Da Hitler a Beethoven a Elvis Priesley, la storia è riscritta dal Dna
di Giuliano AluffiUn solo grammo di Dna è un archivio sterminato: può contenere fino a 215 milioni di gigabyte, ovvero un milione di volte la memoria del nostro computer. In quel deposito minuscolo alcuni genetisti d’avanguardia, stimolati dagli storici, hanno iniziato a scavare come fossero archeologi della biologia, alla ricerca di conferme, smentite e crepe nelle narrazioni tramandate per generazioni. Il risultato è un’inedita biografia delle figure che hanno plasmato – in maniera positiva o negativa – il mondo. Come Adolf Hitler: il suo profilo genetico è riemerso da un piccolo tassello di stoffa intriso di sangue, recuperato nel 1945 dal divano del bunker dal colonnello Roswell Rosengren e da questi conservato per decenni. La prima cosa che il Gettysburg Museum of History ha chiesto alla genetista forense Turi King, docente all’università di Leicester, è stata: quel sangue è davvero suo? «Ho confrontato il Dna sul divano con quello che il genealogista Marc Vermeeren aveva raccolto da un lontano di…
Un solo grammo di Dna è un archivio sterminato: può contenere fino a 215 milioni di gigabyte, ovvero un milione di volte la memoria del nostro computer. In quel deposito minuscolo alcuni genetisti d’avanguardia, stimolati dagli storici, hanno iniziato a scavare come fossero archeologi della biologia, alla ricerca di conferme, smentite e crepe nelle narrazioni tramandate per generazioni. Il risultato è un’inedita biografia delle figure che hanno plasmato – in maniera positiva o negativa – il mondo. Come Adolf Hitler: il suo profilo genetico è riemerso da un piccolo tassello di stoffa intriso di sangue, recuperato nel 1945 dal divano del bunker dal colonnello Roswell Rosengren e da questi conservato per decenni. La prima cosa che il Gettysburg Museum of History ha chiesto alla genetista forense Turi King, docente all’università di Leicester, è stata: quel sangue è davvero suo? «Ho confrontato il Dna sul divano con quello che il genealogista Marc Vermeeren aveva raccolto da un lontano discendente del Führer», ci racconta Turi King. «C’era una corrispondenza molto chiara sul cromosoma Y, il pezzo di genoma che si trasmette di padre in figlio. A questo punto il sangue sul divano poteva essere di Hitler oppure di un suo parente maschio che avesse accesso al bunker negli ultimi giorni del Reich, e questa seconda eventualità era molto improbabile».
Quindi il genoma ha cominciato a raccontare ciò che l’uomo avrebbe, probabilmente, preferito lasciare in ombra. «Una mutazione in un gene che sappiamo essere fortemente associato alla sindrome di Kallmann, condizione che causa bassi livelli di testosterone e può portare ad anomalie nello sviluppo dei genitali. Ciò si allinea a documenti secondo cui Hitler avrebbe sofferto di criptorchidismo unilaterale (condizione in cui uno dei testicoli non scende correttamente nello scroto) e a dicerie su come i commilitoni di Hitler, durante la Prima guerra mondiale, lo dileggiassero nel vederlo nudo», spiega la genetista. «La sindrome di Kallmann è una malattia legata a un solo gene e quindi la diagnosi può avere un senso, seppure con tutti i limiti del caso: noi genetisti nel Dna troviamo solo predisposizioni, che poi possono anche non sfociare in malattie. Più difficile è trarre conclusioni riguardo ai disturbi che toccano più geni, come quelli della personalità. Possiamo però dire che il Dna di Hitler lo porrebbe nell’1 per cento della popolazione a maggior rischio di schizofrenia e disturbo bipolare».
Il ragazzo di Norimberga
Ben più netto è stato, giusto un anno fa, il verdetto di Turi King sul mistero di Kaspar Hauser, il ragazzo apparso nel 1828 a Norimberga come un fantasma sbucato dal nulla, per poi morire solo cinque anni dopo in circostanze oscure. «Kaspar sosteneva di essere cresciuto dentro una cella, in totale isolamento, e in effetti nessuno sapeva dire da dove venisse. La teoria più suggestiva lo dipingeva come l’erede segreto del Granducato di Baden, sottratto alla culla per un intrigo di corte», dice King. «Abbiamo confrontato il Dna trovato nei capelli e nel sangue del ragazzo con quello dei discendenti del granduca: erano totalmente diversi». Così la teoria è crollata come una favola, lasciando irrisolta, forse per sempre la domanda: chi era Kaspar Hauser?
Una storia di paternità segrete è invece emersa, sempre sotto il microscopio di Turi King, quando ha studiato un Dna davvero regale, quello di Riccardo III: «Mi fu chiesto di identificare uno scheletro trovato nel 2012 in scavi archeologici nel sito corrispondente all’antico monastero dei frati grigi di Leicester (demolito nel 1600), dove si sapeva essere stato sepolto Riccardo III. Il re aveva 32 anni al momento della morte e lo scheletro mostrava un’età compatibile. Inoltre aveva i segni della pronunciata scoliosi sofferta dal re», dice la docente.
Albero genealogico
«La genetica è stata cruciale per il riconoscimento: il Dna mitocondriale dello scheletro, quello che si eredita solo dalla madre e non subisce rimescolamento a ogni generazione (è quindi molto stabile), combaciava perfettamente con quello di due discendenti viventi. Invece il cromosoma Y, che si eredita di padre in figlio, era diverso da quello dei discendenti. Questa scoperta non contraddice l’identificazione dello scheletro, ma ci suggerisce che tra il 1485 e oggi ci sia stata almeno una falsa paternità nella discendenza di Riccardo III». Segreti che i potenti del tempo tenevano ben nascosti.
Una crepa simile attraversa anche la storia familiare di Beethoven, secondo il genetista Tristan Begg dell’università Cattolica di Leuven: «Il cromosoma Y estratto dal Dna nei capelli del compositore tedesco era molto diverso da quello di cinque discendenti diretti della famiglia. È stata una sorpresa, e le spiegazioni alternative erano due, o una truffa, molto difficile da orchestrare, oppure un evento di paternità extramatrimoniale», ci spiega. «Del resto già era stato ipotizzato dallo studioso Claus Canisius che il padre di Beethoven potesse essere un figlio illegittimo, in quanto non esiste alcuna registrazione del suo battesimo, a differenza dei suoi fratelli, tutti rilevati». Dal Dna emerge anche il seme di problemi che afflissero Beethoven in vita: «Aveva una variante genica che triplica il rischio di cirrosi, se combinata con il consumo di alcol», sostiene il genetista . «Bisogna dire che la maggior parte delle fonti storiche sottolinea che il compositore beveva in modo moderato. Pare però che bevesse di più nei suoi ultimi anni, insieme all’amico Carl Holz, e forse questo contribuì all’ultimo peggioramento». Più sorprendente è stato, per il genetista, scoprire tra i capelli di Beethoven un genoma virale completo dell’epatite B: «Ciò fa pensare a un’infezione cronica, compatibile con l’itterizia che lo colse nel 1821 e con la morte nel 1827 per danni epatici». Il Dna resta muto, invece, per la sordità di Beethoven: «Non abbiamo trovato nessuna mutazione associabile a sordità genetica. Del resto gli scritti e le testimonianze dell’epoca contraddicono l’ipotesi di una sordità congenita: sappiamo che accusò i primi disturbi a 26 anni e poi un forte peggioramento nel 1801. Possiamo anche dedurre che le sue difficoltà comportamentali, come gli scatti d’ira e le fasi di depressione, non fossero legate alla sordità perché ne soffrì fin dall’adolescenza».
E se si parla di musicisti e depressione, non si può tralasciare Elvis Presley: il suo Dna è passato sotto l’occhio attento di Stephen Kingsmore, direttore del Rady Institute for Genomic Medicine di San Diego. «Volevamo capire che peso avesse avuto la genetica nella salute traballante di Elvis e nella sua morte», ci spiega. «Nel suo Dna abbiamo trovato mutazioni nel gene Gdf6 associate ai difetti nella colonna vertebrale (che potrebbero spiegare come nell’autopsia di Elvis si trovarono tre fratture spinali). Ma la scoperta più interessante è stata una mutazione nel gene Mybpc3 che è associata – anche se non fortemente –alla cardiomiopatia ipertrofica, un ispessimento e indebolimento del cuore». E in effetti l’autopsia mostrò che Elvis, morto di infarto, aveva un cuore ingrossato. «Sommata allo stile di vita dissoluto di Elvis, questa predisposizione potrebbe spiegare la morte prematura: per citare il grande genetista Francis Collins, capo della decodifica del genoma umano: i geni caricano l’arma, ma è l’ambiente a premere il grilletto».
Sul Venerdì del 19 dicembre 2025