Nelle foreste asiatiche sono tornate le tigri
di Simone PorrovecchioNel cuore delle foreste thailandesi, la tigre è un simbolo millenario di forza e protezione, temuta e rispettata allo stesso tempo, incarnazione vivente di miti, arte e cultura dell’Asia sudorientale. Oggi, nel 2026, questa memoria simbolica trova un riscontro concreto. La tigre indocinese (Panthera tigris corbetti) mostra segnali tangibili di ripresa nelle aree protette della Thailandia, dimostrando come una conservazione costante possa invertire traiettorie un tempo considerate irreversibili. I numeri parlano chiaro: da appena 40 tigri nel 2007, adesso la popolazione oscilla tra 179 e 223 esemplari (dati del governo thailandese e del Wwf). Nel Western Forest Complex — uno dei più vasti sistemi forestali del Sudest asiatico, lungo il confine con il Myanmar — le fototrappole hanno registrato oltre 150 avvistamenti negli ultimi venti mesi, inclusi cuccioli nati in natura, segno evidente di una popolazione in riproduzione.
Con il corpo muscoloso e flessuoso, striato di nero su un aranci…
Nel cuore delle foreste thailandesi, la tigre è un simbolo millenario di forza e protezione, temuta e rispettata allo stesso tempo, incarnazione vivente di miti, arte e cultura dell’Asia sudorientale. Oggi, nel 2026, questa memoria simbolica trova un riscontro concreto. La tigre indocinese (Panthera tigris corbetti) mostra segnali tangibili di ripresa nelle aree protette della Thailandia, dimostrando come una conservazione costante possa invertire traiettorie un tempo considerate irreversibili. I numeri parlano chiaro: da appena 40 tigri nel 2007, adesso la popolazione oscilla tra 179 e 223 esemplari (dati del governo thailandese e del Wwf). Nel Western Forest Complex — uno dei più vasti sistemi forestali del Sudest asiatico, lungo il confine con il Myanmar — le fototrappole hanno registrato oltre 150 avvistamenti negli ultimi venti mesi, inclusi cuccioli nati in natura, segno evidente di una popolazione in riproduzione.
Con il corpo muscoloso e flessuoso, striato di nero su un arancione intenso che sfuma nel bianco del ventre, la tigre attraversa intrichi di liane, corsi d’acqua e sottobosco impenetrabile. Può percorrere decine di chilometri alla ricerca di cervi, cinghiali e piccoli erbivori. Predatore solitario e territoriale, caccia con movimenti silenziosi e un attacco preciso. Il suo ruggito, udibile fino a due chilometri, segna confini invisibili. «La sua ripresa non è casuale, ma il risultato di strategie di lungo periodo: pattugliamenti anti-bracconaggio, gestione attiva delle popolazioni di prede, corridoi ecologici e l’aggiornamento, nel 2025, del piano nazionale per la conservazione dei grandi felini. Dati solidi e aggiornati sono fondamentali per interventi efficaci», spiega Wai Ming Wong di Panthera, ong per la tutela dei grandi felini. «Il monitoraggio continuo e la collaborazione con le comunità locali hanno ridotto la pressione illegale sulle tigri e sul loro habitat, anche se la vigilanza resta indispensabile».
Il gatto a testa piatta
La tigre sopravvive anche in Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam, sebbene in popolazioni frammentate. In Malesia, una popolazione un tempo considerata parte della stessa sottospecie è stata riclassificata nel 2004 come tigre malese (Panthera tigris jacksoni), oggi anch’essa in grave pericolo. In Cina, l’ultimo esemplare noto è stato ucciso nel 2007 nello Yunnan (l’uomo responsabile fu condannato).
Non lontano, nelle foreste del Sud della Thailandia, un altro felino rarissimo è tornato a farsi vedere. Il gatto a testa piatta (Prionailurus planiceps), uno dei più elusivi al mondo e considerato “possibilmente estinto” dal 1995, è stato registrato dalle fototrappole del Princess Sirindhorn Wildlife Sanctuary, al confine con Laos e Cambogia. Tra gli avvistamenti figurano femmine con cuccioli. «Non si tratta di avvistamenti isolati. Il fatto che gli animali tornino regolarmente e si riproducano dimostra che questi habitat sono di nuovo in grado di sostenerli», spiega Surasak Yimprasert, responsabile dei programmi di conservazione del Songkhla Zoo, che collabora insieme a Panthera e al Dipartimento nazionale per i parchi e la fauna thailandese.
La rinascita dei grandi felini del Sudest asiatico non è un caso isolato. Anche nel Nord dell’Asia, la tigre siberiana o dell’Amur (Panthera tigris altaica) è al centro di una delle più lunghe e documentate operazioni di conservazione mai realizzate. La sua storia recente è raccontata nel libro Tigers Between Empires (2025) di Jonathan C. Slaght. Ridotta a circa trenta individui nella metà del Novecento, oggi la popolazione è stimata dall’Iucn tra 300 e 486 adulti. Grazie a radiocollari di ultima generazione, è possibile seguire una tigre dalla nascita alla morte, ricostruendone movimenti, territori e relazioni. «Sorvegliare una tigre per l’intero arco della vita permette di comprendere non solo il comportamento, ma anche la continuità ecologica tra generazioni», osserva Slaght, sottolineando come le femmine trasmettano i territori alle figlie, creando vere linee familiari nella foresta.
Un cucciolo imprevisto
Non solo felini. In India, un altro grande predatore, il lupo indiano (Canis lupus pallipes), è al centro di un programma di conservazione che ha portato alla nascita in natura di un cucciolo da genitori allevati in cattività e poi rilasciati nelle praterie del Gujarat, un primo passo verso il rafforzamento e la reintroduzione della specie in aree dove era scomparsa.
Ma i ritorni sembrano moltiplicarsi anche lontano dall’Asia. In Brasile, nel Cunhambebe State Park, nello stato di Rio de Janeiro, il tapiro sudamericano (Tapirus terrestris) è stato documentato dalle fototrappole dopo oltre un secolo di assenza confermata. Specie chiave per gli ecosistemi forestali, è un grande erbivoro, che disperde i semi su lunghe distanze e sopravvive solo in foreste estese e ben connesse. La sua presenza suggerisce una ricolonizzazione naturale favorita dal ripristino dei corridoi forestali, spiega Marcelo Cupello, biologo dell’Istituto statale per l’ambiente.
Nella Mata Atlântica brasiliana, una delle foreste più ricche e ferite del pianeta, il ritorno della fauna selvatica non ha il passo silenzioso di un grande mammifero, ma il colore improvviso di un volo. L’amazzone dalle sopracciglia rosse (Amazona rhodocorytha), pappagallo endemico di questa foresta brasiliana, è tornata ad attraversare le chiome, e con lei suoni e funzioni dimenticate. È infatti uno dei pochi uccelli capaci di disperdere semi di grandi dimensioni, contribuendo alla rigenerazione naturale della foresta. Ogni passaggio tra un albero e l’altro rimette in moto un equilibrio antico.
Questi ritorni, diversi per specie e continenti, delineano un messaggio chiaro per il 2026. Dove la conservazione è coerente, continua e sostenuta da scelte politiche e sociali, la natura non si limita a resistere. In alcune foreste, tra ruggiti lontani e voli ritrovati, sta lentamente riconquistando il suo posto.
Sul Venerdì del 30 gennaio 2026