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Egitto, la “repubblica” di al Sisi fondata sulla repressione

Al vertice di Sharm el Sheik di ottobre, al Sisi ha ospitato i leader del mondo per parlare di Gaza: fra loro Donald Trump e Giorgia Meloni (Michael Kappeler / Getty Images) 

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Negli ultimi anni lo spazio per il dissenso è diminuito, ma è cresciuto il gap fra una minoranza benestante e la maggioranza poverissima. Durerà?
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Nel centro di piazza Tahrir, dove nel 2011 c’era il cuore pulsante di quella rivoluzione che in 18 giorni mise fine ai trent’anni del regime di Hosni Mubarak, oggi c’è un obelisco circondato da sfingi, fatte arrivare da Luxor: lo scopo – non dichiarato ma chiarissimo – è impedire ogni forma di assembramento. Se i leoni dal volto umano non fossero sufficienti, a scoraggiare eventuali ribelli ci penserebbe la polizia, che sorveglia la piazza h24. Basterebbe questo a raccontare l’Egitto di oggi: un Paese dove la sorte che è toccata a Giulio Regeni – «è morto come un egiziano», disse una volta la mamma, Paola – non è stata in questi anni un caso isolato. Ha toccato anzi migliaia di persone – più di mille i morti nelle celle egiziane fra il 2013 e i 2020 secondo le stime del Committee for justice di Ginevra – e molte di più ne ha terrorizzate, aleggiando sulla loro testa come una minaccia costante.

Nel centro di piazza Tahrir, dove nel 2011 c’era il cuore pulsante di quella rivoluzione che in 18 giorni mise fine ai trent’anni del regime di Hosni Mubarak, oggi c’è un obelisco circondato da sfingi, fatte arrivare da Luxor: lo scopo – non dichiarato ma chiarissimo – è impedire ogni forma di assembramento. Se i leoni dal volto umano non fossero sufficienti, a scoraggiare eventuali ribelli ci penserebbe la polizia, che sorveglia la piazza h24. Basterebbe questo a raccontare l’Egitto di oggi: un Paese dove la sorte che è toccata a Giulio Regeni – «è morto come un egiziano», disse una volta la mamma, Paola – non è stata in questi anni un caso isolato. Ha toccato anzi migliaia di persone – più di mille i morti nelle celle egiziane fra il 2013 e i 2020 secondo le stime del Committee for justice di Ginevra – e molte di più ne ha terrorizzate, aleggiando sulla loro testa come una minaccia costante.

Un nuovo inizio

“Abdel Fattah al Sisi sta rifacendo l’Egitto: lo ha dichiarato egli stesso nel marzo 2021 all’inaugurazione della nuova capitale, destinata a rimpiazzare il Cairo. Ai suoi occhi quel momento ha segnato ‘l’inizio di una nuova Repubblica’”, spiega in uno studio appena pubblicato per il Carnegie endowment for international peace il professor Yezid Sayigh. La traiettoria di questa Seconda Repubblica, secondo lo studioso, segue tre direttive chiare: “Il totale smantellamento dello spazio (già prima limitato) per il dibattito politico e la contestazione pacifica. La modifica dei meccanismi del potere, in modo da eliminare qualunque possibilità di manovra per i potenziali rivali. E la concentrazione del potere nelle mani del presidente e di un ristretto gruppo di consiglieri”. La materializzazione fisica di questa Seconda Repubblica sono le grandi opere che negli ultimi dieci anni hanno ridisegnato l’Egitto, o almeno parte di esso: piazza Tahrir, ma anche e soprattutto la Nuova capitale amministrativa, cattedrale nel deserto in stile Dubai – la più grande Moschea e la più grande Chiesa d’Africa, la più alta torre del continente etc. – costruita a 45 chilometri dal Cairo e costata (finora) circa 58 miliardi di dollari, in un Paese dove il 30 per cento dei 110 milioni di abitanti vive al di sotto o attorno alla soglia di povertà (secondo le statistiche ufficiali: quelle della banca Mondiale parlano del 60 per cento). E ancora: il Grand Egyptian Museum, il museo archeologico appena inaugurato accanto alle piramidi, lo Sphinx, il nuovo aeroporto alla periferia di Giza, nonché le decine di cantieri di maxi-progetti che puntellano l’area intorno a Cairo.

Opere faraoniche, a cui al Sisi vuole affidare il suo posto nella Storia, come il grande modernizzatore del Paese più importante dell’area. Ma a raccontare l’Egitto di oggi sono anche le decine di nuove prigioni costruite negli ultimi anni per “accogliere” una popolazione carceraria in costante crescita: nel 2021 in Egitto – secondo i calcoli di Human rights watch – c’erano 168 strutture penitenziarie in cui vivevano 80 mila condannati e 40 mila persone detenute in base al sistema del fermo preventivo, che di fatto consente di tenerle rinchiuse in attesa – per anni spesso – che si chiudano le indagini e possano essere eventualmente mosse contro di loro accuse formali. “L’Egitto è uno Stato carcerario” prosegue nella sua analisi Sayigh “il regime si caratterizza per l’uso della violenza come mezzo di controllo. Le sparizioni forzate, la tortura, gli omicidi extragiudiziari, l’incarcerazione di massa e la sorveglianza digitale nei confronti di chiunque contesti il governo sono diventati una cosa normale e di fatto legale”. Ne sanno qualcosa i detenuti “eccellenti” come Alaa Abdel Fattah, 44 anni, ingegnere, considerato la mente di piazza Tahrir, rilasciato il 22 settembre dopo aver passato in carcere la maggior parte degli ultimi dodici anni. O Patrick Zaki, 33 anni, lo studente egiziano dell’università di Bologna il cui caso ha assunto rilevanza in Italia proprio perché visto come “fratello” di quello di Giulio Regeni. Vittima di un procedimento mai pienamente chiarito e durato tre anni, Zaki è libero dal luglio 2023 e oggi vive fra l’Italia e l’Egitto.

La repressione

Il rilascio di Abdel Fatah, per anni il più famoso “ospite” delle carceri egiziane è il segno del fatto che la repressione sta funzionando: se il presidente può permettersi di liberare il suo nemico pubblico numero uno, è perché sa che il dissenso è ormai schiacciato e marginalizzato. In questa direzione va anche la chiusura, qualche mese fa, del Caso 173/2011, procedimento che per quattordici anni (dal 2011 appunto) ha paralizzato l’attività di 75 ong egiziane, fra cui le principali organizzazioni per i diritti umani, portato in carcere molti fra i più importanti attivisti del Paese, impedito ad altri di viaggiare all’estero e alle associazioni di utilizzare i loro fondi, sottoponendoli a blocco bancario. L’inchiesta verteva sulla legittimità dei finanziamenti stranieri ricevuti dalle ong: si è chiusa per insufficienza di prove, senza l’apertura di nessun procedimento formale. “Nonostante questa inchiesta, che è stato il tentativo più estremo di mettere nel mirino il lavoro delle ong, sia finalmente chiusa, resta in piedi in Egitto un sistema di leggi repressivo che blocca il lavoro delle organizzazioni indipendenti”, sottolinea Amnesty International in un lungo rapporto dedicato al Caso 173/2011. Il futuroDove porta tutto questo? Agli occhi del presidente al Sisi a un potere incontrastato e destinato a durare nel tempo. L’ex generale è arrivato al governo nel 2013 con un colpo di Stato e nel 2019 ha promosso un referendum costituzionale – contestato dalle maggiori organizzazioni di monitoraggio elettorale, che hanno denunciato brogli e intimidazioni – che gli ha garantito maggiori poteri e un’estensione del mandato fino al 2030. Ora che quella scadenza si avvicina, punta a un’ulteriore proroga. In questa chiave vanno lette le elezioni parlamentari che si sono svolte nell’ultima parte del 2025, in cui i candidati sono stati selezionati in base alla fedeltà al presidente e i partiti esterni all’area del potere esclusi dalla corsa: spetta alla Camera dei rappresentanti infatti approvare un emendamento costituzionale che prolungherebbe il mandato di al Sisi oltre il 2030, forse anche a tempo indeterminato. Questa è la mossa che gli analisti si aspettano nei prossimi mesi, mentre aleggia sempre più la figura del figlio maggiore del presidente, Mahmoud, che svolge un ruolo di primo piano nei servizi di Intelligence ed è stato accusato in passato di essere fra i beneficiari del contrabbando che dall’Egitto ha fatto arrivare a Gaza beni vietati dall’embargo imposto da Israele.Sul piano internazionale quella di al Sisi è sempre più percepita come una figura centrale per la stabilità della regione: l’ex militare può contare su miliardi di dollari di aiuti da Stati Uniti ed Europa, e grazie a questi è riuscito finora ad andare avanti. Eppure nulla è certo. Nonostante i fasti che accompagnano eventi come il vertice di Sharm el Sheik di ottobre – che ha visto arrivare in Egitto Donald Trump e i leader di Europa e mondo arabo per parlare di Gaza – il Paese vive una crisi economica fortissima e i benefici dell’economia basata sui grandi progetti arrivano solo a chi è vicino al governo. La società è spaccata fra una minoranza benestante rinchiusa in quartieri blindati e una maggioranza poverissima. «Il mix di cattiva gestione economica, corruzione e repressione è pericoloso e familiare. Ricorda gli ultimi anni di Mubarak in Egitto. Anche lui pensava di avere saldamente il controllo», notava su Al Jazeera qualche settimana fa l’analista Mohammed El Masri. Sappiamo come è finita.

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