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Annalisa Cuzzocrea: le ultime volte che non ricordiamo

Nel libro Oh William! (Einaudi) di Elizabeth Strout, la protagonista Lucy Barton racconta di non ricordare l’ultima volta che ha preso in braccio sua figlia. Getty Images 

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A CASA TUTTI BENE Ho dimenticato l’ultima volta che ho preso in braccio i miei figli. E, come Elizabeth Strout, comprendo che qualcosa è perso per sempre
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In un romanzo di Elizabeth Strout, Oh William!, a un certo punto la protagonista parla dell’ultima volta in cui ha preso in braccio sua figlia. Anzi, di quanto le piacerebbe ricordarsi quand’era stata, quell’ultima volta. È un pensiero che – me lo ha confermato in un’intervista un paio di anni fa – ha avuto proprio Strout. «Mi ha spezzato il cuore», mi aveva detto, «non riuscire a ricordarlo». E io l’avevo capita.

Ora, so che di cose che spezzano il cuore ce ne sono moltissime proprio in questo momento e che un pensiero del genere potrebbe sembrare esagerato, privilegiato, o non so cos’altro. Ma io l’avevo capita perché c’è un momento, nella vita dei genitori, in cui ti rendi conto che tutto quello che un tempo ti pesava, ti manca. È il momento del distacco, delle porte chiuse con i cartelli sopra, di quando ti dicono «stai nel chill», che è come dire «stai calma». L’era dello “sboccio” per strada a mezzanotte con i compagni, per il compleanno. Niente più feste nel parco, viveri da tr…

In un romanzo di Elizabeth Strout, Oh William!, a un certo punto la protagonista parla dell’ultima volta in cui ha preso in braccio sua figlia. Anzi, di quanto le piacerebbe ricordarsi quand’era stata, quell’ultima volta. È un pensiero che – me lo ha confermato in un’intervista un paio di anni fa – ha avuto proprio Strout. «Mi ha spezzato il cuore», mi aveva detto, «non riuscire a ricordarlo». E io l’avevo capita.

Ora, so che di cose che spezzano il cuore ce ne sono moltissime proprio in questo momento e che un pensiero del genere potrebbe sembrare esagerato, privilegiato, o non so cos’altro. Ma io l’avevo capita perché c’è un momento, nella vita dei genitori, in cui ti rendi conto che tutto quello che un tempo ti pesava, ti manca. È il momento del distacco, delle porte chiuse con i cartelli sopra, di quando ti dicono «stai nel chill», che è come dire «stai calma». L’era dello “sboccio” per strada a mezzanotte con i compagni, per il compleanno. Niente più feste nel parco, viveri da trasportare, tavolini e sedie da pic-nic, tornei di calcetto, cacce al tesoro da inventare, magari in rima.

Pochi giorni fa ero fuori per un servizio e mia figlia mi ha detto: «Mi manchi». E io le ho detto: «Domani torno e dormiamo insieme». E lei ha riso. «Perché ridi?». «Perché, ti ricordi quando te lo chiedevo io?». Ma io non mi ricordo. Non me la ricordo, l’ultima volta. Qual era il giorno, cos’avevamo fatto, se aveva ripetuto la sua formula magica per addormentarsi o se l’avevo detta io, come una favola. Non ricordo l’ultima volta in cui il diciassettenne ha camminato prendendomi la mano, né l’ultima in cui l’ho preso in braccio, molti chili e centimetri fa. E capire di non poterlo ricordare – per questo mi sono ritrovata nelle parole di Strout – significa comprendere che qualcosa è perso per sempre. La memoria è nostra fino a un certo punto: a volte gli eventi si nascondono, scompaiono, serve qualcosa a ritirarli fuori.

Tornare alla “fusione” di quando erano bambini è impossibile e sarebbe anche ingiusto. Sapere di averla persa – però – significa cominciare a pensare in un modo completamente diverso. E ad amare, in modo diverso. Imparando a rispettare gli spazi, le decisioni, a fare piccoli passi indietro, a non sentire come tue le vittorie o le sconfitte. Non so cosa sia, a colpire tanto Strout e me. Non credo sia banale nostalgia per il tempo che passa. Penso piuttosto che abbia a che fare con la difficoltà di non trovarci più nello spazio dei loro desideri. E di capire che arriverà presto il momento in cui resteranno indifferenti, che si vada o si torni. Nei romanzi successivi di Strout la stessa protagonista di Oh William!, Lucy Barton, soffre perché le sue figlie non la vanno a trovare. O la tengono a distanza. Vorrebbe tornare a quando era al centro della loro vita, ma sa che non può. Sa anche che era faticoso, difficile, ma incredibilmente bello.

Sul Venerdì del 6 febbraio 2026

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