PARMA. Il “ritornato” Davide De Alexandris conduce il seminario. Si chiamano così, tra loro, i protagonisti di “esperienze di pre-morte”. Quelle in cui, per chi non ne avesse mai sentito parlare, in seguito a un infarto, un coma o altri grossi problemi di salute, ti sembra di uscire dal tuo corpo, vedi una luce intensa, incontri cari defunti, fai una “revisione panoramica della vita” e via così. Bastano sette di questi indizi, sui trentadue previsti dalla scala di Greyson, per poter dire di essere in presenza di una near death experience (Nde), appunto. «Circa il 18 per cento degli infartuati ha avuto esperienze del genere» dice il pacioso De Alexandris, informatico alla Banca d’Italia oltre che presidente di Nders Odv, l’associazione che ne raccoglie le testimonianze. L’avrebbe calcolato, «su base statistica», il cardiologo olandese Pim van Lommel che è una specie di autorità in materia. Dico “specie” perché la scienza è estremamente cauta al riguardo.
Siamo in una seconda del liceo linguistico Marconi di Parma. Ventitré studenti, di quindici anni, disposti a gruppi di 4-5 intorno a vari tavolini per leggere i fogli distribuiti dall’istruttore. Devono immaginare di trovarsi in diverse fasi della vita e fare i conti con le emozioni che ognuna comporta. Nella maturità (50-60 anni), le istruzioni immaginano qualcuno che riceve una richiesta di aiuto, “forse da un malato, un genitore anziano, un amico lontano”, ma rimanda la risposta. Salvo rendersi conto, di lì a poco, che è troppo tardi e quella persona non c’è più. Perché questi ragazzi si trovano qui? E, soprattutto, perché mi ci trovo anch’io? Ho seguito le tracce di un festival piuttosto originale, Il rumore del lutto, che si tiene nel capoluogo emiliano dal 2007 con lo scopo di riflettere intorno alla morte. Anche attraverso lezioni di death education – in inglese per intimorire meno, credo – come quella cui sto assistendo. Sinceramente mi aspettavo altro. Tipo uno psicologo dell’età evolutiva che ragionasse su come metabolizzare un lutto. Uno storico dell’antichità che raccontasse come gli stoici affrontavano il tema. Non ero preparato a sentir parlare di esperienze limite, impossibili da dimostrare, che confinano col misticismo. Io sono perplesso ma ai ragazzi è piaciuto.
Benvenuti al Death cafe
Il senso ultimo della trasferta è parlare del festival in generale, longevo ma ancora relativamente sconosciuto fuori provincia. Lo faccio con Maria Angela Gelati che l’ha cofondato col musicista Marco Pipitone. Una che, già a 14 anni, leggeva libri sulle Nde e che alla gita col liceo a Parigi usò le due ore libere per visitare il Père Lachaise. Seguirà una laurea in storia, con tesi sui cimiteri, esperienze all’estero e infine una carriera da tanatologa. Quindi, perché? «Per riflettere sulla morte come parte della vita. Per riportarla nel discorso culturale, dopo che ne è stata a lungo accantonata, e restituirle funzione educativa, sociale, simbolica. Senza spettacolarizzarla, ma senza neppure anestetizzare il dolore, affrontandolo da tante prospettive con l’aiuto di letteratura, cinema, musica» dice via Zoom. Trattasi di una nutritissima serie di eventi che si spalmano in città, altra peculiarità, per oltre un mese: «È lungo, sì, ma se fosse durato solo una settimana sarebbe stato più facile rimuoverlo e non pensarci più. Mentre noi miriamo a creare un vero ecosistema culturale, che metta in dialogo più aspetti possibile. Durante il Covid, quando tutto si è fermato, abbiamo continuato online… per due mesi!». Immagino che non debba essere stato facilissimo, all’inizio, trovare sponsor per un festival su un tema del genere: «Beh, c’era un po’ di diffidenza. Ai tempi della prima edizione, nel foyer del teatro Europa, c’era una trentina di persone: non scontate neppure quelle. Poi, dopo 3-4 edizioni, la gente ha capito che non c’era niente di macabro. Ma era solo un modo di parlare della morte in un ambiente sicuro, non giudicante». Come succede nei death cafe che hanno introdotto dal 2013. Con un facilitatore al centro, inizialmente proprio Gelati, con – prima poche, poi tante – sedie intorno, modello Alcolisti Anonimi, a parlare di paura della vecchiaia, di “morti delegittimate” (tipo quelle di un cane), di emozioni di un caregiver di un malato terminale. Gente che, da troppo tempo, aveva sul gozzo bocconi di tristezza. E cercava solo un posto in cui, una parola alla volta, potesse provare a buttarli giù. «È un esercizio collettivo di umanità» dice Gelati, cui senz’altro non difettano le metafore per raccontare la sua creatura, «da cui si esce vivi, non tristi!».
La finitezza ci dà senso
Ma in buona sostanza – chiedo per un amico – come si pensa “bene” alla morte? «Per cominciare, non fingendo che non esista. La preoccupazione è normale: tutti sogneremmo di andarcene nel sonno. Ma la fine fa parte del ciclo della vita, cosa che gli orientali sanno e noi molto meno. Se riusciamo a capirlo non è più una nemica. Quella contro la malattia non è una battaglia ma un’occasione di consapevolezza. Sapere che abbiamo un tempo limitato a disposizione ci aiuta a vivere meglio». Anni fa, intervistandolo per una copertina sullo stesso tema, anche il grande Zygmunt Bauman aveva detto: «È la consapevolezza della fine che infonde ogni momento che la precede di un meraviglioso significato. Non tanto perché ci dà il significato ultimo della vita, quanto perché ci incita e ci costringe a riempire le nostre vite con significati. È la coscienza di vivere in un tempo preso a prestito che ci suggerisce di usarne ogni boccone in maniera saggia». Se la consideriamo per quel che è, «solo pochi brutti momenti alla fine della vita» come la liquidava Montaigne, allora non ha senso farne un tabù. Tipo maneggiarla con la lingua ipocrita che Gelati detesta: «Quando morì David Bowie il mio socio era sconcertato che tutti scrivessero “scomparso”: l’avevano forse “rapito”? Invece va nominata perché gli eufemismi rendono tutto più difficile. Ha sentito di quella ragazza che, dicendo ai genitori che andava a prendere il gelato, s’è buttata dal nono piano? Ecco, se non parliamo delle nostre paure, queste diventano mostri dentro di noi. Quella attuale è una delle generazioni tra le più protette: ragazzi che non hanno mai visto un morto né un funerale. Così un brutto voto o il bullismo diventa un problema insormontabile. Parlare dei problemi, come noi facciamo di quello ultimo per antonomasia, li disinnesca».
La pre-morte, infine
Il che ci porta, finalmente, a occuparci delle esperienze di pre-morte. Quando i ragazzi hanno potuto dire la loro, sul finale della mattinata, non sembravano turbati. A Elisa la simulazione ha fatto pensare a sua madre, che una volta non aveva sostenuto abbastanza un’amica. La stessa liceale un seminario così lo vedrebbe bene anche per i ragazzi delle medie. «Ma no» obietta una sua amica, «è decisamente presto per loro: si spaventerebbero!». La mia seienne di riferimento ha una curiosità assoluta per la morte («Quando è morto tuo padre? Di cosa? Gli hanno fatto la statua?» perché è convinta che i morti vadano celebrati, preferibilmente in bronzo) e non credo sia l’unica. Però la pre-morte mi sembra imparentata più col misticismo che con la consapevolezza. Sembra confermarlo l’istruttore De Alexandris quando, sul finale con le domande, confessa di credere nella reincarnazione «senza però che con questo voglia influenzare nessuno».
Chiedo l’interpretazione autentica alla cofondatrice: in che modo parlare di gente che vede lo “spaghetto di luce” può servire? «Aiuta a guardare la vita da un’altra prospettiva. Non è tanto la spiegazione che interessa, ma il racconto di un’esperienza vissuta in soggettiva, come è successo da piccolo all’istruttore» che, dopo una crisi asmatica e un broncospasmo racconta di aver visto, circonfuso dalla luce, suo nonno Mario che non c’era già più. «Comunque vogliamo giudicarle, sono materiale narrativo per stimolare la riflessione» dice Gelati. Che ha brutte esperienze con gli psicologi: «Spesso, quando son venuti a scuola, non han fatto un buon lavoro. Noi non vogliamo curare il dolore ma stare nell’esperienza soggettiva della perdita». Per il poco che ne sapevo io gli specialisti dell’elaborazione del lutto erano i terapeuti. Non si scoraggia: «Come tutte le esperienze liminali anche le Nde possono diventare metafore per leggere la nostra esistenza. Un gioco per sospendere il controllo ed entrare in quello che lo psicoanalista Winnicott chiamava “spazio potenziale”. In ogni caso mi sembra più bello uscire da un incontro con delle domande piuttosto che con delle risposte!». Per deformazione professionale, cercavo le seconde: l’inghippo forse sta lì. Familiarizzare con la morte mi sembra un’ottima idea. In nessun’altra provincia dell’esperienza umana più che qui a contare non è la destinazione – stranota – ma il viaggio.
Dal Venerdì del 19 dicembre 2025