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La rivoluzione sostenibile. In un villaggio in Colombia

Agua Bonita, in Colombia, è una delle zone assegnate agli ex Farc. A destra, uno dei murales del paese. foto di Gabriella Saba 

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Ad Agua Bonita vivono gli ex guerriglieri delle Farc che hanno firmato la pace con lo Stato. Un esperimento unico, autofinanziato, ispirato agli ideali del gruppo. Senza guerra né violenza. Un miracolo?
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Avevo visto la foto di Victoria prima di conoscerla, alla mostra che alla fine di ottobre si era tenuta alla Casa della Cultura di Agua Bonita: documenti e immagini che raccontavano la storia di questa comunità quando era agli albori. Siamo nel mezzo dell’Amazzonia, lontano da tutto: negli scatti, una Victoria più giovane di nove anni sorrideva accanto a un bimbo che a quel tempo aveva pochi mesi. Era il 1° gennaio del 2017 e lei, che per vent’anni aveva combattuto nelle Farc, era una dei trecento ex guerriglieri che da varie zone del dipartimento del Caquetá si erano trasferiti in quel posto che battezzarono Poblado Héctor Ramírez ma che tutti oggi conoscono come Agua Bonita. Allora, Victoria e gli altri fecero una scommessa ardita. Un mese e mezzo prima del loro arrivo, le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – il gruppo guerrigliero che da cinquant’anni combatteva contro lo Stato – avevano firmato con l’allora presidente Juan Manuel Santos un accordo di pace: 13mila guerrigl…

Avevo visto la foto di Victoria prima di conoscerla, alla mostra che alla fine di ottobre si era tenuta alla Casa della Cultura di Agua Bonita: documenti e immagini che raccontavano la storia di questa comunità quando era agli albori. Siamo nel mezzo dell’Amazzonia, lontano da tutto: negli scatti, una Victoria più giovane di nove anni sorrideva accanto a un bimbo che a quel tempo aveva pochi mesi. Era il 1° gennaio del 2017 e lei, che per vent’anni aveva combattuto nelle Farc, era una dei trecento ex guerriglieri che da varie zone del dipartimento del Caquetá si erano trasferiti in quel posto che battezzarono Poblado Héctor Ramírez ma che tutti oggi conoscono come Agua Bonita. Allora, Victoria e gli altri fecero una scommessa ardita. Un mese e mezzo prima del loro arrivo, le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – il gruppo guerrigliero che da cinquant’anni combatteva contro lo Stato – avevano firmato con l’allora presidente Juan Manuel Santos un accordo di pace: 13mila guerriglieri come loro avevano deposto le armi per ritirarsi nei territori che gli erano stati concessi per tornare alla vita civile. Uno di quelli era Agua Bonita, che rispetto agli altri aveva però un piano ambizioso: diventare un modello di sviluppo fondato sui valori originari delle Farc ma senza guerra né violenza. Una società che al pragmatismo unisse solidarietà e giustizia ma anche un villaggio perfettamente organizzato che puntasse all’autosostenibilità. Una scommessa, appunto. Ritrovare Victoria felice nelle strade del villaggio oggi, dimostra che l’esperimento in qualche maniera ha funzionato.

Un calcio al passato

A partire dal 2017 con l’aiuto dello Stato gli ex guerriglieri hanno costruito case, asfaltato strade, e fondato una cooperativa che oggi gestisce gran parte dell’economia: coltivazioni di ananas e allevamenti di vacche ma anche cabañas per i visitatori, un market e un centro di primo soccorso per i malati, una biblioteca intitolata ad Alfonso Cano, ideologo delle Farc ucciso nel 2011. L’energia elettrica la fornisce lo Stato, mentre l’acqua arriva da una finca (una tenuta) della comunità. La sola raccolta di ananas rende intorno alle cento tonnellate all’anno: ottimi risultati che in questi anni hanno attirato altre persone, tanto che gli abitanti di Agua Bonita sono adesso più di cinquecento. Tutto è impeccabile qui, c’è perfino un campo sintetico di calcio. Nel corso dell’anno l’evento principale è il Festival della riconciliazione e della pace Agua Bonita se pinta de colores che per una settimana a ottobre trasforma le strade e le case nello scenario di attività sociali e artistiche. Il punto forte sono i murales che tappezzano gran parte dei muri: animali mitologici e i ritratti dei leader storici delle Farc accanto ad alberi e fauna della biodiversità locale. A realizzarli sono artisti di tutta la Colombia scelti per l’impegno a favore della pace, stando a quanto ci spiega Duber Bermudez, trentenne attivista che è uno dei registi della manifestazione. Perfino la delegazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha visitato il villaggio è rimasta stupefatta davanti a quello sfoggio di creatività. Chi non sa nulla di Colombia potrebbe chiedere: “Ma la pace tanto invocata non era già stata firmata?”. Il fatto è che non tutti i guerriglieri hanno accettato l’accordo – ci spiega Bermudez – e una minoranza ha continuato a combattere dando vita alle cosiddette disidencias, gruppi di combattenti che si aggiungono ai cartelli narcos e al gruppo guerrigliero Eln, Ejército de Liberación Nacional. Con tutti questi il presidente Gustavo Petro vuole accordarsi per una paz total e Agua Bonita lo appoggia. Le disidencias hanno assassinato molti dei sostenitori degli accordi, altri sono l’obiettivo di gruppi criminali che vorrebbero annettere le terre che sono state concesse ai cosiddetti firmantes. Insomma, la vita delle ex Farc non è facile e un attentato a settembre ha sollevato allarme, anche se Agua Bonita gode di una certa sicurezza.

A pranzo con l’ex nemico

A chi ci arriva in auto da Florencia, capitale del Caquetá, lungo la strada che si snoda tra quebradas e buche, Agua Bonita appare come un pugno di colore, affollatissimo durante il festival, a cui vengono invitati anche centinaia di esponenti dell’esercito, della polizia e del Gaula, le forze antisequestro. Ci metti poco a familiarizzare e gli abitanti sembrano i protagonisti di un’opera teatrale. Come il quarantaquattrenne Reinaldo Martínez a cui è rimasto il nome di battaglia Diego, vent’anni in vari frentes guerriglieri spesso come comandante, un tipo con baffetti e la risata facile che diventa mortalmente serio quando parla delle Farc. «I valori della guerriglia saranno i nostri valori per sempre!», ci spiega.

La sua compagna da una vita, Esperanza Torres, nota come Ximena, aveva meno di quattordici anni quando si arruolò per “andare al monte”, che nel linguaggio delle Farc vuol dire trasferirsi in mezzo agli alberi e alle piante della selva. Nella casa luminosa in cui vive insieme a Diego non fa che rispondere a chiamate di lavoro. è stata comandante pure lei, donna Ximena? «Qualche volta mi è toccato», risponde. Ximena e Diego sono tra i leader della cooperativa a cui fanno capo gran parte delle imprese del paese: ma tutti i firmantes sono personaggi, ognuno a modo suo. Come Abelardo, un tipo dalla faccia comica che vedi come attore narrante nello spettacolo in cui i ragazzini del villaggio ripercorrono la storia della guerra colombiana. O a strofinare i tavoli della mensa perché, mi spiegano, «nelle Farc uomini e donne avevano gli stessi diritti e doveri». Senso unicoè una narrazione senza ombre, quella sulla guerriglia, in cui qualunque dubbio è visto con stupore. Prendi quei leader che ti guardano dai muri delle case e di cui grandi didascalie celebrano la grandezza, come El Mono Jojoy, capo militare ucciso nel 2010 su cui, per dirla tutta, pendevano le accuse di 105 azioni terroriste e narcotraffico. «Mai, in nessun momento la guerriglia si è mischiata con la droga!», tuona Diego. «Sono falsità diffuse dalla stampa». è una vecchia polemica e non siamo qui per questo: il passato è passato e la pace ha inaugurato un’era nuova. Nello scenario di miseria e isolamento di regioni come il Caquetá – tra le più povere della Colombia e una delle roccaforti delle Farc – nemmeno le motivazioni sono uguali. «Perché sei diventato guerrigliero, Elder?». «Perché mi piacevano le armi». «E tu, Patricia?». «Ero come quelle che si sposano per scappare dai genitori. Io mi sono sposata con la guerriglia».

Patricia è della regione del Risaralda e fino a quando la famiglia non si trasferì nel Caquetá non aveva idea di cosa fossero le Farc. Poi, uomini armati in uniforme cominciarono ad andare a casa sua per reclutare lei e i fratelli e disse ok, aveva quindici anni e ci rimase fino a trenta. «Una vita bellissima, eravamo una grande famiglia», ricorda. In quel periodo Patricia ebbe due figli: la prima l’affidò a una coppia perché le Farc proibivano di tenere bambini, ma quando restò incinta del secondo lasciò il movimento e tornò dai genitori. Il padre del figlio minore è Diego. Patricia oggi vive con il ragazzo in una bella casa che per metà le hanno pagato altri ex guerriglieri e per metà il figlio, che si divide tra lavoro nella cooperativa e studi all’università di Florencia ed è orgoglioso del passato dei genitori: «Solidarietà e impegno a non lasciare indietro nessuno».

Non fermarsi mai

Soltanto quando il festival finisce, Agua Bonita torna alla dimensione di solitaria enclave nella selva: nelle strade si aggirano pochi bambini in bicicletta e qualche moto. A rompere il silenzio solo il canto dei galli e le note della musica ranchera. I passanti si muovono con un aria affaccendata che mi spiegano essere retaggio della vita nelle Farc, quando non stavano mai fermi, con marce e doveri quotidiani. Perfino dove il paesino si sfilaccia e la vegetazione di palme e rossi bastones del rey si fa arruffata e appaiono i pollai uno accanto all’altro, è chiaro che niente qui è lasciato al caso. Sono ordinate, in una simmetria perfetta, anche le file di pneumatici arrangiati come vasi, da cui spuntano piantine colorate.

Sul Venerdì del 27 dicembre 2025

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