Timothée Chalamet: cinque anni di allenamento al tavolo da ping-pong per diventare Marty Supreme
di Roberto CrociPer la sua interpretazione di Marty Mauser, giocatore di ping pong nella New York degli anni 50, Timothée Chalamet ha vinto il premio come miglior attore alla recente edizione dei Critics’ Choice Award, battendo il favorito Leonardo DiCaprio di Una battaglia dopo l’altra e mettendo una seria ipoteca sui prossimi Oscar. Merito dell’indiscutibile talento dell’attore americano, ma anche del regista Josh Safdie – già autore del bellissimo Diamanti grezzi – che qui racconta come è nato questo bizzarro film in sala dal 22 gennaio, con un cast che comprende Abel Ferrara, il rapper Tyler, The Creator, e Gwyneth Paltrow.
Marty Mauser è ispirato a un personaggio realmente esistito, Marty Reisman. Perché ne è rimasto affascinato?
«Reisman era un sognatore, un ragazzo che la gente derideva, ma che più veniva preso in giro, più si motivava per realizzare i suoi sogni. Quando ho letto la sua autobiografia, trovata da mia moglie in un negozio dell’usato, mi ci sono rispecchiato. Anche per me è sta…
Per la sua interpretazione di Marty Mauser, giocatore di ping pong nella New York degli anni 50, Timothée Chalamet ha vinto il premio come miglior attore alla recente edizione dei Critics’ Choice Award, battendo il favorito Leonardo DiCaprio di Una battaglia dopo l’altra e mettendo una seria ipoteca sui prossimi Oscar. Merito dell’indiscutibile talento dell’attore americano, ma anche del regista Josh Safdie – già autore del bellissimo Diamanti grezzi – che qui racconta come è nato questo bizzarro film in sala dal 22 gennaio, con un cast che comprende Abel Ferrara, il rapper Tyler, The Creator, e Gwyneth Paltrow.
Marty Mauser è ispirato a un personaggio realmente esistito, Marty Reisman. Perché ne è rimasto affascinato?
«Reisman era un sognatore, un ragazzo che la gente derideva, ma che più veniva preso in giro, più si motivava per realizzare i suoi sogni. Quando ho letto la sua autobiografia, trovata da mia moglie in un negozio dell’usato, mi ci sono rispecchiato. Anche per me è stato difficile realizzare il primo film, e ci ho messo dieci anni per fare Diamanti grezzi, un sogno in cui nessuno credeva: c’è voluta una vita per convincere Adam Sandler a interpretarlo... Ma poi, una volta concluso, non ho provato quella sensazione di gioia che mi sarei aspettato, quella soddisfazione che accompagna il “successo”. Anzi, ho provato un senso di vuoto e solitudine, perché non avevo più il mio sogno. Volevo raccontare questo tipo di emozioni, i sentimenti che accompagnano qualcuno quando decide di dedicare tutto se stesso a un progetto».
Perché la scelta è caduta su Timothée Chalamet?
«Ho incontrato Timmy nove anni fa, qualche mese prima che uscisse Chiamami col tuo nome. In lui c’erano un’energia e un’ambizione straordinarie, palpabili, una sete infinita. Ho capito subito che il suo sogno era di diventare l’attore più bravo della sua generazione, e che era disposto a tutto per realizzarlo. Era il mio “Timmy Supreme”».
Conosceva il mondo del ping pong?
«Fa parte del mio Dna. La famiglia di mio padre è originaria della Siria e negli anni 40 si sono trasferiti in Italia e a Parigi, dove si giocava a ping pong. Mia madre è invece americana di origini russe, e suo zio George, il fratello di mia nonna, giocava a ping pong a New York negli anni 50 al famoso Lawrence’s Table Tennis Club – che ho ricreato nel film – quando il tennistavolo era uno sport che non interessava a nessuno e che in pochi praticavano. Ma Marty Supreme non è un film che parla di sport, parla di un uomo che continua a muoversi perché fermarsi lo costringerebbe a confrontarsi con il proprio vuoto interiore e con i fallimenti del passato. È una storia sull’ego e sulla ricerca incessante della grandezza, spesso autodistruttiva».
Prima delle riprese Chalamet si allenava da cinque-sei anni. Com’era il suo livello di gioco?
«Ottimo, ma non paragonabile a professionisti come Marty. Per aiutarlo, ho chiamato Diego Schaaf che ha rappresentato gli Stati Uniti alle Olimpiadi del 1996, e sua moglie Wei Wang, entrambi esperti di ping pong e molto conosciuti a Hollywood. Quando al primo meeting gli dissi che Timmy era un bravo giocatore ma non ai livelli che volevamo per il film, Diego mi ha rassicurato, dicendomi che ce l’avremmo fatta. Il vantaggio di averlo nel team è che, oltre a essere un ottimo consulente tecnico, è uno storico dello sport: ha una biblioteca incredibile e una conoscenza enciclopedica di tutti i più importanti match disputati, quindi a noi bastava ricreare, stile Frankenstein, un mix delle partite più belle degli ultimi 50 anni. Alla fine, è stata una coreografia complessa, dove Timmy ha giocato molti punti dal vero, anche se per i colpi più spettacolari ci siamo fatti aiutare dagli effetti speciali».
Il film è ambientato negli anni 50, ma in tutti i suoi film troviamo un’estetica anni 70. È una scelta?
«Ho imparato molto guardando i film di William Friedkin, Martin Scorsese, Brian DePalma e John Cassavetes. Per Marty Supreme mi sono in parte ispirato a Robert Rossen, un cineasta speciale, che faceva film socialmente impegnati. Ha girato Lilith con Warren Beatty, e Lo spaccone con Paul Newman».
Dai suoi lavori si capisce la passione per quest’arte. Quando si è innamorato del cinema?
«Mio padre era ossessionato dai film. Era un cinefilo, ma non un intellettuale, e per mantenere la famiglia ha fatto moltissimi lavori: trasportava diamanti a New York, ha lavorato con una società di carte di credito, in una stazione di servizio, in una gelateria, ed è finito a progettare siti web. Ma quando staccava dal lavoro, i film erano la sua vita. Quando ero piccolo ha iniziato a portarmi al cinema per farmi comprendere la realtà: per esempio, ho visto Kramer contro Kramer quando stava divorziando da mia madre. Ora faccio lo stesso con mia figlia, ma con film più adatti alla sua età! Guardiamo spesso E.T., un capolavoro: Spielberg ha creato la mitologia moderna».
Nei suoi film prova empatia per truffatori e antieroi. Perché?
«Sono sempre stato attratto da personaggi che in qualche modo mi assomigliano: anche io mi reputo un truffatore nel mondo di Hollywood. Io e mio fratello (Benny Safdie, attore e co-regista di molti suoi film, ndr) ci arrangiamo da quando avevamo vent’anni. Intorno a me ho sempre visto gente muoversi per sbarcare il lunario, per cercare di portare a casa la pagnotta, e credo che una volta che smetti di darti da fare, ti deprimi. Per vivere bene bisogna continuare a muoversi, continuamente. Alcuni dei miei personaggi sono abbastanza spregevoli, ma ammiro la loro indipendenza. La maggior parte non vuole fare del male, cerca solo di ritagliarsi il proprio destino e per me, chiunque voglia percorrere la propria strada è un eroe che vince anche quando non vince».
Sul Venerdì del 16 gennaio 2026