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Andrea Bajani: crescere un figlio romanista a Houston

(Luciano Rossi /Getty images) 

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La moglie aveva esclamato: What? Ma la decisione era presa: loro figlio sarebbe diventato un tifoso giallorosso in terra texana, quella dei miliardari proprietari del club. Lo scrittore premio Strega racconta come è andata. Tra delusioni e orgoglio
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Per una qualche misteriosa ragione, un giorno mi sono sentito dire a mio figlio che noi tifavamo la Roma. Aveva compiuto quattro anni da pochi mesi, e prima di allora non era mai comparsa in casa una fede calcistica. Il calcio giocato sì, ma era una cosa soprattutto da dopo cena, che mia moglie guardava non dico con sospetto ma con una rassegnata accettazione di genere. Essere maschi, evidentemente, era anche quelle urla che arrivavano dalla sala, e quei pianti, quando il figlio – così di rado – perdeva. Ma c’era poco da dire, sul calcio, si perdeva come una goccia nel mare texano, dove comunque restava una cosa per pochi, elitari esseri umani addirittura gentili, che rifuggivano le incornate e i traumi cranici del football americano. E infatti lo avevamo anche iscritto a una scuoletta calcio locale – una specie di istituzione “liberal”, più pensieri e parole virtuose che calci al pallone. Ma si giocava appunto molto poco, 45 minuti settimanali, di cui 10-15 a sentire le frasi pensose…

Per una qualche misteriosa ragione, un giorno mi sono sentito dire a mio figlio che noi tifavamo la Roma. Aveva compiuto quattro anni da pochi mesi, e prima di allora non era mai comparsa in casa una fede calcistica. Il calcio giocato sì, ma era una cosa soprattutto da dopo cena, che mia moglie guardava non dico con sospetto ma con una rassegnata accettazione di genere. Essere maschi, evidentemente, era anche quelle urla che arrivavano dalla sala, e quei pianti, quando il figlio – così di rado – perdeva. Ma c’era poco da dire, sul calcio, si perdeva come una goccia nel mare texano, dove comunque restava una cosa per pochi, elitari esseri umani addirittura gentili, che rifuggivano le incornate e i traumi cranici del football americano. E infatti lo avevamo anche iscritto a una scuoletta calcio locale – una specie di istituzione “liberal”, più pensieri e parole virtuose che calci al pallone. Ma si giocava appunto molto poco, 45 minuti settimanali, di cui 10-15 a sentire le frasi pensose del coach, che io trovavo di grande ispirazione e mio figlio noiose.

E insomma poi un giorno, mi sono sentito dire che noi tifavamo la Roma. È lì che mia moglie – che in sei anni non mi aveva mai sentito non solo pronunciare nulla di così ardito, ma nemmeno nominare la seria A – si è voltata e ha detto soltanto «What?». Che è il modo secco, americano, per dire che quella cosa non sta né in cielo né in terra. Una specie di: «Ma cosa diavolo dici?». Fatto sta che le ho fatto un cenno discreto ma evidente – «lascia fare»– e ho ripreso a parlare con nostro figlio, facendo saltare fuori dal cilindro della bocca vecchi conigli: Totti, Pruzzo, Bruno Conti. Totti a parte, era la mia infanzia che si sgranchiva le braccia dopo oltre trent’anni in letargo. Da lì tutto fu un piano inclinato: l’esistenza del campionato dentro casa, le interviste post partita, giù giù fino all’abbonamento a Paramount+ («What?!»), e il fine settimana sul divano, ipnotizzati e scontenti.

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Perché poi a parte il mistero del perché io l’abbia fatto, e le risposte di prassi attrezzate per chi ci circondava basito per questa mia conversione nello stereotipo più trito del maschio italiano, c’era la domanda del perché proprio la Roma. Le risposte ufficiali erano facili ed erano due, la prima più scontata e incontrovertibile («Ci divertiamo!»), la seconda più intellettuale, accompagnata dal sopracciglio ironico di mia moglie che ci credeva solo in parte. È un progetto linguistico, dicevo. Insomma, c’entrava con questo vivere altrove, con questo singolare esilio texano avvenuto oltre i quarant’anni, e con il sanguinare della lontananza. Dicevo – dandomi anche delle arie – che seguire la Roma avrebbe rafforzato in nostro figlio un’appartenenza e una lingua altrimenti sotto scacco. Ma ammesso e non concesso che abbia un senso, la seconda domanda («Perché proprio la Roma?») restava pertinente. Soprattutto considerando che cominciammo a tifare la Roma in un momento sciagurato, a fine 2023, inizio 2024. Quando la Roma arrancava e mandava via Mourinho. Il che in sostanza equivaleva a domandarsi perché mai decidere di far trascorrere a un bambino di quattro anni il fine settimana sul divano, a novemila chilometri da Roma, facendo esperienza solo di sconfitte.

A quella domanda non avevo risposte reali, se non ribadirmi la domanda («Già, perché?»), senza però poter più tornare indietro. Difendendomi in più dalle tentazioni degli amici juventini che mandavano per posta magliette della Juve taglia 4 anni, cercando di far leva sulla futura psicanalisi del figlio, che si sarebbe alleviata di gran lunga con un tifo a più vittorie. Ma niente da fare, non cedevo. Dicevo, con qualche pedanteria, che gliele davamo troppo vinte nella vita, a nostro figlio, e che dunque quella della Roma era anche – tutto sommato – una salutare scuola di sconfitta. Nel frattempo entrava dentro casa una bandiera della Roma, portata in dono da un amico romano finito anche lui qui ai confini con il Messico a fare l’infermiere, incredulo di trovare un quattrenne da catechizzare. Ma essendo – l’amico e sua moglie – romanisti veri e propri, accompagnavano il brio con un po’ di malinconia. E soprattutto lui scuoteva sempre il capo, in quei mesi, dicendo che non andava bene per niente, che mai una gioia, che lui di suo avrebbe mandato tutti a casa, o almeno la vecchia guardia. Mio figlio non capiva troppo il “mai una gioia” – che comunque l’amico mitigava in sua presenza –, e invece fu felice di ricevere in dono una bandiera del glorioso 2000-2001, che ci fu portata in casa come una bandiera sul feretro di una squadra un tempo talmente grande da vincere anche degli scudetti. Si fece un piccolo rituale, e gliela inchiodammo sopra il letto, e lì ancora sta, a baluardo e interferenza dell’attività onirica del nuovo romanista.

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Il bilancio restava attivo, comunque, checché ne dicessero i detrattori. Perché in effetti aiutava i progressi con la lingua, e nostro figlio sillabava, a neanche cinque anni, le ragioni delle sconfitte scorrendo i titoli sul monitor del computer. Ma anche perché era chiaro che una qualche mitologia faceva comodo per vivere la vita con uno straccio di sensatezza, o quanto meno con una storia di accompagnamento. E quando una notte si presentò nella nostra stanza all’una e mezzo, con non ricordo quale tarlo, o prurito di zanzara, e non ne voleva sapere di tornare a letto, ci fu una sola frase che riuscì a disinnescare la sua disperata ostinazione. «Metti la testa sul cuscino e pensa alla Roma»: si avviò verso la sua stanza senza dire altro, come andasse verso il dischetto del calcio di rigore. Un minuto dopo russava, e noi spegnemmo la luce senza commentare.

Ma io ero soddisfatto, in silenzio, anche per me stesso, che potevo sgranocchiarmi qualche pensiero sulla Roma pure io che non sono bravissimo a dormire, dopo il vuoto laico, da ritirata di Dio, di una vita trascorsa senza idoli.

Intanto la discesa della Roma sembrava in picchiata. Il nostro amico infermiere scuoteva il capo quando veniva a cena, e l’altro tifoso di sostegno, che sentivamo per telefono da Viterbo dopo le partite, diceva ormai soltanto «lascia stare». Mio figlio, perplesso, tornava a giocare per i fatti suoi. Era poi arrivato anche De Rossi, la vecchia gloria, che fu prima consegnata da tutti noi a mio figlio come il salvatore della squadra e poi sparì in un attimo, congedato come una doccia fredda dalla proprietà e sostituito da un allenatore con la faccia triste.

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Perché il problema ulteriore, nel crescere un tifoso da questa parte dell’Atlantico era anche l’altra frase ricorrente dei delusi. «Maledetti sti texani», con riferimento a Dan Friedkin, miliardario e proprietario della Roma. Stando agli scontenti, i texani non capivano niente del nostro campionato, e neanche del calcio, proprietari com’erano – tra l’altro – di concessionarie Toyota e di resorts. A Houston, oltre tutto. Il che comportava un altro aggiustamento, considerando che l’unica altra mitologia che avevo fornito di soppiatto era quella del Texas. Non solo perché si facesse una ragione di questo nostro vivere lontano. Ma perché in fondo ci credevo, e ci credo, al motore, forse insensato ma potente, di questo posto inventato sul mito della frontiera e sul futuro da procacciarsi spingendo sempre più in là il proprio pick-up. Ma come si faceva a conciliarlo con l’altro mito, che “sti maledetti texani”, come dicevano gli amici, prendevano tanto a picconate?

Salvare capra e cavoli non è facile, come ricordano le storie. Ma per fortuna poi arrivò Ranieri, cioè la favola perfetta sia per i grandi che per i bambini. Ranieri, ovvero il nonno che non scalpita, che fa vincere i perdenti, che arriva da Testaccio e va a mangiare a pranzo a casa con la moglie – come l’amico infermiere prese a raccontarci con orgoglio – e la squadra che rinasce dalle ceneri dopo averle cosparse sopra il capo dei tifosi. Mettersi seduti sul divano il fine settimana divenne allora una faccenda differente, anche da incoraggiare. Non era più, insomma, l’invito a sedersi sulla graticola e lasciarsi rosolare per due tempi dentro lo sconforto.

Mia moglie prese a nominare qualche calciatore con divertimento («My old friend, Manu Koné!»), e poi nacque un altro figlio. Che fu vestito con una tutina con la lupa che allatta i due bambini, e che quando disse le prime parole cominciò a urlare «la Roma!» di fronte a qualsiasi sport passasse dentro la televisione. E a qualsiasi squadra, con buona pace degli juventini.

E così anche il Texas fu riabilitato, o almeno in parte, cioè quella che si poteva dire. Mentre l’altra, quella che nutriva il resto che sconvolti vedevamo e vediamo passare sullo schermo – il Venezuela, i detention center, i muri alla frontiera – restava disgiunta ma non irrelata dal nostro vivere concreto.

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E a parte qualche piccolo incidente di gelosie domestiche – «voglio anch’io le scarpe della Roma!», per esempio – ora è più facile sedersi il fine settimana sul divano. E comunque andrà a finire il campionato, la Roma aiuta ogni mattina anche con la scuola, quando andarci pesa un po’, e a volte oltre allo sconforto si aggiunge qualche lacrima e capriccio. E ancora facciamo – di tanto in tanto – quello che facemmo ai tempi dell’asilo, quando il modo più efficace per entrare in classe era di metter su lo sguardo della forza. «E come si fa?», aveva chiesto mio figlio. E la risposta che gli serviva era in un fermo immagine, con il video in pausa sugli occhi di Totti prima di battere una punizione. «Così?», mi chiedeva provando a imitarlo. Così. Ogni tanto ci diciamo che sono gli occhi texani, o gli occhi romanisti, conta poco.

E il fatto che Gasperini sia stato scelto dai “maledetti texani” in fondo ci piace, ci aiuta a vederlo come un uomo in un film western. Il che aiuta noi, come aiuta chiunque trovi il proprio modo di aiutarsi: il piccolo la notte stringe il coniglietto di peluche, il grande guarda la bandiera della Roma sopra il letto, io mi alzo, vado in cucina e scrivo storie come questa.

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