Silvia Salis: “Impariamo ad accettare un leader”
dal nostro inviato Francesco BeiLa cosa che più fa impazzire la destra è che Silvia Salis non si fa trovare mai dove se l’aspettano. È una cattolica praticante, cosa che di certo l’ha aiutata a diventare sindaca avendo contro un avversario noto per essere un cattolico conservatore con otto figli. Però è a Genova, su impulso della sindaca, che partirà la sperimentazione per l’educazione sessuale e affettiva per trecento bambini della materna. Per dirne un’altra: è stata spesso attaccata perché troppo centrista e moderata, eppure era in prima fila in piazza tra i lavoratori dell’ex Ilva che manifestavano contro il governo, oppure con la fascia tricolore a salutare la partenza della Global Flotilla che faceva vela per Gaza. Quarant’anni da poco compiuti, è sposata con il regista Fausto Brizzi, con il quale due anni fa ha avuto Eugenio. È sindaca di Genova da soli sei mesi, ma molti nel centrosinistra la vedono già come una credibile sfidante di Giorgia Meloni.
Sia lei che Elly Schlein sembrate sempre attente a non sbag…
La cosa che più fa impazzire la destra è che Silvia Salis non si fa trovare mai dove se l’aspettano. È una cattolica praticante, cosa che di certo l’ha aiutata a diventare sindaca avendo contro un avversario noto per essere un cattolico conservatore con otto figli. Però è a Genova, su impulso della sindaca, che partirà la sperimentazione per l’educazione sessuale e affettiva per trecento bambini della materna. Per dirne un’altra: è stata spesso attaccata perché troppo centrista e moderata, eppure era in prima fila in piazza tra i lavoratori dell’ex Ilva che manifestavano contro il governo, oppure con la fascia tricolore a salutare la partenza della Global Flotilla che faceva vela per Gaza. Quarant’anni da poco compiuti, è sposata con il regista Fausto Brizzi, con il quale due anni fa ha avuto Eugenio. È sindaca di Genova da soli sei mesi, ma molti nel centrosinistra la vedono già come una credibile sfidante di Giorgia Meloni.
Sia lei che Elly Schlein sembrate sempre attente a non sbagliare, concentrate a stare sul pezzo, con la risposta giusta. Ma sembrate anche più ingessate rispetto a Giorgia Meloni, che appare più… del popolo. È l’effetto Garbatella?
«Se c’è da andare giù pesante, ci vado senza problemi, però dipende sempre da che tipo di sentimento vuoi suscitare in chi ti ascolta. La vera sfida è riuscire a essere empatiche ma volando alto. Chi mi segue sui social apprezza moltissimo il fatto di andare giù dura ma senza usare argomenti populistici o atteggiamenti trash. Perché quello è un modo che radicalizza i tuoi, ma non attira il consenso di coloro che non votano, che aspettano una novità. Il moderato o il disilluso dalla politica non è che vada a votare perché vede Meloni con due meloni davanti al seno. Va a votare se pensa che sia iniziata una nuova stagione in cui può tornare a credere».
Riconoscimento dei figli delle coppie formate da due donne, sperimentazione dell’educazione affettiva alla scuola materna. Medita altri “strappi” in avanti sui diritti civili?
«La politica si deve adattare ai bisogni della società. Sul riconoscimento dei figli c’è stata una sentenza della Corte costituzionale e noi ci siamo uniformati. Non è una concessione, è l’evoluzione delle cose».
L’educazione sessuale e affettiva però non è un automatismo, è una sua decisione politica.
«Che caratterizza una politica progressista. A un problema complesso non puoi dare risposte populistiche, come l’inasprimento delle pene, che è provato non avere alcuna funzione deterrente. Il pensiero progressista immagina invece il futuro e agisce per cambiare le cose».
Sul consenso c’era un’intesa fra Meloni e Schlein ma il patto per approvare la norma è saltato. Come mai?
«Una cosa sulla quale la presidente del Consiglio si è impegnata personalmente e viene contraddetta da membri di spicco del suo governo. Mi chiedo allora: a che parte del Paese stai parlando quando dici che non va bene quella norma sul consenso libero e attuale, chi stai rassicurando?».
Gli uomini?
«Non certo le donne!».
Con quale retropensiero?
«Da un lato banalizzano alcuni concetti, vedi quando strillano contro di me sulle lezioni di sesso ai bambini; dall’altro strizzano l’occhio a un immaginario passato rassicurante. Tutti dicono: prima si stava meglio, ma il lato bello della condizione della donna negli anni Cinquanta io fatico a vederlo. È la differenza tra progressisti e reazionari, come sulla scuola pubblica».
Che c’entra la scuola?
«I politici reazionari fanno così, mandano i loro figli alle scuole private americane e poi ai ragazzi italiani propongono il liceo delle tradizioni made in Italy».
A casa sua non c’era il patriarcato?
«No, anzi devo dire che il primo femminista che ho conosciuto nella mia vita era mio padre. Tutte donne in famiglia, due figlie, due mogli».Suo padre era comunista, il custode dello stadio dove lei ha iniziato a fare sport. Politicamente cosa ha ereditato da lui?«Anzitutto il senso di giustizia, però intesa come equità sociale non come livellamento».
È il socialismo, non c’è bisogno di scomodare Lenin…
«Non serve, mi accontenterei dell’eguaglianza delle condizioni di partenza».
Poi?
«La dignità del lavoro e dell’impegno politico. Mi ha passato il suo essere progressista. Lui era ovviamente tra i delusi della sinistra, aveva fatto il ’68 mentre lavorava in porto, potete immaginare come la pensasse. Era però di quella parte del Paese che, qualsiasi cosa succede, vota a sinistra».
Come Bobo di Staino?
«Quella roba lì».
Da poco ha festeggiato i quarant’anni, a cinquanta si vede ancora in politica?
«Questo è un percorso difficilmente reversibile. Non escludo altro per il futuro, ma fare il sindaco è una passione che non ti lascia».
Tutti i politici che hanno iniziato da sindaci la ricordano come l’esperienza più bella. È così? «Lo è ma è anche la più pericolosa».
Pericolosa?
«Sei scoperto su tutta una serie di questioni che impattano in modo violentissimo sulla tua azione amministrativa. Su qualsiasi appalto, su qualsiasi incidente che accade in città, un sindaco è totalmente esposto. Per questo bisogna sempre avere, destra o sinistra che sia, un approccio garantista».
Referendum sulle carriere, sì o no?
«Voterò no alla riforma. Di cosa ha bisogno la giustizia in Italia? Di velocità e certezze, sia per le persone che per lo sviluppo economico. E allora qual è il senso di una riforma che non incide minimamente su questo tema? Il difficile è spiegare che il problema non è tanto la separazione delle carriere in sé o il doppio Csm. Il problema è la filosofia che c’è dietro. A lungo termine è a rischio la separazione dei poteri, con la pubblica accusa che finirà a dipendere dalla politica».
Lei era un’olimpionica di lancio del martello. Perché ha scelto una disciplina così… maschile?
«È il martello che ha scelto me, più che il contrario. Ho vissuto tutta la vita in un campo d’atletica, iniziando in prima elementare. Poi il mio allenatore, a 13 anni, mi ha fatto provare questa specialità perché, pur essendo piccola, ero forte e veloce. In pochi mesi mi sono ritrovata a vincere i campionati italiani under 16. I miei amici dovevano chiedere il permesso ai genitori anche per andare a comprare la focaccia, io invece già viaggiavo e prendevo l’aereo per le gare. Mi sono appassionata. Anche se, quando ho iniziato io, il lancio del martello femminile alle Olimpiadi nemmeno c’era, è stato ammesso solo nel 2000».
Le manca lo sport?
«Ricordo con grande amore la vita che facevo, una felicità incredibile. Vivevo con ragazzi della mia età con cui ho girato il mondo dai quindici ai trent’anni. E molti di loro sono rimasti i miei più cari amici. Uno è il mio testimone di nozze, con gli altri andiamo in vacanza insieme, ci vediamo a Natale».
Qual è la differenza tra competere nello sport e in politica?
«La meritocrazia e il rispetto del livello degli avversari. In consiglio comunale chiunque può alzarsi e dire che il sindaco è un incapace, un incompetente, nello sport questo non esiste. Io di fronte a una che ha vinto le Olimpiadi non posso dire che sono più brava e che lei non è capace. Al massimo posso sfidarla, ma so già che perderò. In politica invece vale tutto e chiunque può dire di una che in tre mesi è diventata sindaca della sesta città d’Italia che non vale niente. È una cosa grottesca, che non accade in nessun altro campo: se oggi fossi un amministratore delegato, io che sono partita come figlia di un operaio, nessun dirigente dell’azienda si sognerebbe di darmi della cretina. In politica invece è normale».
Da quando si è impegnata in politica, qual è la cosa che le ha fatto più male?
«Mi fa male quando vedo mia madre o mia nonna leggere le cose che qualche scemo scrive su di me sui social. All’inizio della campagna elettorale piangevano, non capivano la violenza dei social o il fatto che dietro “Benito83” c’è magari un bot o uno pagato per scrivere quelle cose».
Un episodio che invece l’ha proprio ferita?
«È stato di recente, quando – su pressione del ministro Urso che puntava a dividere la maggioranza comunale – ho detto di sì al forno elettrico per salvare l’Ilva, l’occupazione, la possibilità che l’Italia non butti via uno degli ultimi pezzi di industria che abbiamo. Vedere un corteo aperto da uno striscione in cui davo da mangiare delle barrette d’acciaio ai bambini mi ha fatto male, anche da madre di un figlio di due anni».
La cosa che le piace di meno di Giorgia Meloni?
«Il fatto che evita le domande scomode dei giornalisti. In un Paese democratico non puoi avere un rapporto così con la stampa».
C’è qualcuno nello schieramento avversario che lei vorrebbe nel vostro?
«Luca Zaia. Su diversi temi si è staccato molto dalla linea del suo partito, sui diritti civili, ad esempio. È un moderato, non un conservatore».
Cosa manca al centrosinistra per far davvero paura a Giorgia Meloni nel 2027?
«Partiamo dal presupposto che, se il campo progressista va unito alle elezioni, fa già paura così, a livello matematico. Mancano due cose e Schlein su questo sta facendo lo sforzo più grande di tutti: la volontà di non differenziarsi a ogni costo e l’idea che, per una vittoria collettiva, serva un sacrificio dei singoli ego. In questo campo non è la somma che fa il totale».
In che senso?
«L’ho visto a Genova. Presentare un leader convincente, con dietro un gruppo che sta unito e non dà segni di cedimento ha un potere espansivo che il centrodestra non ha. Meloni ha preso voti che stavano già nella sua area, non ha guadagnato consensi».
Quindi?
«Serve la capacità di accettare un leader. Mentre a destra un leader forte unisce, a sinistra si fatica ad accettarlo».
Togliamoci il dente: se si andrà a primarie di coalizione, lei sarà la candidata dell’area riformista?
«Io non farò mai le primarie. Al di là che sono la sindaca di Genova, le trovo proprio sbagliate come strumento, anche per scegliere il leader del Pd. La sinistra deve smetterla di farle, il messaggio che devi dare alla tua base è che la dirigenza – che sia di coalizione o di partito – ti propone un programma e un leader per vincere. Nelle primarie invece io devo spiegare per un mese perché sono meglio degli altri e quindi ne devo parlare male. Bel capolavoro: in campagna elettorale la destra si unisce per vincere e la sinistra passa il tempo a spararsi addosso».
A destra fanno presto: il candidato premier è il leader del partito più forte. Si può fare?
«Ha un senso, per carità. Però deve essere riconosciuto anche dagli altri, quindi torniamo al punto di prima».
Schlein, Conte o un altro, chi è il più adatto?
«Sono la sindaca di Genova, non rispondo. Dico solo che è il momento in cui deve prevalere la maturità politica, bisogna sedersi e dire: chi di noi può vincere? Non chi ha più consenso tra i suoi, chi può convincere gli italiani».
Un modello di donna che la ispira in politica c’è?
«Sicuramente Tina Anselmi. Oltre a tutto, è importante nella sua storia la separazione tra l’idea di laicità dello Stato e le sue convinzioni personali».
Lei è credente e praticante?
«Sì».
C’è ancora bisogno in Italia di parlare di antifascismo?
«La nostra Costituzione è fondata su quello. Più che altro c’è bisogno di capire chi ha problemi a dichiararsi antifascista. Bisognerebbe pretendere, per esempio, che chi è a capo della commissione antimafia non si faccia foto con il busto del duce. E nel caso uscissero, si facesse una riflessione sul suo ruolo. C’è una grande tolleranza verso chi ha nostalgia di un periodo che non conosce».
Abbiamo capito come la pensa sulla Palestina, quando è apparsa con la fascia tricolore a salutare la partenza della Flotilla per Gaza. Sull’Ucraina invece? L’Ue dovrebbe accettare il patto che propongono Trump e Putin o l’Europa fa bene a insistere su una pace che non sia una resa all’invasore?
«Bisogna fare i conti con la realtà, ma di certo non si può pensare, dopo quello che ha fatto la Russia nel cuore dell’Europa, di avere un atteggiamento concessorio. Il pericolo di finire come Monaco ’38 esiste. Gliela diedero vinta a Hitler sui Sudeti e l’anno dopo si prese la Polonia».
Uno dei suoi scrittori preferiti è David Foster Wallace, autore del libro Una cosa divertente che non farò mai più. Qual è la sua cosa divertente che non farà mai più?
«Mmm… Sposarmi, speriamo».