Filosofia sui social: spiegare Kant in 60 secondi
di Nicola MirenziAll’inizio, ci si impegna a trovarli. Poi, quando l’algoritmo intuisce cosa cerchi, sono loro a trovare te. Sempre di più, sempre più insistentemente. A ogni nuovo accesso social, altri video di divulgatori di filosofia affollano lo schermo dello smartphone. Con discrezione, sulle prime. Per esempio, un reel che in sessanta secondi spiega tutto Kant, mentre un altro ti consiglia tre libri filosofici «per un 2026 più consapevole». Ma più guardi i contenuti, e – soprattutto – più li guardi dall’inizio alla fine, più l’algoritmo diventa insistente con i suggerimenti, e dunque: ti è piaciuto Kant? Allora ecco anche Hegel. E poi Marx, Schopenhauer, Spinoza, Leibniz, Nietzsche. Oltre ai soliti tre libri importanti ma brevi da cui partire per «iniziare a scoprire la filosofia».
Il risultato è che nel giro di pochi giorni, su Instagram e TikTok (i social preferiti dai divulgatori), si è sommersi da video che – con format ben collaudati – spremono concetti vertiginosi in poche ed efficaci form…
All’inizio, ci si impegna a trovarli. Poi, quando l’algoritmo intuisce cosa cerchi, sono loro a trovare te. Sempre di più, sempre più insistentemente. A ogni nuovo accesso social, altri video di divulgatori di filosofia affollano lo schermo dello smartphone. Con discrezione, sulle prime. Per esempio, un reel che in sessanta secondi spiega tutto Kant, mentre un altro ti consiglia tre libri filosofici «per un 2026 più consapevole». Ma più guardi i contenuti, e – soprattutto – più li guardi dall’inizio alla fine, più l’algoritmo diventa insistente con i suggerimenti, e dunque: ti è piaciuto Kant? Allora ecco anche Hegel. E poi Marx, Schopenhauer, Spinoza, Leibniz, Nietzsche. Oltre ai soliti tre libri importanti ma brevi da cui partire per «iniziare a scoprire la filosofia».
Il risultato è che nel giro di pochi giorni, su Instagram e TikTok (i social preferiti dai divulgatori), si è sommersi da video che – con format ben collaudati – spremono concetti vertiginosi in poche ed efficaci formule. Con ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni che fanno di tutto per infrangere il muro della tua distrazione. Prenderti. Trascinarti in un altro mondo. Anche solo per un attimo. Accendere una scintilla. Un bagliore.
«Temi di deludere te stesso?», domanda Benedetta Santini, animatrice del profilo @filosofiaecaffeina, allora «ascolta Epitteto». Insegnava, da stoico quale era, che diventiamo ciò a cui diamo attenzione. Perciò se stai guidando su una stradina stretta in mezzo ai campi è bene non concentrarsi sui fossi che ci sono ai lati, perché più ne hai paura più rischi di finirci dentro. Come Creonte, re di Tebe, così spaventato all’idea di non essere rispettato dagli abitanti della sua città da finire per perdere il rispetto persino del figlio, stanco delle sue paranoie. Di qui l’insegnamento: non concentrarti sulla paura di deludere, dedicati piuttosto a ciò che è importante per farti diventare ciò che vuoi.
«Nel mondo classico», dice al Venerdì Benedetta Santini, «il pensiero filosofico era un ausilio all’arte della vita, per questo credo continui a essere attuale anche in questa epoca ipertecnologica».
La dimensione pedagogico-terapeutica della filosofia è una delle correnti più esplorate dai divulgatori social e di essa Benedetta Santini è una brillante interprete. «Ho iniziato con il lockdown. Insegnavo alternativa alla religione a scuola. E siccome all’improvviso non potevo più farlo, ho deciso di provare i social». Di qui i primi riscontri, l’impegno nella scrittura («è una palestra durissima riuscire a condensare in un tempo brevissimo concetti molto difficili»). Poi il successo che l’ha portata a fare della divulgazione il suo lavoro, con un libro per Mondadori – Platone, c’ho l’ansia –, un podcast in cui racconta le tragedie greche, più le lezioni che tiene dal vivo. «Io penso alla divulgazione social come uno scalino che ti fa salire abbastanza in alto da permetterti di prendere da solo il libro che sta lassù sullo scaffale della libreria». I suoi video hanno sempre dei link che rimandano ai testi degli autori di cui parla, per incoraggiare ad approfondire. Ha un modello: «Luciano De Crescenzo». Anche da lui ha imparato una regola fondamentale: «Per divulgare è necessaria umiltà, perché parli sempre di cose che non hai inventato tu».
Colpisce che nella spinta alla polarizzazione dei social esistano degli spazi in cui non domina la logica dell’amico-nemico, piuttosto l’invito a capire la realtà, i suoi funzionamenti. Chi lo raccoglie? Secondo Eugenio Radin, che è l’autore del profilo@whitewhalecafe, un account che si occupa dell’argomentazione filosofica, il pubblico è vario: va dallo studente del liceo all’adulto che riscopre un’antica passione. Secondo la sua esperienza «esiste una maggioranza silenziosa di persone che è stanca della partigianeria del discorso social e preferisce capire anziché salire sulle barricate». A loro Eugenio racconta «perché siamo sempre più radicalizzati». Affidando la risposta a Viktor Frankl, per il quale «ai nostri giorni l’uomo non soffre tanto del sentimento di essere meno capace di un altro, ma del sentimento che la propria esistenza non abbia alcun senso». Ecco dove i radicalismi di destra e di sinistra attecchiscono. Ovvero, nell’offrire «una narrazione capace di ridare un’illusione di senso alla vita».
Anche Radin, come Benedetta Santini, ha iniziato a insegnare a scuola dopo la laurea. Sei mesi più tardi è scappato a gambe levate. «Passavo i tre quarti del mio tempo a sbrigare questioni burocratiche», racconta. «Eppure ero cresciuto convinto che insegnare fosse il mio destino. Purtroppo mi sono dovuto ricredere». Online spiega Kant con una macchinetta del caffè. Camus con un letto da rifare. Wittgenstein con una scala. «Sono soddisfatto quando mi scrivono che grazie a me hanno iniziato a leggere un autore. Mentre mi sento un impostore quando mi dicono: “Grazie a te ho capito Kant, Camus, Wittgenstein”. No, non puoi capirli con un video di un minuto». Si arriva così al punto più delicato: cosa si divulga sui social quando si divulga filosofia? La risposta che accomuna un po’ tutti gli autori ascoltati è quella che dà anche Antonino Leo, fondatore della pagina @filosofiaeletteratura: «Non puoi credere di fare filosofia sui social. L’intento è accendere la curiosità di chi ti ascolta. Riuscire a fargli scattare qualcosa che lo spinga ad andare a vedere cosa sia realmente il pensiero filosofico». YouTube è già diverso dai social puri. Permette di creare dei contenuti più lunghi e approfonditi. Qui è nato BarbaSophia di Matteo Saudino e anche il lavoro di Rick Dufer, due precursori della più recente divulgazione filosofica online.
Una dimensione militante è spesso parte integrante dell’atto divulgativo social. C’è in molti profili un elemento di pólemos. Può essere rivolto contro il pensiero corrente, contro le strutture sociali, contro le categorie mentali. Matteo Abozzi lo teorizza chiaramente: «La filosofia si deve occupare dell’oggi» dice al Venerdì. Questo significa che sul suo profilo, @abbozzo._, può partire dai cinepanettoni per raccontare hegelianamente come li abbia prima amati (tesi), poi odiati (antitesi), infine riscoperti a un livello di coscienza superiore (sintesi). Ma significa anche che può denunciare il teorema di Pitagora come maschilista e accusare Pitagora stesso di essere «il fondatore filosofico del maschilismo e del patriarcato». Il suo riferimento filosofico è un attore eccentrico: «Carmelo Bene». Lui stesso è un attore, un insegnante di recitazione e di regia. Alcuni dei suoi video sono film situazionisti in miniatura. E fanno emergere chiaramente una regola generale: sui social vince la performance, è essa il mezzo per ottenere il fine, ossia conquistare l’attenzione di un pubblico che non si concentra per più di pochi secondi. Per chi divulga filosofia, è solo più difficile che per gli altri. Perché è come se il suo regno, fatto di tempi e pensieri lunghi, non fosse di questo mondo. «I social» dice Abozzi «sono come la caverna di Platone: è necessario andarci, perché lì stanno le persone oggi. Ma l’obiettivo è farli uscire di lì. Mostrargli quello che c’è fuori. Li considero un punto di partenza. Non di arrivo».
Sul Venerdì del 16 gennaio 2026