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Carlo Ancelotti: la sua vita verdeoro tra le strade di Rio de Janeiro

La visita al Cristo Redentore: Carlo Ancelotti con Padre Omar Raposo, rettore del santuario 

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Lo hanno accolto come una rockstar. E infatti gira su un Suv blindato con sette bodyguard. Ma continua a mangiare la sua polenta e a studiare il portoghese. Abbiamo seguito il ct del Brasile per le strade di Rio
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In Brasile è nata una nuova religione. Il suo fondatore è il 41enne Samir Xaud (si pronuncia sciaùgi), infettivologo ma soprattutto ambiziosissimo presidente della Cbf, la Federcalcio che ha quasi trasformato in una setta al grido di Brasil, bate no peito (“Brasile, batti sul petto”), il nuovo slogan patriottico della campagna di comunicazione lanciata a inizio anno, che richiama il famoso rituale di auto-esaltazione di Leonardo DiCaprio nel film Wolf of Wall Street. A Xaud non manca la megalomania – «Siamo la più grande federazione calcistica del pianeta», ripete spesso – e dunque per riportare a casa la Coppa del mondo dopo 24 anni non poteva che individuare come Messia l’allenatore più vincente della storia e ora di gran lunga il ct più pagato al mondo (9 milioni più uno di bonus se sarà campione): Carlo Ancelotti.

«Un uomo in missione», come si è definito il tecnico confidandosi col suo entourage carioca, come ad esempio lo chef veneziano Rudy Bovo, titolare del ristorante italian…

In Brasile è nata una nuova religione. Il suo fondatore è il 41enne Samir Xaud (si pronuncia sciaùgi), infettivologo ma soprattutto ambiziosissimo presidente della Cbf, la Federcalcio che ha quasi trasformato in una setta al grido di Brasil, bate no peito (“Brasile, batti sul petto”), il nuovo slogan patriottico della campagna di comunicazione lanciata a inizio anno, che richiama il famoso rituale di auto-esaltazione di Leonardo DiCaprio nel film Wolf of Wall Street. A Xaud non manca la megalomania – «Siamo la più grande federazione calcistica del pianeta», ripete spesso – e dunque per riportare a casa la Coppa del mondo dopo 24 anni non poteva che individuare come Messia l’allenatore più vincente della storia e ora di gran lunga il ct più pagato al mondo (9 milioni più uno di bonus se sarà campione): Carlo Ancelotti.

«Un uomo in missione», come si è definito il tecnico confidandosi col suo entourage carioca, come ad esempio lo chef veneziano Rudy Bovo, titolare del ristorante italiano Nido nel lussuoso quartiere di Leblon vicino a Ipanema.

Picanha? No, grazie

Pur consapevole che il mondo del pallone brasiliano oggi ruota tutto intorno a lui, Carletto da Reggiolo rimane «una persona semplice, che viene a mangiare da noi col suo amico Branco, ex Genoa, o col figlio Davide che allenava il Botafogo», ci racconta Rudy, che tra i suoi clienti ha pure Ronaldo e Adriano Galliani. «Il mister di solito ordina pasta e da grande estimatore del culatello mi ha fatto l’onore di assaggiare il nostro», aggiunge lo chef, rimasto pure lui spiazzato nel sentire che il piatto preferito di Ancelotti in Brasile non è la picanha ma la polenta: «È tipico della mia regione, mi fa sentire a casa», ha confessato il ct alla stampa locale.

Fa strano immaginarlo, ma un uomo così gira per Rio su un Suv blindato, scortato da 6-7 bodyguard manco fosse una rockstar, ed è ospite d’onore di convegni in cui centinaia di persone pendono dalle sue labbra. È successo a San Paolo lo scorso 26 novembre, esattamente sei mesi dopo la sua presentazione e a sei mesi dal Mondiale che deve vincere a tutti i costi. Al summit della CBF Academy, Ancelotti ha sfoggiato una lectio magistralis di midterm che ha fatto esplodere l’applausometro, in cui ha sciorinato il repertorio valoriale che gli ha consentito di vincere tutto quello che ha vinto: fiducia, coraggio e, soprattutto, passione, la parola che ha pronunciato più volte, intesa come attaccamento alla maglia, quasi ad allinearsi al credo patriottico del nuovo corso della Cbf.

E poi il talento, «che da solo non basta, va messo a servizio della squadra»: una posizione salomonica sul tormentone Neymar, che divide stampa e opinione pubblica.

Io parlo portuñol

Durante il suo discorso il ct ha sfoggiato un portoghese ancora contaminato dal suo fluente spagnolo. Una lingua ibrida che qui chiamano portuñol. «Carlo è uno studente esemplare», ci rivela il suo insegnante privato, l’italo-brasiliano Roberto Piantino. «Facciamo lezioni online perché lui passa ancora molto tempo in Canada con la moglie (la canadese Mariann Barrena McClay, ndr)».

Ce lo conferma il personale del Grand Hyatt Hotel di Barra da Tijuca, quartiere vip a 30 chilometri dal centro di Rio (se c’è traffico il Maracanã dista un’ora e mezza): in un silenzio che non sembra nemmeno di stare in Brasile, Ancelotti quando è qui dorme in una suite da oltre 1.000 euro a notte, dalla quale si gode la brezza atlantica lontano dall’afa che attanaglia la città e le sue favelas, dove ormai vive un carioca su tre.

«L’allenatore della Seleçao? Non si ferma mai per più di qualche giorno. È stato visto sulla spiaggia riservata e a colazione col presidente Xaud», che se lo coccola al punto da appoggiarsi in un residence collegato alla struttura, per non perdere mai di vista l’uomo al quale ha affidato le speranze di milioni di fedeli del pallone. A proposito di fede, Carlo è stato al Cristo Redentore, dove ha ricevuto la benedizione di Padre Omar Raposo: «È molto religioso, mi ha raccontato della prefazione che ha scritto per il libro di Papa Francesco sullo sport. A Rio religione e sport sono una cosa sola: il primo santo carioca, Guido Schäffer, era surfista», dice il rettore del santuario.

Malumori sovranisti

Il nuovo guru del calcio brasiliano sa che la strada è in salita: secondo un sondaggio dello scorso luglio, in un Paese che è convinto di essere il più forte del mondo a pallone, solo il 33 per cento dei tifosi credeva alla vittoria del Mondiale. Oggi invece le aspettative sono talmente alte che in molti assaporano l’Hexa (il sesto titolo) e pensano già al dopo: il contratto del tecnico italiano scade alla fine del Mondiale ma un indizio sul possibile rinnovo lo dà il professor Piantino: «Farà lezioni di portoghese anche la moglie del mister». Che sia il segnale di un trasferimento della famiglia in pianta stabile?

Ma non è tutto verdeoro quel che luccica e tra diversi addetti ai lavori serpeggia un malumore “sovranista”, manifestato persino alla presenza dello stesso Ancelotti in occasione del Fórum Brasileiro dos Treinadores de Futebol di novembre, quando l’allenatore Oswaldo de Oliveira ha preso il microfono per dire che augura al Brasile di vincere la Coppa ma che subito dopo andrebbe dato il benservito al Papa straniero, richiamando un tecnico brasiliano. «Allenare qui è più difficile che altrove»: se l’è cavata col suo proverbiale aplomb mister Anseloci, come lo chiamano qui.

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