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Steve Mokone: il primo calciatore nero che incantò l’Europa inimicandosi Cia e Fbi

Steve Mokone è nato a Johannesburg nel 1932 ed è morto a Washington nel 2015. La sua prima squadra europea è stata il Coventry City Football Club. Getty Images 

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Quando il sudafricano Steve Mokone, 70 anni fa, arrivò in Europa non si era mai visto un nero in campo. A suon di gol conquistò migliaia di tifosi. Ma a qualcuno la sua storia faceva paura
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«Se Pelé è la Rolls-Royce dei calciatori, Sir Stanley Matthews la Mercedes-Benz e Alfredo Di Stefano la Cadillac, allora Steve Mokone è sicuramente la Maserati». Così scriveva la stampa italiana all’inizio degli anni Sessanta, celebrando l’arrivo del primo calciatore africano e nero d’Europa. Stephen Mokone, detto “Kalamazoo” era partito dal Sudafrica dell’apartheid bianco, molto tempo dopo è diventato un simbolo della Nazione arcobaleno. Ma quando sbarcò nel Vecchio continente, più che un campione venne a lungo considerato un fenomeno circense. «Le folle accorrono per vederlo, come si fa con un animale esotico». Succedeva solo 70 anni fa. Sui giornali italiani si scriveva la parola «negro». Tutti si chiedevano: davvero “quella gente” sa giocare a calcio?

Le scarpe sotto al letto

Da ragazzino Steve era il centravanti della squadra del college, a Pretoria: in porta c’era Desmond Tutu – sì, poi sarebbe diventato arcivescovo – e tra le studentesse tifose, la futura star della musica Miri…

«Se Pelé è la Rolls-Royce dei calciatori, Sir Stanley Matthews la Mercedes-Benz e Alfredo Di Stefano la Cadillac, allora Steve Mokone è sicuramente la Maserati». Così scriveva la stampa italiana all’inizio degli anni Sessanta, celebrando l’arrivo del primo calciatore africano e nero d’Europa. Stephen Mokone, detto “Kalamazoo” era partito dal Sudafrica dell’apartheid bianco, molto tempo dopo è diventato un simbolo della Nazione arcobaleno. Ma quando sbarcò nel Vecchio continente, più che un campione venne a lungo considerato un fenomeno circense. «Le folle accorrono per vederlo, come si fa con un animale esotico». Succedeva solo 70 anni fa. Sui giornali italiani si scriveva la parola «negro». Tutti si chiedevano: davvero “quella gente” sa giocare a calcio?

Le scarpe sotto al letto

Da ragazzino Steve era il centravanti della squadra del college, a Pretoria: in porta c’era Desmond Tutu – sì, poi sarebbe diventato arcivescovo – e tra le studentesse tifose, la futura star della musica Miriam Makeba. Gli osservatori di due club inglesi, Wolverhampton e Newcastle, lo videro segnare reti a grappoli negli Sharks Durban. Il padre però pretese che il figlio finisse gli studi, prima di partire per Londra. Ottenere il passaporto non fu facile, l’attesa durò quattro anni. «Ogni tuo gol sarà un passo verso l’indipendenza», gli disse nel 1955 William Nkono, amico di famiglia e membro dell’African National Congress.

L’impatto con l’Europa fu traumatico, fin dall’atterraggio a Londra: «Non ero mai stato in un ambiente completamente bianco. Fu un’esperienza molto solitaria. C’erano bianchi che mi servivano al ristorante, bianchi che mi rifacevano il letto. Fu un trauma culturale totale». Nella camera d’albergo trovò un televisore, non sapeva cosa fosse. Steve nascondeva le scarpe sotto al letto, dopo aver visto che la sera venivano portate via, in realtà, per essere lucidate. Una notte si perse e aveva il terrore di avvicinarsi a un poliziotto: quello però lo aveva riconosciuto dalle foto pubblicate dai giornali sportivi, si ricordava di aver letto che alloggiava allo Strand Palace e ce lo riaccompagnò.

Finì a Coventry: le persone lo fissavano, i bambini gli correvano incontro per toccarlo. «Mi sentivo a disagio usando le stesse tazze e lo stesso bagno di una famiglia bianca».

Giocatore giramondo

Steve conosceva il calcio, eccome: dopo il tesseramento col Coventry, passò in Olanda all’Heracles di Almelo dove segnò 15 reti vincendo il campionato. Era un’ala velocissima e tecnicamente molto dotata. Adorato dal pubblico, che correva in massa per vederlo (20.000 spettatori per una cittadina – Almelo – che ne contava 35.000) e non lo ha dimenticato, al punto da dedicargli una tribuna del nuovo stadio. Si trasferì a Cardiff, in Galles. Lo comprò il Barcellona, che però aveva già superato il numero massimo di stranieri della squadra e allora lo girò al Marsiglia. Ed è qui che lo vide un osservatore italiano. Non poteva che finire al Torino, forse il club più romantico e avventuroso di tutti. Nel 1960, il capitano granata era Enzo Bearzot. Kalamazoo esordì in amichevole a Verona: il Toro vinse, lui segnò tutti e cinque i gol. Un altro incontro, a Mosca: di nuovo a segno.

Però la Maserati ripartì subito dopo in quel girovagare da artista incompreso: a Valencia, giocò un’esibizione col Santos di Pelé. E naturalmente, Steve segnò. Poi una breve parentesi africana, nell’allora Rhodesia, quindi in Canada, Australia e infine gli Stati Uniti. A New York, terminata la carriera sportiva, si era laureato in Psicologia e Scienze politiche, quindi un master e un dottorato, diventando professore assistente in psichiatria all’Università di Rochester. Attivo politicamente, insieme a famosissimi sportivi afroamericani dell’epoca – dal giocatore di baseball Jackie Robinson al tennista Arthur Ashe – aveva attirato l’attenzione delle autorità sul problema apartheid e la necessità di boicottare il Sudafrica.

Era però finito in carcere, accusato di violenze sulla seconda moglie: si proclamava innocente, fu condannato a 12 anni di prigione. Molto tempo dopo, il giornalista olandese Tom Egbers ha scritto un libro, Dodici anni rubati, raccogliendo sufficienti prove per dire che Kalamazoo fu vittima di un complotto ordito dal Dipartimento sudafricano (bianco) per gli Affari interni, con la complicità di Cia e Fbi.

Massima onorificenza

Su Mokone è stato scritto un altro libro, La meteora nera, diventato il soggetto di un film: alla prima, in Olanda, erano presenti campioni come Ruud Gullit e Frank Rijkaard. Personaggio comunque straordinario, nel nuovo Sudafrica di Nelson Mandela era stato personalmente insignito dal presidente Thabo Mbeki dell’Ordine della Ikhamanga, la massima onorificenza sportiva e culturale: «Per il risultato eccezionale nei campi di calcio e per il contributo di rilievo allo sviluppo dello sport non razziale». Kalamazoo è morto nel 2015 a 83 anni.

E il solo club europeo che si è ricordato di lui, indovinate un po’? È stato il Torino. Con una lettera firmata dal presidente Urbano Cairo e indirizzata anche al ministro sudafricano per lo sport, Fikile Mbalula. Archie Mokone, figlio di Kalamazoo, responsabile della Fondazione intitolata al padre, conserva gelosamente quel foglio. Nei giorni scorsi, il Club italiano di Pretoria ha ospitato un incontro pubblico – con la collaborazione della municipalità di Tshwane, dell’Ambasciata italiana e del nostro Istituto di Cultura – per ricordare la figura del calciatore e i suoi legami con l’Italia. «Mio padre coi suoi gol ha contribuito ad abbattere il muro dell’apartheid. Ma la partita non è finita. E mi auguro che con la società granata si riescano a portare avanti alcuni progetti. Nel nome della Maserati dal calcio».

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