Olivier Assayas: “Nel mio film su Putin che nessuno voleva Jude Law è stato molto coraggioso”
di Marco ConsoliDa dove viene Vladimir Putin, chi ne ha plasmato la carriera politica e soprattutto chi ha permesso la scalata al potere della ex spia del Kgb che ha guidato la Russia col pugno di ferro negli ultimi 25 anni? La risposta condensata in 2 ore e 36 minuti si può trovare, in maniera analoga a quanto faceva The Apprentice per raccontare le origini di Donald Trump, nel film Il mago del Cremlino. Tratto dal romanzo omonimo di Giuliano da Empoli (Mondadori) e sceneggiato da Emmanuel Carrère e da Olivier Assayas, che lo dirige, il film esce al cinema il 12 febbraio dopo la prima alla Mostra del Cinema di Venezia.
Il mago del titolo è Vadim Baranov (Paul Dano), ex braccio destro e spin doctor di Putin (un convincente Jude Law) ispirato alla figura vera di Vladislav Surkov. Nell’incipit incontra un saggista americano (Jeffrey Wright) appassionato come lui di Evgenij Zamjatin, lo scrittore del romanzo distopico Noi che ha ispirato 1984 di Orwell. L’incontro è la scusa per raccontargli la propria …
Da dove viene Vladimir Putin, chi ne ha plasmato la carriera politica e soprattutto chi ha permesso la scalata al potere della ex spia del Kgb che ha guidato la Russia col pugno di ferro negli ultimi 25 anni? La risposta condensata in 2 ore e 36 minuti si può trovare, in maniera analoga a quanto faceva The Apprentice per raccontare le origini di Donald Trump, nel film Il mago del Cremlino. Tratto dal romanzo omonimo di Giuliano da Empoli (Mondadori) e sceneggiato da Emmanuel Carrère e da Olivier Assayas, che lo dirige, il film esce al cinema il 12 febbraio dopo la prima alla Mostra del Cinema di Venezia.
Il mago del titolo è Vadim Baranov (Paul Dano), ex braccio destro e spin doctor di Putin (un convincente Jude Law) ispirato alla figura vera di Vladislav Surkov. Nell’incipit incontra un saggista americano (Jeffrey Wright) appassionato come lui di Evgenij Zamjatin, lo scrittore del romanzo distopico Noi che ha ispirato 1984 di Orwell. L’incontro è la scusa per raccontargli la propria carriera, dall’esordio come regista teatrale punk durante il crollo dell’Urss – è allora che Baranov incontra l’affascinante Ksenia (Alicia Vikander), che segnerà la sua vita sentimentale – al lavoro come produttore di un reality di successo durante il boom economico e l’ascesa degli oligarchi, fino all’incarico datogli dal nuovo proprietario della tv russa, Boris Berezovskij (Will Keen), di aiutare la scalata al potere e la costruzione del personaggio di Putin, ex spia poco avvezza al potere, nominato da poco premier da Boris Eltsin.
Da quel punto in poi viene raccontato più di un decennio della storia russa, compresi la guerra in Cecenia, la vicenda del sottomarino Kursk, e le lotte con gli oligarchi, tra cui appare anche il ristoratore Evgenij Prigožin (Andris Keiss), poi divenuto leader del gruppo Wagner. «È stato Giuliano da Empoli a farmi inviare il libro dopo l’uscita per ipotizzare un adattamento», ci racconta Assayas. «Non ci conoscevamo, ma immagino abbia pensato a me perché avevo realizzato la miniserie Carlos sull’omonimo terrorista venezuelano, dimostrando di essere capace di affrontare la Storia moderna con personaggi umani credibili».
Ha accettato subito? «All’inizio ero riluttante. Per quanto ammirassi molto il libro, perché pensavo catturasse qualcosa della politica moderna, avevo timore ad adattare quello che è per lo più un monologo. Inoltre pensavo si dovesse girare in russo, ma non era possibile per motivi politici e di budget, per cui poi è stato scelto l’inglese per avere un pubblico più ampio e trovare più soldi».
Cosa l’ha convinta? «Quando sono andato a trovare Giuliano gli ho chiesto se per documentarsi avesse dei contatti in Russia e mi ha detto di no: il romanzo e Baranov erano ispirati alla sua esperienza di consigliere di Matteo Renzi quando era premier. Il romanzo e il film non parlano di Putin, come si crede, ma del potere in modo universale. E questo mi affascinava. Inoltre volevo girare un film all’apparenza impossibile».
In che senso? «C’è voluto più di un anno per trovare i finanziamenti. Quando si tratta di addentrarsi nella politica molti si tirano indietro (alla fine la produzione è francese: Curiosa Films, Gaumont e France 2 Cinéma, ndr). Realizzarlo è stato un miracolo».
Un film che parla di Putin, tratto da un romanzo scritto da un italiano, girato da un francese in lingua inglese. Temeva un pasticcio? «Quando ho girato Carlos ho imparato che una storia vera si può anche romanzare, inventando il lato intimo di personaggi esistiti, purché i fatti siano assolutamente aderenti alla realtà. Ed è quello che ho fatto qui».
Nessuna paura di raccontare la Russia, un Paese la cui anima è così diversa da quella occidentale? «Per questo ho chiesto aiuto al mio amico Emmanuel Carrère, che conosco da sempre: lui è per metà russo e conosce la Russia meglio di me. E così abbiamo scritto insieme la sceneggiatura».
Putin è in qualche modo un simbolo di tutti gli autocrati che tiranneggiano il mondo. Cos’ha in comune con gli altri e cosa lo rende unico secondo lei? «Il suo potenziale di malvagità è più ampio di quello della maggior parte degli altri. E penso che la Russia post Kgb abbia inventato la politica moderna: sono stati i primi a usare internet come arma, e questo, credo, ha influenzato tutti gli altri Paesi».
Si riferisce all’utilizzo di hacker e fake news? «Assolutamente sì. Il film tenta di catturare proprio questo momento storico preciso: dalla fine degli anni 90 internet è diventato uno degli strumenti principali della politica, ed è spaventoso perché consente la manipolazione di massa. Le masse venivano manipolate molto prima di Putin e i meccanismi sono già stati descritti da Machiavelli, Baltasar Gracián o Sun Tzu. I conflitti tra esseri umani si riducono sempre a cose molto basilari, ma sono le modalità a cambiare».
Crede che la democrazia sia in pericolo? «Più che mai, anche se spero di sbagliarmi. La democrazia non è più un dato di fatto come avveniva un tempo, al di là delle divisioni tra destra e sinistra. Il grande interrogativo di questi tempi è: le persone vogliono davvero la democrazia? Più che l’ascesa del male o dei tanti autocrati da cui è popolato il mondo, mi spaventa il fatto che le forze democratiche non abbiano ancora trovato gli anticorpi per affrontare questa stagione. E quindi la sensazione è che ci sia qualcosa di profondamente antidemocratico in ascesa, senza che esista alcuna barriera di sicurezza. Credo, per esempio riguardo agli Stati Uniti di Trump, che i Democratici non sappiano come affrontare la situazione. Lo stravolgimento è talmente profondo che penso necessiti di una nuova generazione di politici all’altezza del compito. E purtroppo non la vedo arrivare».
Scegliere Jude Law per incarnare Putin non deve essere stato facile. Come avete lavorato alla sua trasformazione molto credibile? «Credo che il lavoro di make up sia stato eccellente, ma non mi ci sono soffermato troppo. Non volevo un’imitazione, avevo bisogno di un grande attore con il coraggio, l’energia e l’intelligenza per creare i vari strati che compongono il carattere di Putin».
Perché agli oligarchi, tranne Berezovskij, sono stati cambiati i nomi? «Berezovskij è morto, ma per gli altri vivi non volevamo grane legali. E non volevamo dispiacere Michail Chodorkovskij che oggi rappresenta un oppositore di Putin».
Le interesserebbe sapere se Putin ha visto il film e si è imbufalito o è rimasto lusingato dall’incarnazione di Jude Law? «Sinceramente no. So che ho rappresentato i fatti in maniera fedele alla realtà. E non penso che nessuno possa pensare che mi schiero dalla sua parte».