Annie Ernaux scoperta dalla Gen Z: “Ma che fatica scrivere dopo il Nobel”
di Marco Consoli«So che oggi i giovani si raccontano con i social media, spesso creando versioni di sé artefatte. Per questo mi ha stupito vedere degli studenti leggere i miei libri e riflettere ad alta voce sulla lettura fatta, come se stessero cercando dentro di sé qualcosa di sconosciuto». Annie Ernaux, 85 anni, scrittrice e insegnante per tanti anni, è lusingata di vedere il risultato del documentario di Claire Simon Scrivere la vita. Annie Ernaux raccontata dalle studentesse e dagli studenti, girato nelle scuole secondarie francesi, che dal 1° febbraio inizierà un tour di proiezioni on demand in sala per quelle italiane (per informazioni e prenotazioni: scuole@iwonderpictures.com).
«È bello questo dialogo aperto sui libri. Quando ero adolescente la mia esperienza di lettura era solitaria: si parlava meno con gli adulti, e anche se mia madre era una lettrice accanita, al massimo il commento si limitava a un aggettivo come bello o brutto», racconta la grande autrice francese. Nel film gli adolesce…
«So che oggi i giovani si raccontano con i social media, spesso creando versioni di sé artefatte. Per questo mi ha stupito vedere degli studenti leggere i miei libri e riflettere ad alta voce sulla lettura fatta, come se stessero cercando dentro di sé qualcosa di sconosciuto». Annie Ernaux, 85 anni, scrittrice e insegnante per tanti anni, è lusingata di vedere il risultato del documentario di Claire Simon Scrivere la vita. Annie Ernaux raccontata dalle studentesse e dagli studenti, girato nelle scuole secondarie francesi, che dal 1° febbraio inizierà un tour di proiezioni on demand in sala per quelle italiane (per informazioni e prenotazioni: scuole@iwonderpictures.com).
«È bello questo dialogo aperto sui libri. Quando ero adolescente la mia esperienza di lettura era solitaria: si parlava meno con gli adulti, e anche se mia madre era una lettrice accanita, al massimo il commento si limitava a un aggettivo come bello o brutto», racconta la grande autrice francese. Nel film gli adolescenti riflettono ad alta voce sui suoi libri, spesso sorpresi dalla schiettezza della scrittura così vicina al linguaggio colloquiale e dalla crudezza delle esperienze raccontate, come l’aborto clandestino descritto in L’evento. Toccherà ora agli studenti italiani scoprire quanto le loro vite, esperienze ed emozioni, nei rapporti familiari e nelle relazioni possano assomigliare a quelli che l’autrice premio Nobel 2022 ha trasposto nei suoi romanzi.
Che cosa prova a vedere l’effetto dei suoi libri sui lettori? «Quando scrivo non penso al risultato finale. Per me è importante cercare parole precise corrispondenti a ciò che vedo e provo. E quando il libro è finito mi chiedo: come ho fatto a realizzarlo? Quando poi incontra i lettori, mi sento come quando faccio un regalo a qualcuno, come il medium di una storia fatta di carne, sangue, corpi».
Come mai secondo lei molti giovani nel documentario si riconoscono nelle situazioni descritte nei suoi romanzi? «Mi pare siano coinvolti perché, come dicono loro, la mia scrittura è senza filtri, e parlo di temi reali spogliati di dettagli romanzati: la vergogna, la condizione delle donne, il desiderio. Certo, l’aborto in Francia ormai è legale, ma le domande sul corpo restano e interrogano anche le ragazze di oggi».
Alcuni suoi romanzi sono diventati film. Che rapporto ha con gli adattamenti? «Non è un rapporto semplice, ma almeno un film mi ha profondamente commosso: La scelta di Anne - L’événement, tratto da L’evento. Anche se la regista Audrey Diwan appartiene a un’altra generazione, ne ha colto l’essenza. Passion simple (tradotto in Italia come L’amante russo, ndr) ha rafforzato in me l’idea che sul grande schermo il sesso sia irrappresentabile: è un peccato perché la regista Daniele Arbide mi aveva chiesto per dieci anni di adattarlo. J’ai aimé vivre là è ambientato a Cergy-Pontoise, la cittadina a 40 chilometri da Parigi dove ho sempre vissuto: il regista ha girato scene di vita quotidiana basandosi sui miei diari. Essendo un documentario il giudizio è sospeso».
Anche lei ha diretto un documentario, Les années Super-8, insieme a suo figlio David Ernaux-Briot. Che esperienza è stata? «Quando Daniel è venuto da me e mi ha detto: “abbiamo un sacco di filmini di famiglia girati da papà (Philippe Ernaux, ex marito della scrittrice, ndr), tu devi scrivere la sceneggiatura”, sono rimasta turbata. Non lo avevo mai fatto, ma non avrei potuto mai dirgli di no: ho rivisto tutti quei film e ho scritto, ma ho capito che non avrei mai più ripetuto l’esperienza, anche se ho cambiato il modo di guardare ai documentari».
A quando risale la sua prima esperienza con il cinema? «Avevo cinque anni, era il 1945, e non capii granché. Tornai due anni dopo per vedere Cime tempestose: ricordo la scena di una mano fuori da una finestra. Poi ho iniziato a vedere i film comici di Bourvil e Fernandel che piacevano a mio padre. Mia madre considerava il cinema un’arte inferiore a letteratura e teatro: per questo da piccola ci andavo poco. Solo dopo i 18 anni, da studentessa, ho iniziato con continuità, e a quell’epoca risalgono i primi ricordi duraturi».
Quali film ricorda? «Gli amanti di Louis Malle e l’arrivo della Nouvelle Vague, poi Hiroshima mon amour scritto da Marguerite Duras. Ho iniziato a creare un legame tra ciò che vedevo e ciò che scrivevo. Quando ho scritto Il posto sono andata a rivedere La strada di Fellini, dove c’era per me la stessa forma di realismo. Per Gli anni un film che mi ha ispirato è stato Ballando ballando di Ettore Scola».
Tra poco uscirà l’adattamento del suo romanzo Memoria di ragazza. «Parla della relazione violenta avuta a 18 anni con un ragazzo in un campo estivo. È uscito nel 2014, ma era il primo libro che avrei voluto scrivere, già prima di cominciare Lettere all’università. Il mio piano è sempre stato insegnare per poter poi scrivere. I miei non avrebbero mai accettato che fossi stata soltanto scrittrice».
Il suo ultimo libro, Il ragazzo, risale al 2022. Sta lavorando a un altro? «Trovo difficile scrivere adesso. Avevo iniziato ma poi ho ricevuto il Nobel ed è cambiato tutto: prima avevo una vita ordinaria, adesso sono un personaggio pubblico. Già nel 2021 avevo avuto una telefonata di congratulazioni per il premio, ma era una bufala: così l’anno dopo oltre all’annuncio ufficiale ho aspettato di sentire la notizia alla radio. Ero davanti alla lavastoviglie, e ho cominciato a fissarla indefinitamente. È un’esperienza meravigliosa ma scioccante: sono andata alla cerimonia e non sapevo a chi chiedere consigli su come vestirmi. Avevo iniziato a scrivere un libro, ma dopo il Nobel non mi pareva più all’altezza. Ora ho preso un’altra direzione: speriamo sia quella giusta».
Sul Venerdì del 30 gennaio 2026