Polizia scientifica, storia degli agenti che scovano i colpevoli con dna, guanti e paraffina
di Massimo PisaBisogna immaginarli nelle loro grisaglie e in grembiule bianco, con le lenti d’ingrandimento e i guanti di budello, le macchine fotografiche a fisarmonica, le polveri e la paraffina. Guidati dal capostipite Salvatore Ottolenghi, arrivavano sulle scene dei delitti più intricati di inizio Novecento come un pronto intervento di ultima generazione. Bisogna adesso traslarli su una DeLorean e farli viaggiare nel tempo e nello spazio: catapultarli nei bagni dell’Università Cattolica di Milano, il 24 luglio 1971, davanti al cadavere di Simonetta Ferrero; negli uffici dell’Aig di via Carlo Poma, a Roma, il 7 agosto 1990, ai piedi della povera Simonetta Cesaroni; nel disordine di via della Pergola a Perugia, la notte del 1° novembre 2007, di fronte allo strazio di Meredith Kercher. E osservare i padri della polizia scientifica alle prese con i cold case più celebri e oscuri, mentre prendono per mano gli investigatori e li guidano fra impronte e profili biologici.
Sì, perché la lezione di quel p…
Bisogna immaginarli nelle loro grisaglie e in grembiule bianco, con le lenti d’ingrandimento e i guanti di budello, le macchine fotografiche a fisarmonica, le polveri e la paraffina. Guidati dal capostipite Salvatore Ottolenghi, arrivavano sulle scene dei delitti più intricati di inizio Novecento come un pronto intervento di ultima generazione. Bisogna adesso traslarli su una DeLorean e farli viaggiare nel tempo e nello spazio: catapultarli nei bagni dell’Università Cattolica di Milano, il 24 luglio 1971, davanti al cadavere di Simonetta Ferrero; negli uffici dell’Aig di via Carlo Poma, a Roma, il 7 agosto 1990, ai piedi della povera Simonetta Cesaroni; nel disordine di via della Pergola a Perugia, la notte del 1° novembre 2007, di fronte allo strazio di Meredith Kercher. E osservare i padri della polizia scientifica alle prese con i cold case più celebri e oscuri, mentre prendono per mano gli investigatori e li guidano fra impronte e profili biologici.
Sì, perché la lezione di quel pioniere e dei suoi allievi sopravvive, e non è impossibile figurarselo calato nella realtà delle indagini del ventunesimo secolo, ad altissimo tasso di tecnologia. «E nemmeno oggi», ragiona Roberto Riccardi, generale dei carabinieri e scrittore, «Ottolenghi si accontenterebbe dei dati nudi e crudi. Prendiamo un caso come il delitto di Garlasco, tanto per citare una vicenda sulla bocca di tutti. Esiste un dna compatibile: ma quando è stato rilasciato? È databile? È normale che compaia sulla scena? Sono tutti quesiti che si porrebbe, pensando a come fare un ulteriore passo in là».
Il metodo e il suo inventore vengono riscoperti oggi dalla biografia pubblicata da Riccardi per Giuntina. «Studiandolo», racconta, «mi ha colpito la sua tensione etica, la modernità di un pensiero che all’inizio del Novecento lo aveva portato nelle carceri a studiare i detenuti, a cercare di capirli, a rifiutare i metodi di costrizione e a proporre il loro reinserimento. Era cresciuto alla scuola di Cesare Lombroso, che all’epoca stava alla Criminologia come Darwin stava allo studio delle specie. Partì dalle sue teorie sul folle e sul delinquente, che pure oggi sono rivalutate, e andò molto oltre».
Valicando i confini nazionali e l’Oceano Atlantico. Tanto che l’incoronazione di Ottolenghi arrivò tra i tavoli e i lampadari del Waldorf Astoria, nel cuore di Manhattan, nel 1925. «Se la polizia americana vorrà proseguire sulla via del progresso, dovrà seguire l’Italia». Parole di Richard Enright, il capo del Nypd, e applausi dei rappresentanti delle polizie di quaranta Paesi per celebrare quel funzionario ebreo dall’aria di accademico, col suo pizzo candido e gli occhialini da intellettuale. In quel 13 maggio di un secolo fa, nell’Italia già fascista ma non ancora antisemita, Salvatore Ottolenghi aveva costruito, consolidato ed esportato la sua rivoluzione pezzo per pezzo. Dell’idea stessa di polizia scientifica aveva fondato strumenti e metodi, ne aveva fatto scuola e missione per agenti e carabinieri abituati a indagare e arrestare per intuizione, convinzione, pregiudizio. Alla ricerca della confessione con ogni mezzo.
Un ritratto “parlato”
Ne esce il ritratto di un umanista, attratto dalle scienze, dal sapere e dal saper fare. Il cartellino dattiloscopico, compilato secondo la ricetta del maestro fino all’introduzione della banca dati Afis. L’anagrafe e la trasmissione via telegrafo delle impronte digitali. Le “gemelle di Ellero”, gli scatti contemporanei di fronte e di profilo che ancora oggi sono base del fotosegnalamento. Lo studio di una scena del crimine “come ritratto parlato”, da analizzare partendo da destra in basso verso sinistra in alto. Le innovazioni in termini di tecnologia e di metodo provenienti dalla scuola Ottolenghi non si contano.
«Oltre a tutto questo», prosegue Riccardi, «e parliamo di protocolli che in alcuni casi sono rimasti validi fino al Duemila, c’è la persona. La schiena dritta di un funzionario che rifiutò di modificare le perizie sul delitto Matteotti nonostante le pressioni del regime. La schiena dritta di un poliziotto che era rimasto molto turbato leggendo, un quarto di secolo prima, dell’affaire Dreyfus e delle forzature del criminologo Bertillon per incastrarlo».
Astigiano e profondamente legato alle sue origini ebraiche, studioso di statistica, infortunistica e perfino di tatuaggi oltre che fondatore di una Rivista di polizia scientifica dalla breve vita, Ottolenghi è un cattedratico 41enne quando si presenta, il 4 giugno 1902, nell’ufficio del capo della Polizia, Francesco Leonardi. La sua proposta di fondare una divisione e una scuola di Scientifica sembra un azzardo visionario, eppure viene girato al presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, cuneese di Mondovì. Il progetto viene approvato il giorno stesso.
«Fu un incastro felice e favorevole», approfondisce il generale Riccardi, «che calò in un contesto storico in cui gli ebrei e i piemontesi occupavano posti importanti nella politica e nella cultura del Paese. E in un momento in cui il governo subiva il contraccolpo delle cannonate di Bava Beccaris sulla folla, dell’attentato di Gaetano Bresci al Re, dell’emergere di gruppi anarchici e sovversivi che facevano paura. C’era bisogno di una polizia più attrezzata e più efficiente, il progetto di Ottolenghi faceva comodo».
Freschi di corso, selezionati tra gli investigatori più aperti a quel nuovo positivismo, i poliziotti della squadra di Ottolenghi – Giovanni Falco, il futuro questore di Milano Giovanni Gasti che scampò alla bomba dell’hotel Diana – venivano spediti sul luogo del crimine più intricato per prendere in mano la situazione. La spia russa di via Frattina, la tragedia della contessa Tasca Lanza, la donna senza nome ritrovata cadavere sul Lungotevere. Gialli e successi poi razionalizzati in analisi e dispense, materiale destinato a fare scuola.
«Fu una rivoluzione culturale», sottolinea l’autore della biografia, «e dico di più: da Ottolenghi non siamo più potuti tornare indietro. I trattati sulle impronte digitali chiarirono già all’epoca che con 16-17 punti distintivi andavi sul sicuro, e lo dice ancora oggi la giurisprudenza contemporanea. Oggi abbiamo gli scanner biometrici, ma l’elemento centrale per distinguere la fisionomia resta l’orecchio, come quei pionieri avevano già intuito».
Lontano dai talk show
«Molto si è fatto, molto è da fare», l’ultima frase pronunciata in pubblico da Salvatore Ottolenghi, resta l’epitaffio perfetto di un uomo con lo sguardo rivolto al futuro fino alla fine.
La morte lo colse nel 1934, in pieno regime ma ancora alla vigilia della tragedia delle leggi razziali che colpirono gli eredi del maestro, costretti all’esilio per evitare la Shoah. Restano i suoi insegnamenti, anche nella capacità di divulgare e trasformare in patrimonio comune i frutti delle sue ricerche. La macchina del tempo ce lo restituirebbe pronto a confrontarsi con gli ultimi software e con l’intelligenza artificiale. Magari, lo ipotizziamo, rifuggendo da tutorial sui social e talk show.
«Forse il piemontese Ottolenghi», conclude Riccardi, «starebbe lontano dal clamore mediatico ma da bravo comunicatore saprebbe certamente come illustrare i concetti e dialogare con tutti. Io, da investigatore, sono orgoglioso di venire da quella storia lì. E spero di farla conoscere ai colleghi».
Sul Venerdì del 16 gennaio 2026