Maria e Giuseppe, cent’anni e non sentirli
Casaleggio (Novara) e Ispra (Varese). Realizzare questo servizio è stata un’esperienza commovente e io ringrazio Giuseppe e Maria per avermela regalata. Attenzione, però. Non quei Giuseppe e Maria, bensì due esseri viventi giunti da poco a quota cento, numero che di solito coincide con gli anniversari e invece per loro è ancora un compleanno. Si chiamano Maria Tarenzi da Casaleggio e Giuseppe Buzzi da Ispra, la classe è la 1925 e vuol dire nascere con le carrozze a cavallo e passare le feste in piena civiltà degli algoritmi, un viaggio lisergico che nemmeno Philip K. Dick. Da fare con un certo buonumore, però.
Fosse viva Ornella Vanoni, sarebbe felice di sapere che i miei super nonni, senza essersi parlati prima, mi hanno detto entrambi che la rice…
Casaleggio (Novara) e Ispra (Varese). Realizzare questo servizio è stata un’esperienza commovente e io ringrazio Giuseppe e Maria per avermela regalata. Attenzione, però. Non quei Giuseppe e Maria, bensì due esseri viventi giunti da poco a quota cento, numero che di solito coincide con gli anniversari e invece per loro è ancora un compleanno. Si chiamano Maria Tarenzi da Casaleggio e Giuseppe Buzzi da Ispra, la classe è la 1925 e vuol dire nascere con le carrozze a cavallo e passare le feste in piena civiltà degli algoritmi, un viaggio lisergico che nemmeno Philip K. Dick. Da fare con un certo buonumore, però.
Fosse viva Ornella Vanoni, sarebbe felice di sapere che i miei super nonni, senza essersi parlati prima, mi hanno detto entrambi che la ricetta della longevità è una sola: l’allegria. Prepariamoci allora a una vecchiaia aumentata per nulla noiosa, perché questa è una storia di centenari che saltano dalla finestra (o quasi), inseguimenti in girello e weekend in camper. Risotti e ragù, mica minestrine.
Sempre di più, sempre più su
Sulla strada per Ispra, a un passo dal Lago Maggiore, rivedo i numeri. I centenari sono in crescita, in questi giorni escono i nuovi dati Istat e comunque si parla di oltre 23 mila persone, otto su dieci donne, primato nazionale alla Liguria, scettro individuale a nonna Laurina, in quel di Avellino, 115 anni un mese fa. Intendiamoci: tagliare un simile traguardo non è sempre una gioia, per chi ci arriva solo e malato dev’essere una gran fatica, ma non è il caso dei due ultra in questione che invece – mi dicono – sono arzilli come leprotti. «Mi raccomando puntuale», insiste al telefono la sindaca Rosalina Di Spirito e io non vedo il problema, chissà dove dovrà andare il mio Giuseppe Buzzi centenario. In Liguria, deve andare. Con il camper che guidava da solo fino a due anni fa e che oggi è affidato alla figlia Fiorella. Così, quando arrivo in Comune, con dieci minuti di ritardo, già freme: «Cominciamo ché ci aspettano per pranzo». Un pasto leggerino, immagino. «No. Io ho sempre mangiato di tutto, anche adesso». Con aria materna Fiorella corregge il tiro: «Però al bar siamo passati dal bianchino al Crodino...» e Giuseppe sospira, a qualcosa si dovrà pur rinunciare. L’addio alla moglie Clara, per esempio, è stato molto più doloroso. È un tipo tosto ma gliela leggi negli occhi, la commozione, quando parla della donna con cui ha condiviso la vita. «Negli ultimi anni ha avuto l’Alzheimer, poveretta. Invecchiare fino a questa età è bellissimo, ma non vorrei continuare a vivere se non potessi vivere come dico io». Sua figlia conferma: al bar con gli amici Giuseppe ci va per davvero, tutti i giorni. A piedi e non più in camper, ma ci va. «Erano gli anni che erano e mi sono fatto tutta la trafila, figlio della Lupa, avanguardista, giovane Balilla». Poi arriva la guerra ma lui non parte, viene congedato. «Però ho ancora sotto gli occhi il bombardamento dell’Aer Macchi di Varese». Gli è morto un figlio, a Giuseppe, tanti anni fa, nato appena un mese prima del tempo. Poi è arrivata Fiorella, cresciuta con il lavoro di manutenzione dei telefoni, quando gli apparecchi non stavano in tasca ma attaccati ai muri. «È stata la mia vita per quarant’anni», dice con un orgoglio che quasi spaventa davanti all’idea liquidissima con cui pensiamo il lavoro oggi, della famiglia non ne parliamo. E ora? «Mi piacerebbe riprendere l’aereo, andare in Brasile». Ah però. Fiorella è un po’ scettica, la prossima estate papà dovrà accontentarsi di un viaggio in Spagna, magari. In attesa di spiccare il volo c’è da fare Natale con quattro gradi di discendenza, fino alla bisnipote che lo chiama papino. Che bello dev’essere, per un bambino, crescere accanto a una radice che arriva da così lontano.
Giuseppe Buzzi da Ispra è tosto ma pacifico, dice che una delle ragioni per cui è arrivato fin qui, appunto, è essersi arrabbiato molto poco in vita sua. L’altra è fare l’amore «più che si può, fin quando si può», e visto l’ultimo rapporto Censis possiamo immaginare un deciso aumento di centenari nei tempi a venire. Ci sarebbe anche la genetica, visto che nella stirpe ci sono stati tre cugini capaci di superare i cento, ma il tempo stringe e Giuseppe si alza per primo e si scusa: «Ora dobbiamo proprio metterci in autostrada». Non sarà proprio come l’aereo, ma per un weekend va bene lo stesso.
Fughe in girello
Dal lago alle risaie, cinquanta minuti d’auto dopo, il paesaggio è ribaltato. Prima si vedevano le Alpi in lontananza, ora che mi avvicino a Casaleggio di Novara ho davanti solo faggeti, coltivazioni a perdita d’occhio e uccelli acquatici in ricognizione. Per una ragazza su due, cent’anni fa, nascere da queste parti significava polpacci a mollo e schiena curva, il sentiero segnato era fare la mondina. «Ma non mi è venuta l’artrosi», dice compiaciuta Maria Tarenzi, che il riso lo ha raccolto per mezzo secolo, grazie al riso ha costruito la sua casa e per il riso per poco non ci rimette la pelle, ai tempi della guerra. «Mi pagano con un sacco da 60 chili, parto per Cremona dove vive mia madre e quando arrivo alla stazione di Milano suonano le sirene, tutti giù nei rifugi ma io non voglio lasciare il riso incustodito. Un carabiniere che mi intima di andare con gli altri e allora mi siedo sopra il sacco e mi piazzo lì, nella piazza vuota, mentre attorno si sente il rumore delle bombe». Maria lo racconta andando a cercare con gli occhi le immagini, e intanto io penso che Robert Capa avrebbe fatto follie per immortalare una scena così. Che caratterino, però. Evidentemente se non sei uno tosto a cent’anni in questo modo non ci arrivi, nemmeno se la salute ti aiuta. «Ma lei lo sa che stavo per morire a diciott’anni, io?». E come?, signora Tarenzi. «Ho preso il tifo, ricordo il giorno che mi hanno portato all’ospedale, su una barella, con me che dicevo attenti, ci sono i fascisti». Fa una faccia, quando dice fascisti. La soddisfazione se la prende dopo: «Certo che sono andata a votare, per la Repubblica». Con Giuseppe non si conoscono, vorrà dire che i centenari sono un po’ come i gemelli, a distanza vivono le stesse cose. «Faccio la vita che facevo prima, cucino e mangio i miei risotti, solo tutto un po’ di meno». Eccola qui, la decrescita felice. «Soprattutto ho sempre mantenuta viva in me l’allegria, senza aver paura di nulla». Ne sa qualcosa Patrizia, che sua madre la deve inseguire fuori dal cancello di casa, quando Maria imbraccia il girello e senza avvertire prende e va, giusto il tempo di una boccata d’aria. Quando non scappa, alla supernonna delle mondine piace guardare la tv, è il primo elettrodomestico che ha acquistato, per lavatrice e frigorifero ha preferito aspettare. «Mio figlio andava a casa degli altri per vederla, così sono andata da un concittadino che me l’ha venduta dietro l’impegno di pagargliela poco per volta». Altri tempi, altre relazioni, e la signora Tarenzi si incupisce: «I rapporti tra le persone sono cambiati, peggiorati». Chissà se è vero, di sicuro oggi una televisione sulla parola non te la vende nessuno.
Abbracci e allegria
Maria vorrebbe chiacchierare ancora ma adesso sono io che devo andare, e mi ci vuole un certo sforzo per abbracciare lei e non il ricordo di mia madre. «Volevo costruire la mia casa, ho lavorato tutta la vita solo per questo», mi ripete all’orecchio preoccupata che me ne scordi. «Lo scriva nell’articolo, mi raccomando. E si ricordi dell’allegria». Poi saluta agitando le mani nodose, chissà come dev’essere sentirsi sulle dita radici piantate così indietro nel tempo. Di sicuro, la sua e quella di Giuseppe saranno una delle ultime generazioni a ricevere un dono così grande senza averlo cercato né richiesto, una longevità per natura più che per desiderio, un rimpicciolirsi senza ostinazione. Una cosa come finché il camper va, lascialo andare. E, intanto, Buon Natale.
Sul Venerdì del 19 dicembre 2025