La missione ha dell’impossibile. Liberare l’arcipelago delle isole Eolie che guardano la costa della Sicilia da migliaia di capre inselvatichite, diventate una minaccia per la sopravvivenza del fragile ecosistema, patrimonio dell’Unesco. Circa mille si aggirano nella piccola Alicudi, un cono vulcanico di appena cinque chilometri quadrati, e quasi duemila scorrazzano a Ginostra, nell’isola di Stromboli. Qui, pochi giorni fa, un abitante è stato attaccato e ferito: lo hanno portato in eliambulanza a Messina. Sono state abbandonate una ventina di anni fa dagli agricoltori che hanno preferito investire sul turismo.
Ci hanno provato in tanti a cacciarle, dopo i ripetuti Sos lanciati dagli abitanti (come raccontato in estate da Repubblica), che ne…
La missione ha dell’impossibile. Liberare l’arcipelago delle isole Eolie che guardano la costa della Sicilia da migliaia di capre inselvatichite, diventate una minaccia per la sopravvivenza del fragile ecosistema, patrimonio dell’Unesco. Circa mille si aggirano nella piccola Alicudi, un cono vulcanico di appena cinque chilometri quadrati, e quasi duemila scorrazzano a Ginostra, nell’isola di Stromboli. Qui, pochi giorni fa, un abitante è stato attaccato e ferito: lo hanno portato in eliambulanza a Messina. Sono state abbandonate una ventina di anni fa dagli agricoltori che hanno preferito investire sul turismo.
Ci hanno provato in tanti a cacciarle, dopo i ripetuti Sos lanciati dagli abitanti (come raccontato in estate da Repubblica), che nella stagione invernale si riducono a poche decine. Ha fallito anche una ditta specializzata nella cattura della fauna selvatica; poi sono andati deserti due bandi della Regione siciliana, alla ricerca di qualcuno che se ne facesse carico. Finché Giovanni Dell’Acqua, dirigente del Servizio per il territorio di Messina che fa capo al dipartimento dello Sviluppo rurale dell’assessorato regionale all’Agricoltura, con il suo esercito di forestali, ha deciso di prendere in mano la situazione e, fra settembre e ottobre, in poco meno di un mese, ne ha catturate 510 fra Alicudi e Ginostra, portandole in Sicilia con diverse ore di navigazione. Dopo i controlli sanitari dell’Asp e dell’istituto Zooprofilattico, sono state cedute gratuitamente dal sindaco di Lipari, Riccardo Gullo, a un allevatore del messinese. Agronomo di formazione , Dell’Acqua che, capre a parte, deve vigilare su 22 mila ettari di demanio forestale, nel 2022 aveva trovato sulla scrivania le note dei suoi predecessori che gli lasciavano in eredità l’emergenza di Alicudi, dove tutto è iniziato. Nel frattempo, il problema ha iniziato a riguardare anche Vulcano e, più recentemente, Filicudi. «Dopo il tanto tempo perduto, mi sono detto: se nessuno vuole occuparsene lo facciamo noi» racconta lui. «Ho convocato quaranta forestali esperti, molti dei quali prossimi alla pensione, gente che conosce gli animali come pochi. Li ho riuniti nella sala conferenze di Messina, ho spiegato loro il problema e velocemente ci siamo imbarcati per le isole con reti, recinti e mangimi. All’inizio non ci credevo neppure io». La ditta che inizialmente aveva accettato il lavoro si è tirata indietro. «Ritenevano le isole, soprattutto Alicudi, troppo pericolose per gli operatori. Ho dovuto revocare il contratto. Quando sono entrati in campo i nostri uomini, in due settimane abbiamo organizzato tutto. I risultati sono stati eccezionali, in termini numerici e d’impegno. Ad Alicudi, per andare a dormire la sera dovevano salire ben quattrocento gradini».
Dentro le case
L’orografia delle Eolie è spietata: pendii ripidissimi, sentieri franati, tratti raggiungibili solo via mare. Le capre se la cavano alla grande, si arrampicano ovunque, abbattono i muretti a secco, mangiano le specie endemiche, distruggono vigneti e giardini. Arrivano fin dentro le case alla ricerca di cibo. A Stromboli, il terreno più accessibile ha consentito di costruire tre grandi recinti vicino al cimitero di Ginostra. I forestali le hanno attirate distribuendo fieno e mangime lungo i sentieri, poi hanno chiuso i cancelli. «Sono molto golose. Il fieno giusto le ha attirate dentro».Ad Alicudi, invece, è stata tutta un’altra storia: rocce a picco sul mare, nessun sentiero percorribile. «Abbiamo potuto costruire un solo recinto, vicino alla spiaggia» dice Dell’Acqua. «I forestali si sono arrampicati tra le pietre, convogliando gli animali con pazienza e forza. Poi usando gabbie di rete metallica li hanno portati a valle con motocarriole cingolate». Il lavoro cominciava alle quattro del mattino e terminava a notte fonda, con gli uomini che restavano di guardia per evitare che qualcuno le liberasse dopo tanta fatica. Le capre sono state accudite in tutti i passaggi, con cibo e acqua sempre a disposizione in apposite mangiatoie. Tutti i passaggi sono stati seguiti dalla prefettura di Messina.
Aspettando primavera
«Ormai abbiamo paura di far giocare i nostri bambini liberi come hanno sempre fatto» racconta Gianluca Giuffrè, residente a Ginostra e coordinatore di un comitato che vuole liberare l’isola dalle capre, animali possenti, che arrivano a pesare settanta chili. «La situazione è disastrosa, serve un intervento strutturato. Le catture devono andare avanti tutto l’anno e, se necessario, bisogna prendere in considerazione l’ipotesi di abbatterle. Sono affamate, vanno alla ricerca disperata di cibo che non trovano più e si introducono anche nelle case. Bevono l’acqua del mare. Alcune muoiono. Tante, invece, si riproducono. Averne catturate cinquecento non basta».Lo sa bene anche Dell’Acqua che, infatti, punta su un nuovo bando con incentivi economici per allevatori disposti a proseguire l’opera di cattura, così da non dovere aspettare la primavera, quando i forestali con contratto stagionale saranno di nuovo disponibili. Certo, l’inverno rende davvero difficoltoso il viaggio via mare – oltre tre ore di navigazione dalla Sicilia – per chiunque voglia farsi avanti. «Ma abbiamo dato l’esempio, dimostrando che si può fare. Abbiamo anche lasciato percorsi e recinti già pronti».
Gli animalisti vigilano da tempo sulla situazione e si oppongono a ogni abbattimento, ovviamente, ma anche al trasferimento in allevamenti. «Vorremmo che le capre restassero sulle isole» dice Lorenza Bianchi , responsabile Lav dell’area animali negli allevamenti. «Ormai sono inselvatichite, non sono abituate al contatto ravvicinato con le persone. E le operazioni di cattura e di trasporto possono essere fonte di grande stress. Se proprio non si può fare a meno di spostarle, allora non devono essere inserite nella filiera produttiva, ma essere affidate a rifugi o santuari per gli animali, ambienti favorevoli alla loro natura». «Finora non abbiamo voluto sparare, per me resta l’ultima ratio» insiste Dell’Acqua. «Qualche altro tentativo di cattura va fatto coinvolgendo allevatori interessati. Le capre non sono fauna selvatica, lo sono diventate, sono animali domestici abbandonati. È come lasciare un cane per strada: un reato a tutti gli effetti».