Sostiene Giuseppe Antonelli che «in questo mondo fatto di parole, conoscere la loro storia, il loro significato, il loro dinamismo – cioè il loro continuo trasformarsi nel tempo – corrisponde a vivere in modo più consapevole e avere con più chiarezza la dimensione di ciò che ci viene detto». Docente di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia, Antonelli ha appena curato per il Mulino Parola per parola, coordinando una ventina tra studiosi e studiose cui dobbiamo un testo che racconta storie e usi del lessico: «Conoscere le parole», spiega, «credo sia un buon modo per stare al mondo in maniera più adulta».
Uno dei temi toccati riguarda l’evoluzione dei tanti localismi e regionalismi che oggi sono diventati d’uso comune in tutta Italia: «Secondo gli ultimi dati Istat, che si riferiscono al 2015, circa un terzo della popolazione parla “sia in dialetto, sia in italiano”, mescolandoli o alternandoli. La temuta morte dei dialetti non c’è stata, perché questi possono convivere co…
Sostiene Giuseppe Antonelli che «in questo mondo fatto di parole, conoscere la loro storia, il loro significato, il loro dinamismo – cioè il loro continuo trasformarsi nel tempo – corrisponde a vivere in modo più consapevole e avere con più chiarezza la dimensione di ciò che ci viene detto». Docente di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia, Antonelli ha appena curato per il Mulino Parola per parola, coordinando una ventina tra studiosi e studiose cui dobbiamo un testo che racconta storie e usi del lessico: «Conoscere le parole», spiega, «credo sia un buon modo per stare al mondo in maniera più adulta».
Uno dei temi toccati riguarda l’evoluzione dei tanti localismi e regionalismi che oggi sono diventati d’uso comune in tutta Italia: «Secondo gli ultimi dati Istat, che si riferiscono al 2015, circa un terzo della popolazione parla “sia in dialetto, sia in italiano”, mescolandoli o alternandoli. La temuta morte dei dialetti non c’è stata, perché questi possono convivere con la lingua italiana. Un’immagine usata da Andrea Camilleri, secondo cui la pianta è la lingua italiana e le radici sono i dialetti, introduce bene questo discorso: parliamo della linfa che continua a nutrire la lingua nazionale.
Negli ultimi decenni, guardando agli aggiornamenti dei dizionari, il nostro lessico si è glocalizzato: molti neologismi provengono dall’inglese, altri provengono da un uso locale. E lo scambio è continuo».
Tra queste parole c’è “sbolognare”. Che cosa significa e qual è il legame con Bologna?
«“Sbolognare” è una parola recente nell’uso italiano, circola dal primo Novecento. Significa appioppare a qualcuno una cosa di scarso valore e contiene un elemento di truffa: ti vendo una cosa che vale poco per una che vale tanto. Probabilmente, la sua origine è legata alla fama di falsari attribuita ai bolognesi: il primo significato con cui appare “sbolognare” è proprio quello legato alle monete false. Come si legge nei dizionari di fine Ottocento: “oro di Bologna che diventa rosso dalla vergogna”. L’immagine del falso riporta a una parola rara “princisbecco”, una lega di rame, zinco, stagno, simile nel colore all’oro, da cui l’espressione “restare di princisbecco”».
A proposito di truffe, nel libro si scrive anche di “bufala” e “bufale”. Com’è arrivata questa parola ad essere sinonimo di falsità?
«In questo caso siamo di fronte a un gergalismo, che parte non dalla mozzarella ma dalla carne di bufala. Il passaggio di significato non è chiarissimo, parrebbe partire da un malcostume di alcuni macellai e ristoratori romani, che servivano a tavola o vendevano carne di bufala al posto di quella, più pregiata, di vitella».
Tra le parole che dall’Italia hanno fatto il giro del mondo, invece, c’è “banca”. Dov’è nata?
«Partiamo da un germanismo, ma in realtà è in Toscana, nel Duecento, grazie all’intraprendenza dei mercanti fiorentini, che assume il significato di banchetto del cambiavalute. I toscani s’inventano il mestiere del banchiere e “banca/banco” si trasforma nel vocabolo che indica l’impresa che presta i soldi, ed è così in quasi tutte le lingue del mondo (bank, banco, banque). Questa storia, tra l’altro, ci aiuta a capire che gli scambi di parole tra le lingue sono fisiologiche forme di arricchimento».
Anche “bancarotta” ha la stessa genesi?
«Sì. È una parola in uso dal Quattrocento: quando uno di questi banchieri faceva fallimento, per impedirgli di continuare l’attività gli veniva rotto il banco, là dove si trovava».
Ci sono poi termini regionali che oggi hanno conquistato spazio in Italia, come “pizzino”.
«È, ovviamente, un sicilianismo, che ai primi del Duemila è entrato nei dizionari per le cronache di mafia e oggi viene usato per descrivere ogni bigliettino: chi si scambia biglietti li chiama spesso “pizzini”. Il significato, diciamo, s’è alleggerito e oggi fa notizia perché quasi nessuno più scrive a mano».
Un’altra parola con una storia singolare è “imboscato”. Da dove arriva?
«Fa parte di quei termini che hanno un aggancio con pezzi di storia, perché l’evoluzione della lingua è sempre legata a quello che succede nelle comunità. All’unificazione linguistica ha senz’altro contribuito il servizio militare e, a partire dalla Prima guerra mondiale, ci sono parole che iniziano a circolare fino a diventare di uso comune (c’è anche “fifa”, ad esempio, riportata dal diario di guerra di un soldato, che poi purtroppo avrebbe avuto il ruolo nella storia che sappiamo: Benito Mussolini). La parola “imboscato” si diffonde invece grazie al diario di un soldato molto diverso, Carlo Emilio Gadda. Lo usa sia in francese (embusqué), sia in italiano, e questo lascia immaginare che sia uno dei cosiddetti “cavalli di ritorno”, parole che partono dall’Italia e poi ricompaiono da noi con un altro significato. Forse in origine significava “nascondersi nel bosco”, poi Oltralpe divenne sinonimo di chi si allontana per non esser chiamato ad agire. Qualcosa di simile è successo all’italiano “scorta”, che dopo un lungo giro in francese e in inglese è tornato come escort, con tutt’altro significato».
Un ultimo fenomeno lo descrivono parole come “marinare” (la scuola). Perché è interessante?
«L’espressione ci permette di affrontare il tema dei geosinonimi. Esistono tanti modi per definire l’azione di non andare a scuola; oltre a “marinare” , in ogni parte d’Italia il gergo studentesco ha creato altre espressioni: “fare sega”, “fare vela”, “bruciare”, “bigiare”. Anche se, e viene un po’ da sorridere, ormai per i nostri figli adolescenti marinare la scuola è quasi impossibile, perché con il registro elettronico l’assenza è subito notificata ai genitori».
Sul Venerdì del 19 dicembre 2025