre, le piogge cessano e il cibo comincia a scarseggiare, si infilano in buchi degli alberi e dormono anche per sette mesi di fila, rallentando cuore, respirazione e metabolismo, così da farsi bastare come nutrimento per tutto quel periodo le riserve nella coda.

Verso l’infinito e oltre…grazie ai lemuri. Sembra un’affermazione un po’ azzardata, ma Ana Breit la trova perfettamente razionale.Nel Lemur Center della Duke University di Durham (Carolina del Nord) questa primatologa studia i lemuri dalla coda grassa, Cheirogaleus adipicaudatus, perché sono gli unici primati, e gli unici animali tropicali, che vanno in letargo. Le “scimmiette” lunghe circa 40 centimetri passano i mesi della stagione delle piogge a ingozzarsi di foglie, frutta e insetti, che immagazzinano come grasso nella coda. Quando, verso ottobre, le piogge cessano e il cibo comincia a scarseggiare, si infilano in buchi degli alberi e dormono anche per sette mesi di fila, rallentando cuore, respirazione e metabolismo, così da farsi bastare come nutrimento per tutto quel periodo le riserve nella coda.

«La scoperta del letargo in questa specie, avvenuta solo nel 2004, ha sconvolto l’idea che questa soluzione evolutiva serva solo nei climi freddi, e che sia preclusa ai primati», spiega Breit. «Un lemure condivide con gli umani più del 90 per cento del genoma, ed è quindi probabile che i meccanismi genetici che inducono in lui il letargo siano attivabili anche in noi. Ciò rende più realistica la possibilità che si possa indurre uno stato simile negli esseri umani, per esempio durante i lunghi viaggi spaziali».

La soglia dei 30 gradi

In effetti uno dei maggiori problemi di queste future imprese è come mantenere vivo l’equipaggio per i mesi o anni di viaggio: tenerlo addormentato per gran parte di quel periodo consentirebbe di risparmiare cibo, acqua e ossigeno, oltre ad evitargli i danni da raggi cosmici, grazie a “letti” a prova di radiazioni.

«I lemuri dalla coda grassa restano in letargo anche con temperature ambientali di 20-30°C , e quindi a differenza, per esempio, dei ghiri, che quasi congelano d’inverno, possono mantenere una temperatura corporea appena più bassa del normale. Ciò rende il loro torpore più imitabile da parte degli uomini, visto che il nostro organismo non sopravviverebbe a lungo scendendo sotto ai 30°C». In effetti la cosa più simile al letargo nell’uomo è l’ipotermia indotta per fini medici: la temperatura del paziente, sedato, viene abbassata fino a un minimo di 32°C, per limitare i danni al cervello causati da traumi o malattie. In quella condizione il metabolismo umano scende di circa l’8 per cento per ogni grado sotto ai canonici 37°C. Ma questa condizione non può essere mantenuta sotto ai 32°C, per evitare danni cardiaci, neurologici, circolatori e infettivi.

La scienziata intende quindi studiare in condizioni controllate cosa accada nell’organismo dei lemuri per poter restare per mesi in una condizione di leggera ipotermia senza subire danni. Con la speranza che ciò che accade nei loro organi e nel loro genoma, un giorno possa essere utile anche in noi.

«Ma oltre a quei meccanismi di base, vogliamo anche capire, tramite test, se le condizioni cognitive dei lemuri siano le stesse prima e dopo il letargo. Bisognerà infatti anche essere certi che un astronauta al risveglio dal suo lungo sonno abbia ancora le capacità mentali per pilotare l’astronave» conclude Breit.

Le ricerche di Nasa e Esa

Per adesso Breit non offre alcuna risposta: la sua ricerca è all’inizio e i misteri del letargo dei Cheirogaleus adipicaudatus restano tali. Viene però già da chiedersi se il suo obiettivo di riprodurre negli umani le abitudini animali sia veramente realistico. «È vero che ci credono in molti, per esempio sia la Nasa che l’Esa finanziano ricerche simili», dice Emiliano Mori, zoologo del Cnr. «Io però ritengo che sia molto improbabile che riusciremo un giorno a mandare in letargo per lunghi periodi esseri umani, e farli poi risvegliare senza danni: troppo complessi sono i meccanismi che permettono agli animali di resistere in quelle condizioni».

Prima di tutto c’è il problema dei ritmi circadiani: il nostro cervello segue un ciclo sonno-veglia di circa 24 ore, e si sa che restare troppo a lungo in uno o nell’altro stato crea danni cerebrali. Per cadere in letargo gli animali alterano profondamente la produzione degli ormoni responsabili del ritmo circadiano, come la melatonina, e aumentano la produzione di proteine che riducono l’infiammazione cerebrale e che proteggono i neuroni dall’autodistruzione indotta dal sonno continuo, tutte cose che al momento non sappiamo bene come riprodurre in noi. «Ma non basta: restare immobili a lungo ci porta anche a una veloce perdita di massa ossea e muscolare. Gli orsi, che hanno proprio quel tipo di letargo light – con temperatura corporea che non scende mai sotto i 30°C – che vorremmo imitare, durante il sonno invernale riciclano nei reni l’azoto per produrre proteine di riparazione dei muscoli, e saturano il sangue di enzimi che proteggono la miosina dalla disgregazione. Il risultato è che loro alla fine del letargo hanno perso circa il 25 per cento della forza muscolare, noi, dormissimo altrettanto, ne perderemmo il 90 per cento, non saremmo neanche più in grado di stare in piedi».

Rischio osteoporosi

Discorso simile per le ossa: il sangue degli orsi in letargo è ricco di enzimi e ormoni che tengono in equilibrio la costruzione e lo smontaggio delle ossa, mentre in noi, quando restiamo a lungo immobili, prevale il secondo meccanismo e andiamo incontro a una veloce osteoporosi.

«Forse alcuni di questi numerosi e complessi adattamenti biochimici al letargo li potremo imitare con farmaci o attivando geni specifici. Ma riuscire a farli funzionare per mesi, in modo coordinato e senza effetti collaterali, in un organismo come il nostro che non è predisposto geneticamente ad essi, la vedo un’impresa quasi impossibile», conclude l’esperto. In effetti, finora non siamo riusciti a mandare in letargo nemmeno un ratto di laboratorio, nonostante siano imparentati con le tante specie di roditori che invece passano l’inverno a dormire.Vedremo se ispirarci ai lunghi sonni caldi dei lemuri ci spianerà la strada verso le stelle.

Sul Venerdì del 5 dicembre 2025

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