Babbo Natale, beata innocenza
di Annalisa CuzzocreaMa voi, questa storia di Babbo Natale, come l’avete risolta? Mi spiego: sono cresciuta negli anni Ottanta nel Sud Italia e avevo un fratello maggiore. Questo significa che non ho mai creduto né a Babbo Natale, né alla Befana, forse per un po’ al topino dei dentini, ma insomma, non per molto. Mio fratello era stato spietato: «Babbo Natale non esiste, sono mamma e papà, dobbiamo solo capire dove nascondono i regali». Credo me lo abbia detto che avevo appena cinque anni, di certo è uno dei primi ricordi che ho. I suddetti regali erano regolarmente stipati dentro ad alcuni sportelli dello studio di mio padre, e siccome la carta rosa del giocattolaio Aloi era del tutto trasparente, io sapevo sempre prima se l’agognata Barbie sarebbe arrivata, o se mi sarebbe toccata una macchina giocattolo per fare a maglia, o un più gradito Gira la moda. Chi ha la mia età sa di cosa parlo. Chiaramente, con i miei figli ho fatto tutto il contrario. Riti magnificamente sceneggiati di fatine dei dentini che …
Ma voi, questa storia di Babbo Natale, come l’avete risolta? Mi spiego: sono cresciuta negli anni Ottanta nel Sud Italia e avevo un fratello maggiore. Questo significa che non ho mai creduto né a Babbo Natale, né alla Befana, forse per un po’ al topino dei dentini, ma insomma, non per molto. Mio fratello era stato spietato: «Babbo Natale non esiste, sono mamma e papà, dobbiamo solo capire dove nascondono i regali». Credo me lo abbia detto che avevo appena cinque anni, di certo è uno dei primi ricordi che ho. I suddetti regali erano regolarmente stipati dentro ad alcuni sportelli dello studio di mio padre, e siccome la carta rosa del giocattolaio Aloi era del tutto trasparente, io sapevo sempre prima se l’agognata Barbie sarebbe arrivata, o se mi sarebbe toccata una macchina giocattolo per fare a maglia, o un più gradito Gira la moda. Chi ha la mia età sa di cosa parlo. Chiaramente, con i miei figli ho fatto tutto il contrario. Riti magnificamente sceneggiati di fatine dei dentini che li seguivano in ogni dove, case al mare, trulli, montagna. Se un dente cadeva, la fatina indovina conosceva la strada e non sbagliava mai. Poi, certo, ogni tanto dimenticava di ritirare il dente sotto al cuscino il primo giorno e di lasciare in cambio quei pochi euro tanto attesi, ma si trattava al più di pazientare 24 ore, e ce l’avrebbe fatta (seguiva battibecco tra coniugi: ti sei ricordato la fatina? Io no, e tu? No, e ora? Vabbè, diciamo che passa domani). E poi Natale, appunto: tazze di latte lasciate per le renne, con tanto di biscottini allo zenzero, ai piedi dell’albero il giorno di vigilia. E prontamente svuotate a metà all’alba, dopo aver passato la notte a incartare doni in garage e a trasportarli silenziosamente in salone, attenti a ogni minimo rumore potesse turbare il sonno e la magia. Una recita faticosa e bellissima, quella che non avevo avuto e che avevo desiderato guardando troppi film americani, ma adesso? Il diciassettenne ha confessato alle medie che già dall’anno prima ci aveva sgamati, e che a scuola gliel’avevano detto e poi insomma la sua razionalità settecentesca gli impediva di credere in renne che volano e regali preparati dagli elfi già da un po’. L’undicenne, invece, fa la vaga: «Devo ancora scrivere la lettera a Babbo Natale», dice ogni tanto spiando la nostra reazione. Oppure, «sai che quest’anno forse non chiedo niente?», e ancora lì a guardare da sotto in su. Io tento un «ormai sei grande, Babbo Natale è per i piccoli», e lei: «Ma a C. ha portato regali fino ai 14 anni! Perché a me no?». Insomma, un disastro. La domanda è, a fronte di fratelli troppo rispettosi, e di preadolescenti furbissime, chi deve rompere l’incantesimo? E se continuassimo a fingere ancora per un anno che le renne volino e gli elfi eseguano alla lettera ogni desiderio? Pensandoci, di tutte le finzioni, mi pare la più innocente.
Sul Venerdì del 27 dicembre 2025