Natale a casa Giomi, il cassiere licenziato dal Pam
Ernesto FerraraPoggibonsi (Siena). Come hanno fatto a licenziare in tronco uno così lo sanno solo loro: «Pensa che in tredici anni in quel supermercato ho avuto due procedure disciplinari, una per anticipo. Avevo fatto troppo presto al lavoro» racconta Fabio Giomi, 62 anni, il più famoso ex cassiere della Pam d’Italia, vittima del famigerato test del carrello, nuovo terrore di tutti i commessi. Il suo volto da settimane gira per tv e tiggì. Il segretario della Cgil Maurizio Landini lo ha voluto al suo fianco sul palco di Firenze nel giorno dello sciopero generale, il 12 dicembre. Lo hanno fatto fuori perché non si è accorto di un finto cliente che rubava la merce. Le catene con questo metodo hanno cominciato a falcidiare i dipendenti con una certa anzianità: quelli che costano di più, meglio scaricarli per prendere tirocinanti, under 30 con gli sgravi. «Mi hanno licenziato con una pratica scorretta, però, che contesto nel merito. Non avrei mai pensato di diventare un simbolo. Onestamente mi sento un…
Poggibonsi (Siena). Come hanno fatto a licenziare in tronco uno così lo sanno solo loro: «Pensa che in tredici anni in quel supermercato ho avuto due procedure disciplinari, una per anticipo. Avevo fatto troppo presto al lavoro» racconta Fabio Giomi, 62 anni, il più famoso ex cassiere della Pam d’Italia, vittima del famigerato test del carrello, nuovo terrore di tutti i commessi. Il suo volto da settimane gira per tv e tiggì. Il segretario della Cgil Maurizio Landini lo ha voluto al suo fianco sul palco di Firenze nel giorno dello sciopero generale, il 12 dicembre. Lo hanno fatto fuori perché non si è accorto di un finto cliente che rubava la merce. Le catene con questo metodo hanno cominciato a falcidiare i dipendenti con una certa anzianità: quelli che costano di più, meglio scaricarli per prendere tirocinanti, under 30 con gli sgravi. «Mi hanno licenziato con una pratica scorretta, però, che contesto nel merito. Non avrei mai pensato di diventare un simbolo. Onestamente mi sento un normale lavoratore. Non mi piace nemmeno il clamore, anche se aiuta perché quando si spengono le luci resti solo tu, faccia a faccia con il tuo fallimento. Ti torna in mente la lettera di licenziamento. E allora serve sapere che qualcuno si sta interessando a te» dice Fabio nel salotto di casa sua, dove siamo andati a trovarlo.
Poggibonsi, provincia di Siena. Vecchio isolato di case popolari, giardinetti ordinati. Ci sono molte statuette di dèi indiani in casa di Fabio e Ivana, sua moglie: Ganesha, Krishna, Kali. «All’ingresso ho messo Kubera, il dio della ricchezza. Magari è di buon auspicio». Sugli scaffali della libreria c’è un quadretto di Mafalda che dice “Chissà se i tempi migliori lo sanno, che li stiamo ancora aspettando”. In corridoio spunta Tommaso, il nipote più piccolo, 8 anni: dai nonni viene spesso a fare i compiti e ha lasciato in giro libri e peluche: oggi è qui per dare una mano a fare il presepe, gli addobbi, un piccolo albero di Natale. Quando arriviamo c’è un mini raduno di famiglia: c’è Matteo Emanuele, che è il figlio minore di Fabio e Ivana, lavora come disegnatore in una ditta di arredo e nella pausa è venuto a salutare; ci sono le due nuore, Arianna, compagna di Matteo Emanuele, e Ylenia, compagna di Leonardo, che fa l’operaio nella ditta dello zio.
Alle pareti i quadri di Fabio, che ama dipingere, è la sua passione dai tempi dell’istituto d’arte: scene quasi hopperiane, donne sedute in riva al mare, i lampioni di una piazza deserta. Un po’ malinconiche, ma piene di forza. Quella che Fabio s’è dovuto dare: «Mi sono trovato senza lavoro all’improvviso». Un ispettore della Pam gli ha nascosto della merce nella spesa e lui alla cassa non se n’è accorto: rossetti, mascara, lacci per capelli, bottoni e fondotinta in un cartone di birra. Buste di salmone sotto le casse d’acqua: 105,75 euro non incassati, gli hanno contestato. Test del carrello fallito. Convocazione e lettera raccomandata, il 27 ottobre: “Grave inadempienza, disattenzione che arreca danno all’azienda. Licenziamento immediato”. A nulla sono valse le giustificazioni scritte addotte da Fabio. «Mi hanno mandato in confusione. E non avrei mai potuto trovare le cose nascoste a meno di rompere le confezioni. Ma non si può fare. Non ce lo hanno mai mostrato nemmeno nei corsi di formazione».
Peraltro era il secondo test che gli facevano in due mesi. Il primo era andato bene. Poi altre contestazioni disciplinari per gli orari. Fabio era stato puntato. Forse perché è delegato sindacale della Cgil. Certo non pensava arrivassero a tanto. E invece. Pam peraltro lo ha rifatto, in Toscana e anche a Roma: altri licenziamenti col test del carrello, dopo Fabio. «Non una sospensione o magari una multa: mi hanno licenziato. Via. A casa. Mi sono vergognato anche a salutare i miei colleghi quando sono uscito dall’ufficio del responsabile del personale. Tornato a casa, ero sotto shock, e ho dovuto dirlo a mia moglie. Ai miei figli non ce l’ho fatta, glielo ha detto lei. Non sono riuscito a piangere. È stato tragico. Anche i giorni dopo. Poi ho reagito. Mi sono detto che dovevo combattere».
Mille euro al mese
Ivana è pure più agguerrita di lui: «Questa era una casa popolare. Quando il Comune ha deciso di vendere, abbiamo preso un prestito per comprarla. Lui guadagnava mille euro, io poco più. Adesso non sappiamo come fare. Abbiamo dovuto garantire per il mutuo di uno dei figli. E le rate del prestito vanno pagate. Quando faccio la spesa, le tolgo io le cose dal carrello ora, perché non ce la facciamo. I miei figli ci aiutano. La prima cosa che hanno detto è stata “adesso che facciamo?”. Mi hanno commosso. E mi fa rabbia il trattamento che hanno inflitto a Fabio, che è una persona perbene, non è un connivente di ladri, non è un irresponsabile». Fabio non si è perso d’animo. Ha fatto la richiesta della Naspi, la disoccupazione. Ha cominciato a mandare i primi curriculum: «A 62 anni sarà dura. Ma devo tentare. E intanto non rinuncio alla vertenza». Ha qualcosa da dire alla politica: «Spero che torni a occuparsi di più della gente. Delle pratiche delle aziende di cui non hanno conoscenza i politici. Della dignità del lavoro. E dell’umanità sul lavoro». Si sente “di sinistra”, Giomi: «Se c’era sempre un partito, io ero comunista. Credo nel sindacato, la Cgil mi è vicina. Ho incontrato il cardinale di Siena Augusto Paolo Lojudice. Serve attenzione ai lavoratori».
Tornare? Non so
Ci sarà un miracolo per Natale? Lui non ci spera, ma dopo due incontri con i sindacati davanti al prefetto, Pam ha proposto di trasformare il licenziamento in dieci giorni di sospensione. Per i sindacati significherebbe legittimare il test del carrello, dunque hanno risposto di no. Se qualcosa cambierà, lo sapremo il 27, alla prima udienza davanti al giudice. «Mi piaceva il mio lavoro. Mi piaceva essere gentile con la gente. E poi lavorare ti dà un orario, una regola, ti senti parte di qualcosa. Ma non sono sicuro che tornerei in quel posto. Dovrei pensarci». Per l’ex cassiere Giomi, ora che è diventato un caso nazionale, è importante che tutti sappiano che «di fronte alle ingiustizie non si abbassa il capo».
Sul Venerdì del 19 dicembre 2025