Carissimo pet, quanto mi costi
di Michele BocciTac di ultima generazione, risonanze per decidere se mettere la protesi dell’anca, visite cardiochirurgiche che danno il via libera a interventi di bypass, trattamenti chemioterapici contro i tumori. E farmaci per le malattie croniche. I servizi offerti dalla sanità animale sono ormai quasi sovrapponibili a quelli destinati agli umani. Ma c’è una differenza. Quando si tratta di assistere cani, gatti, uccelli, roditori, pesci e chi più ne ha più ne metta non esiste il sistema pubblico, che paga per i suoi assistiti e soprattutto tenta, per quel che può, di tenere sotto controllo i prezzi dei fornitori, in primis dell’industria farmaceutica. No, qui è tutto a carico dei cittadini, che spendono centinaia o anche migliaia di euro ogni anno per aiutare il proprio cane o gatto, in balia di un mercato dove la concorrenza non serve a ridurre i prezzi. Se poi si contano i soldi spesi per il cibo, miliardi di euro, diventa molto chiaro quanto sia impegnativo avere un animale. Per i produttori i…
Tac di ultima generazione, risonanze per decidere se mettere la protesi dell’anca, visite cardiochirurgiche che danno il via libera a interventi di bypass, trattamenti chemioterapici contro i tumori. E farmaci per le malattie croniche. I servizi offerti dalla sanità animale sono ormai quasi sovrapponibili a quelli destinati agli umani. Ma c’è una differenza. Quando si tratta di assistere cani, gatti, uccelli, roditori, pesci e chi più ne ha più ne metta non esiste il sistema pubblico, che paga per i suoi assistiti e soprattutto tenta, per quel che può, di tenere sotto controllo i prezzi dei fornitori, in primis dell’industria farmaceutica. No, qui è tutto a carico dei cittadini, che spendono centinaia o anche migliaia di euro ogni anno per aiutare il proprio cane o gatto, in balia di un mercato dove la concorrenza non serve a ridurre i prezzi. Se poi si contano i soldi spesi per il cibo, miliardi di euro, diventa molto chiaro quanto sia impegnativo avere un animale. Per i produttori i margini di guadagno sono stratosferici e cresceranno ancora, visto che il numero di animali nelle nostre case è in continuo aumento. Secondo i dati Istat relativi al 2024, diffusi pochi giorni fa, in Italia oltre dieci milioni di famiglie (il 37,7 per cento del totale), ne hanno almeno uno. Tra cani (la maggioranza), gatti e altri, stiamo parlando di circa 25 milioni e 500 mila creature. «Conosco tante persone che non vanno in ferie per dare le cure migliori al loro amico», racconta Marco Melosi, presidente Anmvi, l’associazione nazionale veterinari.
Nessuna trattativa
Librela è un anticorpo monoclonale. Il primo efficace sugli animali. Si usa per i cani che hanno dolori e a suo modo segna una rivoluzione, perché allevia un problema cronico, appunto i guai articolari di cani anziani, che un tempo veniva affrontato solo con antidolorifici e antinfiammatori, e per brevi periodi visti gli effetti collaterali. Costa circa cento euro per 30 milligrammi, dose massima per un’iniezione, ed è efficace per un mese. Nasce dalla ricerca veterinaria, e non si usa sull’uomo, il che rappresenta un’eccezione. «I prodotti che prescriviamo sono quasi tutti identici ai farmaci umani», chiarisce Giovanni Re, che ha anche lavorato all’Ema, l’agenzia europea del farmaco, e insegna Farmacologia e tossicologia veterinaria all’Università di Torino. Ma, a parità di principio attivo, i medicinali per i pet sono molto più cari. Ecco qualche esempio. Una compressa da 100 milligrammi di fenobarbitale, un barbiturico con proprietà sedative e anticonvulsivanti, può costare 1,75 euro nella versione veterinaria (il nome è Phenoleptil) e 0,075 per quella umana (il Gardenale). Per il Diuren, cioè il furosemide, un diuretico veterinario, si spende circa dieci volte tanto rispetto al Lasix, stesso principio attivo ma autorizzato per l’uomo.
Anche l’amoxicillina con l’acido clavulanico, cioè l’utilizzatissimo antibiotico per uso umano Augmentin, per cani e gatti costa il doppio ma per un dosaggio della metà (si chiama Synulox). Spese alte, poi, per chi ha bisogno del Canitroid, la levotiroxina per l’ipotiroidismo. Rispetto all’Eutirox può costare quattro, cinque volte in più.Ma perché non usare i medicinali per l’uomo, se sono identici? Perché lo vieta una direttiva europea, la 236 del 2016, che impone di utilizzare sempre il farmaco veterinario quando è presente. «Si è trattato di un passo avanti dal punto di vista del monitoraggio delle prescrizioni e del contrasto agli abusi, come l’automedicazione, ma anche di uno strumento che ha fatto alzare i prezzi, di fatto limitando l’acquisto di alcune medicine», dice Enrico Loretti, presidente della federazione degli Ordini dei veterinari toscani. «I costi dei farmaci veterinari sono più alti anche se esiste un identico prodotto per l’uomo, intanto, perché il prezzo di vendita è deciso dalle aziende produttrici», dice sempre Giovanni Re. Le quali aziende fanno ciò che vogliono perché per gli animali non è previsto che l’Aifa e il ministero della Salute mettano bocca, visto che sono prodotti a carico dei cittadini. Anche i generici, che pure esistono, sono meno efficaci nell’abbattere i costi. Mentre gli equivalenti destinati alle persone hanno il nome del principio attivo, ad esempio amoxicillina e acido clavulanico, quelli per gli animali devono per forza avere un nome commerciale. L’obiettivo è quello di evitare che si confondano con i prodotti a uso umano, spiega sempre Re, ma intanto finisce che gli acquirenti non si rendano conto di avere la possibilità di risparmiare. L’espansione della sanità destinata ai pet sembra inarrestabile. «Ci sono decisamente più farmaci a disposizione di questi animali rispetto a un tempo. Succede perché aumenta la richiesta da parte dei cittadini e le multinazionali fanno più ricerca. Ormai la clinica dei piccoli animali è come quella degli umani. È mirata, mentre gli studi veterinari che prevedevano terapie di massa tutte uguali, magari negli allevamenti, è diventata residuale».
La corsa delle cliniche
La richiesta di cure sempre più specifiche e “personalizzate” ha dato una spinta alla diagnostica. Oggi ci sono centri radiologici di alto livello. Fare una risonanza costa 6-700 euro, una Tac 5-600 euro, un’ecografia 50-150 e le tradizionali radiografie 30-60 euro. Si eseguono protesi d’anca da duemila, tremila euro. Interventi di cardiochirurgia o oncologia complessi, sempre da migliaia di euro. Il tutto in un panorama che sta cambiando rapidamente, con l’ingresso sul mercato di grandi corporate, che comprano le cliniche veterinarie. I gruppi più importanti sono Vetpartner, AniCura, Ca Zampa, Animalia. «Ormai hanno acquisito oltre duecento cliniche, tra quelle più grandi, soprattutto nel Centro-Nord, fino a Roma», dice ancora Melosi. Pagano bene per rilevare le strutture e spesso gli ex proprietari vengono assunti come veterinari. «Da quando sono entrate le corporate, le tariffe sono un po’ salite» aggiunge, «non si sa se per le loro politiche o perché comunque i prezzi sono generalmente in crescita. Di certo c’è che l’obiettivo è il business».
E gli acquisti volano
Per comprendere quanto stia crescendo il nostro impegno economico per gli animali da compagnia è utile la relazione del Mef sull’uso della tessera sanitaria. I dati, inviati dai veterinari, compaiono nel 730 precompilato, permettendo la detrazione Irpef del 19 per cento fino a un massimo di 1.047,30 euro di spesa. Non è detto che siano numeri precisi, visto che molti non usano la tessera sanitaria quando fanno acquisti per le cure di cani o gatti, ma già così sono significativi. Dal 2016 al 2023 (ultimo anno disponibile), la spesa è quasi raddoppiata, passando da 642 milioni di euro a 1 miliardo 137 milioni. Ogni anno l’aumento è di circa il 10 per cento. Il grosso della spesa è rappresentato dai veterinari, 805 milioni, seguiti dalle farmacie, 290 milioni. Ma, appunto, si tratta di un dato residuale. «L’indubbio progresso scientifico sta creando disparità legate ai costi» dice ancora Loretti. «L’Iva al 22 per cento delle prestazioni veterinarie non è al passo della cresciuta sensibilità dei proprietari. Andrebbe portata al 10».Il più completo rendiconto delle spese per il cibo è il Rapporto Assalco-Zoomark, l’associazione nazionale delle imprese per l’alimentazione e la cura degli animali da compagnia. Per nutrire i loro 9 milioni di cani e 11,9 milioni di gatti, spiega la ricerca, gli italiani nel 2024 hanno speso qualcosa come 3,125 miliardi di euro, cioè quasi il 30 per cento in più rispetto al 2021. Da notare che, a fronte della crescita economica, i volumi sono stabili, sempre tra il 2021 e il 2024 (667 milioni di chili). Significa che sono aumentati i prezzi o, come minimo, che i padroni acquistano cibi più costosi.
Terapie estreme
Va considerato il cambiamento degli ultimi anni, accelerato dal Covid, nel rapporto tra animali da compagnia e persone. «C’è molta più attenzione» spiega Melosi. «Un tempo, se proponevi la Tac spesso avevi difficoltà a farla accettare. Adesso la chiedono i clienti. Cresce tanto il settore dell’oncologia. Si fanno diagnosi che in passato non erano possibili, mentre una volta ti rispondevano: “Vabbè, è finita”. Conoscono i protocolli, vogliono la chemioterapia fino all’ultimo. Un atteggiamento che ha fatto intravedere alle corporate margini interessanti di guadagno».L’amato pet è trattato come una persona anche nel più doloroso dei momenti, quello del trapasso. Se un tempo era destinato all’interramento o alla cremazione di gruppo, oggi più della metà dei proprietari sceglie di tenere in casa le ceneri del cane o del gatto defunto, proprio come accade con quelle di un parente.