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Una Grande Madre

Leïla Bekthi (Esther) e Naïm Naji (Roland) sono madre e figlio nel film di Ken Scott dal romanzo di Roland Perez. Webphoto 

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C’era una volta mia madre del regista canadese Ken Scott è una commedia familiare lieve. Come una sitcom, che però può mettere a disagio. Guardandola avevo in testa due pensieri: a) non è facile giudicare la dedizione materna; b) Sylvie Vartan è viva e ben conservata! Ed è un personaggio del film, il cui titolo originale è infatti Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan.Lo stesso dell’autobiografia da cui è tratto, storia vera di Roland Perez, avvocato e giornalista francese nella Parigi negli anni 60. Esther è una madre archetipica, di quelle che gli junghiani chiamano Grande Madre, rappresentazione potente della dualità del materno: fonte di vita e protezione, ma anche di oppressione e distruzione. Ebrea mizrahì immigrata in Francia dal Marocco con marito gentile e soggiogato, Esther vive per i figli, ragione della sua vita e dunque della sua autostima. Nel sacrificio domina e risplende, ma ciò non significa che sia incapace di amare, anzi. Ama con la “generosità” dei narcisisti non maligni.…

C’era una volta mia madre del regista canadese Ken Scott è una commedia familiare lieve. Come una sitcom, che però può mettere a disagio. Guardandola avevo in testa due pensieri: a) non è facile giudicare la dedizione materna; b) Sylvie Vartan è viva e ben conservata! Ed è un personaggio del film, il cui titolo originale è infatti Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan.Lo stesso dell’autobiografia da cui è tratto, storia vera di Roland Perez, avvocato e giornalista francese nella Parigi negli anni 60. Esther è una madre archetipica, di quelle che gli junghiani chiamano Grande Madre, rappresentazione potente della dualità del materno: fonte di vita e protezione, ma anche di oppressione e distruzione. Ebrea mizrahì immigrata in Francia dal Marocco con marito gentile e soggiogato, Esther vive per i figli, ragione della sua vita e dunque della sua autostima. Nel sacrificio domina e risplende, ma ciò non significa che sia incapace di amare, anzi. Ama con la “generosità” dei narcisisti non maligni. Ma di fronte al piede torto dell’ultimo nato, il deliziosissimo Roland, non si rassegna. Suo figlio non può essere inadatto alla deambulazione. Dovrà camminare. E non con protesi e stampelle, come consigliano i medici, ma con le sue gambe. Sarà un miracolo.Non vi dico come, ma la triade del titolo – madre vulcanica, Dio della tradizione ebraica e Sylvie Vartan – riuscirà a guidare l’imprevedibile traiettoria esistenziale di Roland. «Dio non poteva essere ovunque, quindi ha creato le madri», scrive Kipling. «Le madri ebree», aggiunge Woody Allen (ricordate Oedipus Wrecks in New York Stories?). Quella di Roland è una storia di formazione che nasce da una malformazione. La strada tortuosa di un ragazzo dal piede torto che rinuncia alla protesi ortopedica per diventare una protesi materna. Di una mamma dal cuore grande: più o meno del suo narcisismo?

Sul Venerdì del 12 dicembre 2025

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