Paris Hilton: la musica mi ha salvata dal dolore per gli abusi
di Roberto CrociLOS ANGELES. Prima di follower ed influencer, prima di like, hashtag e Kardashian, c’era lei: la bionda ereditiera Paris Hilton. La party girl più discussa, idolatrata, scrutata e fotografata di sempre. La socialite che rese popolare lo slogan “that’s hot”; pioniera di reality show e celebrity branding, ma anche protagonista involontaria – e massacrata dall’opinione pubblica – di un sex tape finito su internet. Il simbolo di un’epoca, nel bene e nel male, anche se dietro ai flash e le copertine dei tabloid, c’era un essere umano con le sue complessità, una giovane donna alla ricerca di successo e libertà al di là dell’ingombrante cognome di famiglia.
Oggi, a 44 anni, Paris è imprenditrice, modella, attrice, dj, filantropa, attivista, moglie e madre di due figli. Dopo aver svelato i traumi nascosti per anni nel doc This Is Paris e nel libro Paris. La mia storia (Magazzini Salani), Hilton esce ora con Infinite Icon: A Visual Memoir. Il docufilm di Bruce Robertson e J.J. Duncan nelle sal…
LOS ANGELES. Prima di follower ed influencer, prima di like, hashtag e Kardashian, c’era lei: la bionda ereditiera Paris Hilton. La party girl più discussa, idolatrata, scrutata e fotografata di sempre. La socialite che rese popolare lo slogan “that’s hot”; pioniera di reality show e celebrity branding, ma anche protagonista involontaria – e massacrata dall’opinione pubblica – di un sex tape finito su internet. Il simbolo di un’epoca, nel bene e nel male, anche se dietro ai flash e le copertine dei tabloid, c’era un essere umano con le sue complessità, una giovane donna alla ricerca di successo e libertà al di là dell’ingombrante cognome di famiglia.
Oggi, a 44 anni, Paris è imprenditrice, modella, attrice, dj, filantropa, attivista, moglie e madre di due figli. Dopo aver svelato i traumi nascosti per anni nel doc This Is Paris e nel libro Paris. La mia storia (Magazzini Salani), Hilton esce ora con Infinite Icon: A Visual Memoir. Il docufilm di Bruce Robertson e J.J. Duncan nelle sale americane dal 30 gennaio è incentrato sulla creazione del suo secondo album Infinite Icon (2024), uscito a quasi vent’anni dal debutto Paris (2006), il cui singolo Stars Are Blind divenne un famosissimo tormentone estivo.
La incontriamo dopo aver varcato i cancelli della Beverly Park Community, comunità privata ultra-esclusiva situata nelle Santa Monica Mountains che ospita la sua magione. Dove, insieme alle tradizionali palme decorate in scintillante stile natalizio, troviamo un’enorme fontana rigorosamente rosa, il suo colore-simbolo. In attesa dell’intervista riguardiamo il film, che include esibizioni dal vivo, tra cui il suo primo concerto all’Hollywood Palladium, video inediti e interviste molto intime in cui racconta il suo viaggio alla scoperta di sé, da donna amata e odiata dai media ad artista che non ha più paura di esprimere se stessa.
Cos’è per lei una Infinite Icon?
«Una persona che lascia un segno, che ispira intere generazioni in modo unico, un simbolo riconoscibile di stile».
Come nasce l’ispirazione per questo documentario?
«È stata un’evoluzione naturale dell’album. Nel 2022 Miley Cyrus mi chiese di cantare Stars Are Blind con lei e Sia alla vigilia di Capodanno. Il giorno dopo, mentre tornavo a Los Angeles, Sia mi disse che ero nata per essere una popstar e che avrebbe voluto scrivere e produrre un nuovo album con me. Avevo un milione di altri progetti, non avevo tempo, ma poi, una volta datami una lista di 60 canzoni su cui poter lavorare, non ho potuto dirle di no: Sia è una leggenda. Ho colto l’occasione per includere in questo lavoro anche Nicole Richie, Meghan Trainor, le amiche che hanno plasmato tutto il mio percorso».
Com’è stato tornare a cantare?
«Molto hot! Il mio primo album parlava solo dell’essere sexy e fare festa, ed era cantato con la voce sensuale in stile Marilyn, invece Sia mi ha convinta a usare la mia vera voce, senza trucchi. Realizzando l’album ho capito che fare musica è sempre stato il mio vero obiettivo».
La prima frase del documentario è: “La musica mi ha salvato la vita”. Perché?
«Da ragazzina ho vissuto tanti traumi, la musica è sempre stato uno strumento potente per fuggire il dolore e sostituirlo con felicità e gioia. Per me le canzoni e la vita notturna non erano vie di fuga, ma autentici rifugi all’insegna della libertà. Ora, con i miei album e i miei concerti, vorrei fare la stessa cosa per tutte quelle persone che stanno attraversando un periodo buio, per aiutarli a sentirsi felici e a vivere momenti sereni prima di tornare alla dolorosa realtà».
Si riferisce ai traumi raccontati nel documentario This is Paris?
«Sì. Da teenager i miei mi hanno mandata in una scuola per ragazzi difficili dove ho subito abusi indescrivibili: trascorrevo ore in isolamento, spesso senza vestiti, e mi venivano somministrate pillole che mi facevano sentire malissimo. Quando sono uscita da lì, ho promesso a me stessa che non ne avrei mai parlato con nessuno, nemmeno con i miei genitori. Ecco perché ho creato il personaggio Paris Hilton, per non dover più pensare a quel periodo terrificante. Ci sono moltissime ragazze che hanno vissuto la mia stessa esperienza e provano vergogna, una vergogna che invece non dovrebbe ricadere sulle vittime. Ecco perché sono diventata un’attivista impegnata contro quelle istituzioni che con le loro finte promesse fatte a genitori in difficoltà usano il loro potere per manipolare i soggetti più vulnerabili e danneggiano tante famiglie». (Il doc, oltre ad aver ottenuto 80 milioni di visualizzazioni, in Usa ha dato il via a un movimento che ha portato all’approvazione di quindici leggi statali e due leggi federali a tutela dei minori, ndr).
Anche i media negli anni 2000 non l’hanno aiutata…
«Erano crudeli e misogini nei confronti di noi ragazze. Qualsiasi cosa facessi, indipendentemente dai risultati, non contava nulla: non mi prendevano sul serio. Ora però si rendono conto che sono stata un’apripista e una precorritrice. Non che l’avessi pianificato: semplicemente, non ho mai voluto essere una cosa sola, non amavo essere rinchiusa in uno schema, volevo creare la mia strada e fare ciò che mi piace. Oggi milioni di persone in tutto il mondo fanno quello che facevo io allora».
È stata una delle prime influencer. Cos’è cambiato con i social?
«Ero talmente avanti rispetto ai tempi, nessuno faceva quello che facevo io e quindi molti non capivano. Ora esiste un settore multimiliardario e globale con più di 60 milioni di persone che si considerano influencer e creator. Ai miei tempi solo io venivo pagata per andare alle feste e i marchi mi sponsorizzavano per indossare i loro prodotti, ma allora era tutto più lento e complicato. Oggi chi fa questo mestiere ha vita più facile, sono fortunati ad avere la tecnologia che li sostiene».
In Infinite Icon la vediamo da bambina ballare e cantare. Che tipo di musica ascoltava?
«Ho sempre amato la musica pop. Madonna è sempre stata la mia preferita, è la regina del genere. Adoro anche Paula Abdul, una delle migliori amiche di mia madre. E poi Michael Jackson, che per me è stato come uno zio, uno di famiglia, il migliore in assoluto».
Ora che è mamma, cosa insegna ai suoi figli?
«Ad essere delle brave persone, dando il buon esempio. Osservando ciò che faccio, impareranno da me».
Con la sua azienda 11:11 Media, ha diversi progetti in cantiere.
«L’amore che ho ricevuto dopo This Is Paris mi ha cambiato la vita. Tantissime persone mi hanno confidato che la mia onestà le ha aiutate a guarire, a sentirsi comprese. Ora sto adattando la mia autobiografia Paris: The Memoir in una serie tv con Elle e Dakota Fanning e sto realizzando una docuserie, Toxic: Women, Fame, and the Tabloid 2000s, dal libro di Sarah Ditum, uno sguardo critico sull’ambiente mediatico di quegli anni, che prendeva di mira ragazze come me, Britney Spears e Janet Jackson. Infine, il lavoro più importante è con la mia organizzazione no profit 11:11 Media Impact, che sostiene chi, come me, soffre di Adhd e celebra la neurodiversità. Sto anche lavorando a una nuova legge federale, Stop Institutional Child Abuse Act, per salvaguardare i giovani contro gli abusi perpetrati in istituzioni che dovrebbero prendersene cura. Ma è proprio sicuro che la stampa voglia davvero sapere del mio lato di attivista? (ride)».