Molti anni fa, ricordo che ero all’inizio dei miei studi universitari, andai a un corso di scrittura creativa tenuto da Dacia Maraini a Reggio Calabria. Ero molto emozionata all’idea di incontrarla, avevo divorato La lunga vita di Marianna Ucría, era la prima volta in cui vedevo una scrittrice in carne e ossa e mi sembrava un miracolo si spingesse fin lì, nelle sale fredde di un centro direzionale poco riuscito, a incontrare un gruppo di persone a dir poco eterogeneo. Ho ripensato a quel primo incontro mentre leggevo Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola, uscito a ottobre per Rizzoli, perché ho ritrovato in questa raccolta di vite straordinarie – e spesso sconosciute – la stessa generosità che avevo intravisto quel giorno negli occhi di Dacia. E il desiderio di rendere giustizia a donne con cui la storia è stata avara e che – quando ci sono – appaiono nei libri scolastici in poche righe frettolose. Un orpello, una svogliata appendice a una storia della …
Molti anni fa, ricordo che ero all’inizio dei miei studi universitari, andai a un corso di scrittura creativa tenuto da Dacia Maraini a Reggio Calabria. Ero molto emozionata all’idea di incontrarla, avevo divorato La lunga vita di Marianna Ucría, era la prima volta in cui vedevo una scrittrice in carne e ossa e mi sembrava un miracolo si spingesse fin lì, nelle sale fredde di un centro direzionale poco riuscito, a incontrare un gruppo di persone a dir poco eterogeneo. Ho ripensato a quel primo incontro mentre leggevo Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola, uscito a ottobre per Rizzoli, perché ho ritrovato in questa raccolta di vite straordinarie – e spesso sconosciute – la stessa generosità che avevo intravisto quel giorno negli occhi di Dacia. E il desiderio di rendere giustizia a donne con cui la storia è stata avara e che – quando ci sono – appaiono nei libri scolastici in poche righe frettolose. Un orpello, una svogliata appendice a una storia della letteratura che per lungo tempo è stata considerata esclusivo appannaggio degli uomini.
Per dimostrare quanto sia ingiusto, Maraini va a ricercare le prime donne che hanno preso parola scrivendo, come la martire Vibia Perpetua la cui fine divorata dalle belve feroci fa rabbrividire per crudeltà e insensatezza. Ricorda le mistiche – da Angela da Foligno a Brigida Morello – insieme alla cortigiana Veronica Franco, si va dal 200 fino al 600, perché solo le “irregolari”, coloro che non erano costrette a prendere marito e fare figli, potevano avere l’ardire della parola. E poi continua da Virginia Woolf a Katherine Mansfield passando per Fausta Cialente, Elsa Morante, Grazia Deledda, Matilde Serao, Michela Murgia. Di tutte traccia ritratti vividi e sapienti.
Di Morante, che Alberto Moravia lasciò proprio per Maraini, racconta la sincerità scanzonata, la voglia di sorprendere, le serate nel suo attico romano e perfino i gatti Coda, Mezzacoda, Spartano e Adriatico. Soprattutto, Maraini dice qualcosa di definitivo su chi ancora si ostina a parlare di scrittura “femminile”, come parlasse di qualcosa di minore: “Lo stile è diverso a seconda delle persone: c’è lo stile realistico, quotidiano, verista di Grazia Deledda e c’è lo stile barocco, febbrile di Elsa Morante. Cos’hanno in comune che le distingue come scrittrici?
Se proprio vogliamo trovare qualcosa di femminile ci possiamo soffermare sul loro punto di vista, sul modo di guardare il mondo da un angolo e non dal centro della scena come storicamente è abituato a fare l’uomo”. Non esiste uno stile femminile, “esistono visioni del mondo comuni che scaturiscono da una storia collettiva di esclusione, di prigionia, di una sfiducia indotta in se stesse”. Quante cose nascoste si possono scoprire guardando dagli angoli. Quanto è necessario, ogni tanto, guardarsi indietro e vedere che le donne c’erano. Ci sono sempre state.
Sul Venerdì del 19 dicembre 2025