Mauro Galligani: “La mia vita da fotoreporter”
di Emanuela AudisioSi presenta così: «Preferisco finire sul giornale che al museo». Traduzione: non mi va di essere esposto, guardato, ammirato, non sono un’opera d’arte, privilegio la voglia di informare.
Mauro Galligani, 85 anni, è un fotoreporter dalla lunga carriera e dalla grande fama. Il suo ultimo libro si chiama Alla luce dei fatti. Reportage tra due secoli (Gribaudo, 608 pagine, 55 euro). Più di 450 foto divise in sei sezioni, l’ultima è Paese Italia.
Galligani ha girato ovunque, tra guerra e pace, ha raccontato il mondo dritto, storto, capovolto. Ha ritratto violenze e dolcezze, vivi e morti, muri e utopie. Senza mai mettere in posa nessuno. Ha trovato non solo immagini, ma anche parole. «E i polsini lisi dal tempo e dalla storia», è una frase sua, per descrivere il disfacimento di un mondo (comunista) dove i camerieri ci tenevano ancora all’apparenza. E, sì, ha fatto il Sessantotto che non rinnega, ma critica: «È vero, i leader del movimento sognavano un mondo migliore, ma per loro».
È stato …
Si presenta così: «Preferisco finire sul giornale che al museo». Traduzione: non mi va di essere esposto, guardato, ammirato, non sono un’opera d’arte, privilegio la voglia di informare.
Mauro Galligani, 85 anni, è un fotoreporter dalla lunga carriera e dalla grande fama. Il suo ultimo libro si chiama Alla luce dei fatti. Reportage tra due secoli (Gribaudo, 608 pagine, 55 euro). Più di 450 foto divise in sei sezioni, l’ultima è Paese Italia.
Galligani ha girato ovunque, tra guerra e pace, ha raccontato il mondo dritto, storto, capovolto. Ha ritratto violenze e dolcezze, vivi e morti, muri e utopie. Senza mai mettere in posa nessuno. Ha trovato non solo immagini, ma anche parole. «E i polsini lisi dal tempo e dalla storia», è una frase sua, per descrivere il disfacimento di un mondo (comunista) dove i camerieri ci tenevano ancora all’apparenza. E, sì, ha fatto il Sessantotto che non rinnega, ma critica: «È vero, i leader del movimento sognavano un mondo migliore, ma per loro».
È stato il primo fotografo italiano rapito all’estero, a Groznyj, Cecenia, nel ’97. Uno dei pochi a contraddire Oriana Fallaci, tanto che lei per vendetta non autorizzò il suo scatto (a Greve in Chianti nell’80). È stato in volo con le Frecce Tricolori, in missione internazionale con gli alpini in Afghanistan. Ha vissuto la stagione d’oro del settimanale Epoca (Mondadori), ha lavorato per Time-Life, ha seguito il farsi e disfarsi della Storia. Ma soprattutto ha sempre creduto che la fotografia debba accompagnare la notizia, altrimenti non vale.
Considera maestri i giornalisti con cui ha lavorato e insiste: «Non esiste il reportage creativo». Le foto più vecchie sono una di Padre Pio a San Giovanni Rotondo nel ’65, e l’altra di Paolo VI nel ’67, a Fatima, in Portogallo mentre accarezza suor Lucia, una delle tre veggenti. «Per farla mi sono dovuto arrampicare su un albero, tenermi con il braccio sinistro al ramo e con l’altro scattare». La più recente è del 2021 durante il Covid. La didascalia recita: “Non è andato tutto bene”.
«Avevo il permesso di scattare negli ospedali, ma non ho mai fatto commercio di quelle foto né le ho proposte ai giornali. Ero nella sala di rianimazione intensiva, mi sono messo nei panni di una persona che per respirare ha una cupola in testa, non può vedere i propri cari e magari la sua ultima immagine sono io, vestito come un astronauta. Ho evitato, era improponibile. Credevo che la pandemia potesse aiutarci a ragionare diversamente, a interessarci di più all’altro, e invece non è servita a nulla se non a nutrire maggiori egoismi». Mezzo secolo d’Italia con il suo bene e male.
«Sono stato a San Patrignano, potevo girare in libertà, dormivo nell’appartamento di Vincenzo Muccioli, lui mi convinceva poco, troppi scatti d’ira, ma l’atmosfera che ho vissuto lì era eccezionale. Era come stare in una famiglia, però molto chiusa: la disciplina era ferrea, ma c’era tanta voglia di tenerezza, ci si abbracciava tantissimo sempre. Oggi Sanpa si è integrata con il resto del territorio, e in molti settori è all’avanguardia, ma negli anni Ottanta era diverso, era solo un luogo di cura, anche malvisto, nessuno voleva avere dei tossici come vicini di casa. Nel ’94 ero nel loro reparto dei malati terminali per l’ultimo compleanno di Silvio, contagiato dall’Aids. Trovai una scusa, non volevo farla quella foto, loro insistettero molto, erano persone incredibili, più positive di me».
Il male lo aveva già visto nel ’77 sul viso di una bambina, Stefania Senno di due anni e mezzo, rovinato da quell’estate avvelenata che aveva investito Seveso e la Lombardia e che aveva lasciato lesioni alla pelle a circa seicento persone. «La nube tossica fuoriuscita dagli impianti dell’Icmesa, uno stabilimento chimico di proprietà della Givaudan, gruppo svizzero, aveva sfigurato Stefania che quel 10 luglio stava giocando sul terrazzo di casa, a poche centinaia di metri dalla fabbrica. La foto del suo viso devastato dalla cloracne fece il giro del mondo. Devo ringraziare la sua famiglia che ci fece entrare e assistere alle cure, in queste occasioni un fotografo deve avere sensibilità, velocità e saper guardarsi attorno per cercare un elemento in più. Mentre la medicavano mi accorsi che lì accanto la sorella faceva la stessa cosa con il suo bambolotto e scattai».
Sul suo sequestro in Cecenia non ha mai voluto fare polemiche. «Sono uscito vivo dopo 49 giorni di prigionia e la chiudo qui. Nel primo riscatto i rapitori chiesero 150 mila dollari. Berlusconi, che era l’editore, voleva pagare subito ma io avevo fatto l’errore di radermi la barba e qualcuno a Milano gli fece notare che in fondo non ero così sofferente, era meglio aspettare e trattare un prezzo più basso. Non andò così e tanto in un buco ci stavo io, non loro. Nella seconda Polaroid mi feci furbo, mi presentai distrutto e con la faccia da morto. Non dimentico che da uomo libero per prima cosa guardai il cielo e dissi a Fausto Biloslavo, venuto a riprendermi, che era pieno di stelle».
Ha fotografato l’Italia delle autorità, quella piena di regole e di cerimoniali, dove tutti devono sembrare rispettabili. «Ho seguito il presidente Francesco Cossiga nel suo settennato, ero molto in confidenza con lui, tanto che si cambiava davanti a me, ma non mi sono mai permesso di ritrarlo in mutande. Quando lasciò il Quirinale mi fece impressione la lunga fila di persone che venivano a riscuotere un favore promesso.
Silvio Berlusconi nella sua casa a Roma in via dell’Anima, dietro a Piazza Navona, mi disse di seguirlo, entrò in bagno, salì sul water, aprì una finestra circolare e mi invitò a guardare: l’affaccio era sulla fontana del Bernini. Dunque quella finestra faceva parte della chiesa di Sant’Agnese in Agone. Andai con lui a Parigi quando comprò La Cinq, in auto si mise a cantare Celeste Aida, poi a un tratto mi chiese: ha parenti o amici da sistemare? Grazie, non ne avevo».
Galligani non crede alla giusta distanza, spiega che il distacco non esiste. «Una fotografia dice sempre come la pensi. Non ho mai voluto salire su un aereo che bombardava, credo che in quel momento tu diventi complice. Devi anche avere la consapevolezza che fotografare dove la vita non vale niente è pericoloso, può accendere gli animi, indurre qualcuno a sparare e a uccidere solo per la vanità di essere nello scatto. Io mi vanto di aver riportato a casa tutti quelli che erano con me».
Una frase di Gianni Mura apre il libro e un servizio con lui nel ’76, sul Po, lo chiude. «Devo molto alle lezioni di Gianni che mi ha rieducato sentimentalmente. Andammo insieme in barca nella sacca di Scardovari, la laguna più grande del Delta, in provincia di Rovigo, dove il personaggio più famoso era Alberto Morosini, detto Berto El Mato, perché cantava canzoni accompagnandosi con una pentola. Un personaggio da film di Zavattini e di Fellini. Era un’Italia di provincia: creativa, scanzonata, genuina. Nella foto di copertina ho messo invece una ragazza che a Berlino nel ’99 in una Germania riunita si arrampica su una statua di Karl Marx ridotto a un monumento qualsiasi».
La ragazza però gli mette una mano sull’occhio, sembra un gesto di pietà per non fargli vedere com’è ridotto il mondo. «È un’interpretazione e non mi dispiace nemmeno l’aggiunta che qualcuno ha scritto sotto: non è stata colpa nostra. Lo ridico: non mi interessa la gloria, preferisco l’umanità».
Sul Venerdì del 30 gennaio 2026