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Ghosting: scomparire come metodo per sopravvivere alla rete

Le illustrazioni sono di Francesca Arena 

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Fino a poco tempo fa sparire e smettere all’improvviso di comunicare via social, mail o telefono era considerato il male assoluto. Ma ora un libro lancia l’idea opposta: e se invece fosse l’unico modo per sopravvivere a quest’epoca?
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Proprio oggi che nessuno crede più ai fantasmi, questi sono dappertutto. Si nascondono dietro un messaggio su WhatsApp mai letto, o un “ultimo accesso alle 23.45” che ci lascia in sospeso. Senza alcun clangore di catene che si trascinano né ectoplasmi fluorescenti nel buio: i fantasmi di oggi, semplicemente, non rispondono. La loro presenza è soprattutto un’assenza.

Lo chiamano ghosting – ma ha varie sfumature e nomi diversi – ed è la cessazione improvvisa, e quindi senza spiegazione, di ogni comunicazione attraverso i canali digitali e nell’era dei social media è un fenomeno onnipresente. «Esistono diversi sondaggi sul tema, e indicano che la percentuale di utenti di social media che sono stati ghostati varia tra il 60% e l’85%, mentre quella di chi ha ghostato qualcuno varia tra il 40% e il 65%» spiega Dominic Pettman, docente di media e cultura alla New School University di New York e autore del nuovo saggio Ghosting. On Disappearance (Polity Press). E sono usciti editoriali nella …

Proprio oggi che nessuno crede più ai fantasmi, questi sono dappertutto. Si nascondono dietro un messaggio su WhatsApp mai letto, o un “ultimo accesso alle 23.45” che ci lascia in sospeso. Senza alcun clangore di catene che si trascinano né ectoplasmi fluorescenti nel buio: i fantasmi di oggi, semplicemente, non rispondono. La loro presenza è soprattutto un’assenza.

Lo chiamano ghosting – ma ha varie sfumature e nomi diversi – ed è la cessazione improvvisa, e quindi senza spiegazione, di ogni comunicazione attraverso i canali digitali e nell’era dei social media è un fenomeno onnipresente. «Esistono diversi sondaggi sul tema, e indicano che la percentuale di utenti di social media che sono stati ghostati varia tra il 60% e l’85%, mentre quella di chi ha ghostato qualcuno varia tra il 40% e il 65%» spiega Dominic Pettman, docente di media e cultura alla New School University di New York e autore del nuovo saggio Ghosting. On Disappearance (Polity Press). E sono usciti editoriali nella stampa americana che definiscono la Gen Z come “la più ghostata della storia”, non solo sentimentalmente ma anche dai potenziali datori di lavoro che, sommersi da curricula, spariscono dall’orizzonte.

Vittime e carnefici

«Insomma il fenomeno ha toccato pressoché tutti almeno una volta nella vita» continua Pettman. Certo, non farsi più sentire, tagliare i ponti con un corteggiatore assillante – o con una persona conosciuta da poco che, forse perché infatuata, non ha colto che l’interesse non è reciproco – non è una novità. Ma oggi il ghosting ha un impatto inedito, perché la tecnologia lo amplifica. «Prima, mille attenuanti potevano giustificare la sparizione di qualcuno: la lettera smarrita, il telefono occupato, il messaggio perso nella segreteria telefonica. Oggi, invece, il silenzio appare spietatamente intenzionale: se lo smartphone ci offre molti modi per raggiungere qualcuno, ignorarli tutti diventa di per sé un messaggio molto chiaro» spiega Pettman. «In altre parole, quando abbiamo inventato il messaggiare abbiamo inventato anche il non messaggiare. E questo diventa ancora più evidente nell’epoca della doppia spunta grigia che – ahinoi – proprio non si decide a diventare blu».

La Rete toglie, la Rete dà

Sarebbe semplicistico, però – oltre che ipocrita, visto che sul ghosting nessuno può scagliare la prima pietra – affibbiare al fenomeno la comoda etichetta di veleno sociale per giocare alle anime belle: il ghosting ha un valore – secondo Pettman – perché ci rivela qualcosa sul nostro mondo e sulle nostre fragilità, e anche perché il “silenzio radio”, per adoperare un termine militare, può oggi diventare, se non un atto di ribellione alla società della disponibilità 24 ore su 24, perlomeno la demarcazione di un confine, o un sussulto di libertà, anche senza arrivare all’elogio della fuga (“in tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”) del medico e filosofo Henri Laborit.

«Un pensiero scomodo ma realista: non dobbiamo la nostra presenza a nessuno» rivendica Pettman. «Ognuno di noi ha una quantità limitata di energie relazionali. La tecnologia moltiplica i contatti, ma non le nostre risorse emotive: ecco perché mantenere centinaia di microinterazioni online diventa presto insostenibile».

In questo senso, il ghosting può essere un’autodifesa contro il sovraccarico. «Oggi la maggior parte dei nostri legami online sono già “spettrali” fin dal principio, costruiti come sono su avatar, notifiche e virtualità» spiega Pettman.

«Anche in ogni relazione in presenza c’è sempre una quota di proiezione, ma nelle relazioni digitali questa quota diventa la struttura stessa del legame: ecco perché interrompere i contatti senza un vero e proprio commiato può rivelarsi meno drammatico di quanto sembri a prima vista». Anche perché, diciamolo pure, si sta normalizzando: «Proprio il fatto che si parli molto di ghosting, che si condividano, anche per lamentarsene, esperienze di questo tipo con amici e colleghi e sui social, fa sì che ormai chiunque metta in conto la possibilità concreta di essere ghostato quando inizia una relazione online» spiega Alessia Telari, ricercatrice in psicologia sociale all’Università di Milano-Bicocca. «E poi ciò che la Rete ci toglie, la Rete ci dà, nel senso che oggi è facile trovare online altre persone che hanno subìto ghosting e quindi avere una rete di supporto sociale che aiuta a gestire meglio l’impatto di una rottura sentimentale».

Nelle nostre menti

Stiamo diventando tutti, nostro malgrado, degli esperti che si barcamenano tra il caspering (la faccia amichevole del ghosting, che deve il suo nome al simpatico fantasmino Casper dei cartoni animati), dove chi decide di sparire si premura di comunicarci quell’intenzione, così da non lasciarci in sospeso, e i tanti neologismi fioriti intorno alle relazioni online.

«Quello più esecrato è il breadcrumbing (ovvero il seminare briciole come Pollicino). Lo mette in atto chi prova un marcato disinteresse per una relazione, e lo esplicita evitando il più possibile gli incontri offline e rallentando a dismisura i tempi di risposta, ma non sparisce mai del tutto: scrive messaggi sporadici, semina qua e là qualche complimento o qualche “like” alle storie o agli aggiornamenti di stato che pubblichiamo sui social. Assicurandosi in qualche modo – magari anche solo per vanità o per il (comprensibile) desiderio di preservare un’immagine positiva di sé allontanandosi dallo stereotipo del ghostatore vero e proprio – di prolungare la loro esistenza nella nostra mente» spiega Pettman.

Meglio non sapere

Curiosamente, c’è anche chi proprio nell’essere ghostato trova il modo di salvare la propria autostima. È il caso di chi sta aspettando un riscontro dopo aver inviato una candidatura o dopo un colloquio di lavoro: uno studio recente dell’Università del Mississippi mostra che i ghostati riportano più autostima e senso di controllo rispetto ai candidati che ricevono un rifiuto esplicito. Questi ultimi, infatti, tendono a pensare “Mi hanno valutato e non mi vogliono, quindi sono io il problema”, mentre i ghostati possono pensare “Non mi considerano perché magari sono disorganizzati, non è colpa mia”.

Un’altra sfumatura peculiare del ghosting è il submarining: si comporta così chi, dopo aver ghostato qualcuno, si rifà vivo all’improvviso – riemergendo di colpo in mezzo al mare calmo, per stare alla metafora – come se niente fosse. L’effetto è spiazzante: chi ne è bersaglio può iniziare a dubitare della propria percezione della realtà. «In fondo, però, è bene che iniziamo a farci più domande su quanto le nostre relazioni siano reali, o – per meglio dire – ancora vive» puntualizza Pettman. «Oggi molte delle nostre relazioni, più che a fantasmi, assomigliano a zombie: avrebbero dovuto finire molto tempo fa, ma sono tenute in vita, per quanto in uno stato simile alla catalessi, dai cento modi che le piattaforme social ci offrono per restare superficialmente in contatto».

Siamo arrivati a “Fantasmi contro zombie”, quindi: non è un casereccio B-movie degli anni Settanta, reso ancora più improbabile da sceneggiature sgangherate ed effetti speciali di fattura artigianale, ma è la nostra vita nella ipertecnologica contemporaneità.

Sul Venerdì del 16 gennaio 2026

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