Gabriele Lavia: “Seppellitemi con la mia camicia di forza”
di Rodolfo di GiammarcoSe avete davanti la gigantografia di La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe) di René Magritte, se v’imbattete nella foto della prima prova aperta di Strehler al tavolo con gli interpreti di Re Lear o nella stampa con David Garrick in Macbeth (regalo natalizio di Rossella Falk), e se entrando nello studio adocchiate enormi scaffali riservati alla filosofia (con tanto Heidegger) accanto a comparti pirandelliani e drammaturgie europee, e se tra le opere sul padrone di casa notate il recente Fare corpo, fare anima o Lavia il Terribile o Se vuoi essere contemporaneo leggi i classici, allora vi state aggirando nell’abitazione romana di Gabriele Lavia a Monteverde dove vive con la moglie Federica Di Martino.
Lavia, nei frontespizi di due di queste tre pubblicazioni lei appare spogliato o quasi. Il re è nudo? «Un vero attore, a teatro, è nudo, senza corazze sociali o ideologiche. Deve essere soltanto un uomo davanti a un pubblico. Ogni identificazione rischia d’essere un’esibizione.…
Se avete davanti la gigantografia di La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe) di René Magritte, se v’imbattete nella foto della prima prova aperta di Strehler al tavolo con gli interpreti di Re Lear o nella stampa con David Garrick in Macbeth (regalo natalizio di Rossella Falk), e se entrando nello studio adocchiate enormi scaffali riservati alla filosofia (con tanto Heidegger) accanto a comparti pirandelliani e drammaturgie europee, e se tra le opere sul padrone di casa notate il recente Fare corpo, fare anima o Lavia il Terribile o Se vuoi essere contemporaneo leggi i classici, allora vi state aggirando nell’abitazione romana di Gabriele Lavia a Monteverde dove vive con la moglie Federica Di Martino.
Lavia, nei frontespizi di due di queste tre pubblicazioni lei appare spogliato o quasi. Il re è nudo? «Un vero attore, a teatro, è nudo, senza corazze sociali o ideologiche. Deve essere soltanto un uomo davanti a un pubblico. Ogni identificazione rischia d’essere un’esibizione. Le mie due sembianze senza costume in copertina appartengono a un’edizione di Amleto e a una replica di Il sogno di un uomo ridicolo da Dostoevskij. Prima di morire vorrei ancora affrontare quest’ultimo ruolo».
Lei ha chiesto ai suoi figli di garantirle, un giorno lontano, di salutare il mondo indossando la stessa camicia di forza dostoevskijana di quella che giudica la sua interpretazione migliore. «È così. Conservo ancora il panno di contenimento dello spettacolo originario ambientato in un manicomio nel 1982 a Spoleto. Nella bara vorrei fare solo il morto, essere stretto da quelle fasce bianche, assumere una dimensione privata senza la tentazione di altri gesti scenici, senza dover ancora distinguere l’aldiquà e l’aldilà. E poi non amo la vita delle cose pratiche. Ieri Federica m’ha comunicato che ho preso una multa per questioni burocratiche: ma che ci posso fare se sono un teatrante cui sta solo a cuore studiare e fare spettacoli? Lavoro già di per sé faticoso. Con imprevisti come quando ho perso sul treno il mio copione di Re Lear pieno di fumetti e scarabocchi dell’allestimento. Per fortuna avevo da parte alcuni bozzetti».
Ma è vero che aveva un’inclinazione per l’arte grafica, prima dei suoi oltre 60 anni in campo teatrale (33 titoli), lirico (19 titoli), cinematografico (26 titoli) e televisivo (18 titoli)? «Il mio sogno da giovane era fare il disegnatore. Però una notte, in solitudine, accendo in soggiorno la radio, e per caso mi trovo ad ascoltare un servizio sull’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, di cui non conoscevo l’esistenza. Il giorno dopo vado a sfogliare gli elenchi del telefono della stazione di Porta Nuova, trovo il numero e mi faccio inviare (all’indirizzo d’una mia amica) il loro bando di concorso. Vado a fare gli esami di nascosto da mio padre, con la complicità di mia nonna: un faccia a faccia con Sergio Tofano e Orazio Costa. Mi prendono. Lo riferisco emozionato alla famiglia, sedendo di fronte a papà che mi scaglia addosso un bicchiere che evito. Risultato: tutti mi vengono a salutare alla partenza meno lui, che però alla prima stazione successiva, raggiunta in macchina, mi bussa al finestrino con un suo in-bocca-al-lupo, sganciandomi dei soldi».
A Roma come va in Accademia? «Mi ambiento subito. Era il 1963. Un mio amico pittore di New York mi segnala una pensione in via Vittoria, con una padrona un po’ truce che mi accoglie con un “A regazzi’, poche parole, qui donne nix!”, ma aspettavamo che la domenica lei si assentasse per qualche trasgressione erotica. Altrimenti si faceva sesso scendendo la notte sulle rive del Lungotevere. Dopo il triennio ho la fortuna della scrittura d’un anno allo Stabile di Genova. Il caso vuole che a Roma, alla tv, cerchino Andrea Lala, mi presento io, spiego l’equivoco, mi provinano: vieni avanti, girati, mettiti di spalle, pronuncia la battuta “Ciao, come stai?”, e mi pigliano come protagonista giovane di Candida di George Bernard Shaw. Il giorno dopo la messa in onda ero una star. Credo a guardarlo ci fosse anche Strehler».
Che la chiama per il suo Re Lear al Piccolo Teatro di Milano… «M’affida il ruolo di Edmund, ma io ho il coraggio d’impuntarmi perché volevo la parte di Edgar. Tutti mi danno del pazzo perché mi metto contro di lui. Giorgio bestemmia ma alla fine cede e lo convinco a vedere il mio Edgar. M’ero messo d’accordo con la sarta Mina perché mi cucisse un perizoma sotto il mantello che mi dovevo strappare via, e spogliato mi spalmo addosso acqua e creta. Silenzio. Strehler commenta: “Rita Renoir la grande spogliarellista di Amburgo ti fa una sega, a te!”».
Da chi ha maggiormente appreso il mestiere dell’attore e del regista, lei? «I miei maestri sono Orazio Costa per la recitazione e Giorgio Strehler per le messinscene. Non ho copiato mai, ho rubato, come usava dire Picasso. Non prendo esempio da chi utilizza il microfono: uccide il teatro, s’impossessa della voce e la consegna agli altoparlanti. Ne discutevo, in disaccordo, con Carmelo Bene. Ma c’è anche un insegnamento sulla memoria».
Dovuto a chi? «Ho due referenti. Reiner Maria Rilke sosteneva che è importante ricordare, ma ancora di più è importante dimenticare. E quando a Renzo Ricci – inaugurammo insieme il Teatro Argentina di Roma nel 1971 con Giulio Cesare – feci notare che poteva permettersi di non avere un suggeritore, lui, elegantissimo con le sue Church’s, mi disse “Pallino (mi chiamava così), la parte la conosco a memoria, però non l’ho ancora dimenticata”. Risposta gigantesca, memorabile. La smemoratezza può determinare un professionismo essenziale, fa poetare un personaggio, lo mette in opera».
Lei sostiene di non volere inciuci con le istituzioni. Sempre? «Quando recitai al Teatro Manzoni di Milano ebbi un rapporto gentile e pacato con Berlusconi, che mi voleva a cena per affidarmi la direzione artistica della sala, e di fronte al mio lunghissimo Amleto integrale provò a consigliarmi un piccolo taglio di 20 minuti. Il giorno dopo, riflettendoci sopra, ho riunito la compagnia e ho provveduto a togliere mezz’ora. E ho ricambiato dicendogli: “Se le posso anch’io dare un suggerimento, dovrebbe cambiare le luci quando compare in tv: quelle da dietro sono erotiche, quelle di fronte sono pornografiche, e non tutti hanno magari il dono di Delon e della Loren”. Prese nota».
Lei è anche un abituale spettatore? «Certo, anche se non vedo spettacoli tutti rispondenti alle mie idee. Vidi Vita di Galileo di Strehler 14 volte».
Aneddoti sul set? «Un giorno nel quartiere romano Coppedè incrocio Dario Argento che gira Inferno, mi dice “Vieni qui, Gabriele, per una posa, così come sei vestito”, entro in un ascensore, mi fa applicare addosso un coltello finto, con relativo sangue, poi mi ringrazia e mi dice “Adesso puoi andare a casa, grazie”».
Ha condiretto l’Eliseo dal 1980 all’87, poi ha guidato lo Stabile di Torino dal 1997 al 2000, e il Teatro di Roma dal 2011 al 2014. Che constatazioni ha fatto, sugli artisti italiani? «Tino Carraro e Giorgio Albertazzi erano insicuri, e la fragilità dei grandi apparteneva anche a Rossella Falk e Anna Proclemer. I boriosi sono dei cani».
Lei perché fa teatro? «Per una questione di sangue, unghie e capelli».
A 83 anni (che non si vedono) è impegnatissimo. Ha da poco replicato il Re Lear prodotto dal Teatro di Roma in cui Federica Di Martino è Goneril, riprende con lei Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill (dal 14 gennaio a Mantova, Genova, Venezia e poi dal 4 febbraio all’Argentina, e in giro fino ad aprile). C’è già un progetto per la stagione prossima… «In confidenza sto pensando al Mercante di Venezia di Shakespeare, e sto valutando possibili coproduzioni. Più in là ho un’idea con Pirandello».
Umberto Orsini la considera parte di una bottega artigianale di grandi maestri e suo amico, «anche se lui forse non lo sa», dice… «Lo so, lo so. Quando la mia compagnia ha avuto grossi problemi economici, e mi hanno lasciato solo, lui mi ha fatto un consistente prestito. È una cara persona, con me».
Tre famiglie, tre mogli, tre figli che sono i teatranti Lorenzo (avuto da Annarita Bartolomei) e Lucia, e la sua agente Maria (entrambe da Monica Guerritore)… «E tre persone a cui penso prima di entrare in scena, mia nonna, Costa e Strehler, e tre attori a cui ho rubato il rubabile, Carraro, Mauri e Santuccio. Un numero tre con cui ho costruito storie, la mia storia».