La strage dimenticata di Alkamar e i misteri di Trapani
di Salvo PalazzoloDavanti a un mare bellissimo, nel cuore della provincia di Trapani, si consumò una strage misteriosa cinquant’anni fa. Ma nessuno sembra più ricordare i nomi delle vittime, il nostro è un Paese che dimentica troppo facilmente: la notte fra il 26 e il 27 gennaio 1976, un commando di killer trucidò due carabinieri all’interno della casermetta di Alcamo Marina che aveva il nome in codice di “Alkamar”. Non ci fu scampo per Carmine Apuzzo, diciannovenne originario di Castellammare di Stabia, e per l’appuntato Salvatore Falcetta, 35 anni, siciliano di Castelvetrano.
Le indagini puntarono subito al terrorismo rosso: vennero arrestate quattro persone, che dopo ore di violenza confessarono di aver partecipato all’agguato, salvo poi negare tutto davanti al magistrato. Uno morì in carcere, due fuggirono in Sudamerica, mentre l’ultimo, Giuseppe Gulotta, rimase in cella per ventidue anni. Da innocente. Sì, perché Gulotta e gli altri non c’entravano proprio nulla con la strage della casermetta. Tan…
Davanti a un mare bellissimo, nel cuore della provincia di Trapani, si consumò una strage misteriosa cinquant’anni fa. Ma nessuno sembra più ricordare i nomi delle vittime, il nostro è un Paese che dimentica troppo facilmente: la notte fra il 26 e il 27 gennaio 1976, un commando di killer trucidò due carabinieri all’interno della casermetta di Alcamo Marina che aveva il nome in codice di “Alkamar”. Non ci fu scampo per Carmine Apuzzo, diciannovenne originario di Castellammare di Stabia, e per l’appuntato Salvatore Falcetta, 35 anni, siciliano di Castelvetrano.
Le indagini puntarono subito al terrorismo rosso: vennero arrestate quattro persone, che dopo ore di violenza confessarono di aver partecipato all’agguato, salvo poi negare tutto davanti al magistrato. Uno morì in carcere, due fuggirono in Sudamerica, mentre l’ultimo, Giuseppe Gulotta, rimase in cella per ventidue anni. Da innocente. Sì, perché Gulotta e gli altri non c’entravano proprio nulla con la strage della casermetta. Tanti anni dopo, un carabiniere lo disse chiaramente, confessando le torture e le false accuse.
Ma se non erano stati Gulotta e i suoi compagni di sventura a uccidere i due carabinieri, chi sono i veri colpevoli?
Il volantino sparito
Un appassionante libro-inchiesta scritto da Lucio Luca ripercorre la storia incredibile dell’ennesimo depistaggio di Stato. Si intitola L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani, pubblicato dalla Compagnia editoriale Aliberti.
Luca, giornalista di Repubblica da oltre trent’anni, palermitano cresciuto attorno ai crateri delle stragi del 1992, non ha mai smesso di indagare dentro i misteri siciliani che attraversano il Paese. Adesso, ripartendo dalla spiaggia di Alcamo, ripercorre le strade della provincia di Trapani che continuano a custodire i dettagli di un grande enigma, quello che probabilmente conosceva il boss Matteo Messina Denaro. È l’enigma che lega alcuni delitti eccellenti siciliani.
Della strage di Alcamo si occupò Peppino Impastato, il coraggioso animatore di Radio Aut, ucciso dai mafiosi due anni e mezzo dopo, pure i suoi assassini furono protetti da un depistaggio istituzionale architettato dagli stessi carabinieri che indagarono sui morti di Alcamo Marina. Dopo la morte di Impastato, invece di perquisire la casa del boss Tano Badalamenti, quei militari andarono a casa di Peppino e portarono via tanti suoi documenti. Fra cui un volantino che offriva una chiave di lettura molto precisa su Alcamo Marina. «Peppino non aveva pace, non aveva mai mollato la sua personale inchiesta su Alkamar», Lucio Luca ha recuperato la testimonianza di un vecchio amico di Impastato: «La connetteva a campi paramilitari fascisti in provincia di Trapani e a oscuri traffici di armi. Per lui la chiave della strage dei carabinieri andava ricercata proprio lì».
Di traffici d’armi in provincia di Trapani tornò a occuparsi anni dopo Mauro Rostagno, un’altra voce libera soffocata dalla mafia: ogni giorno, il suo telegiornale raccontava gli intrecci fra boss, politici e massoni. La sera in cui lo uccisero, il 26 settembre 1988, i killer cercavano una videocassetta con l’ultimo scoop, era probabilmente dentro la borsa da cui non si separava mai.
«Negli ultimi tempi», ricorda Lucio Luca, «Mauro Rostagno aveva filmato gli strani movimenti attorno all’aeroporto abbandonato di Kinisia. Così aveva documentato l’arrivo di piccoli velivoli che scaricavano casse di armi destinate, evidentemente, a qualche struttura segreta. La mafia, probabilmente, ma magari anche altro». Pure attorno al caso Rostagno è pesato un depistaggio durato anni, mentre i misteri della provincia di Trapani si facevano sempre più intricati.
Centro Scorpione
Alla fine degli anni Ottanta, in quella parte di Sicilia ha operato un’articolazione di Gladio, il Centro Scorpione, non si è mai compreso con quale missione. Per certo, a guidare la struttura per un periodo arriva il maresciallo Vincenzo Li Causi, che poi morirà in circostanze misteriose in Somalia, nel novembre 1993. Due mesi prima, ad Alcamo la polizia aveva trovato un arsenale a casa di due carabinieri che dicevano di essere dei collezionisti. La fonte che aveva indicato il posto a un poliziotto del commissariato locale suggeriva invece: «Quello è un deposito di Gladio».
È davvero lunga la lista dei misteri siciliani che finiscono a Trapani. Nella casa arsenale, il poliziotto trova la foto di una donna che di recente i magistrati di Firenze hanno ripreso nelle indagini sulla “biondina” che avrebbe operato durante gli attentati del 1993. A Trapani andava invece spesso il poliziotto Nino Agostino, «vestito da contadino» ha raccontato lo zio anni fa, anche lui ucciso ufficialmente dalla mafia assieme alla moglie Ida Castelluccio: era impegnato nella ricerca dei grandi latitanti, chissà per conto di quale struttura.
Alcuni pentiti hanno raccontato che la provincia di Trapani sarebbe stata anche lo snodo per un traffico di scorie radioattive da destinare alla Somalia, la “pattumiera” d’Europa. «Io tutte queste cose le ho apprese dopo il processo di revisione», dice Peppe Gulotta a Lucio Luca, «che ne potevo sapere? Mi sono sempre chiesto, e ogni tanto me lo chiedo ancora, ma in che storia sono finito?».