Carlo Guglielmi e la battaglia per il referendum: siamo come Ulisse contro Polifemo
di Conchita Sannino«Noi? Siamo Nessuno, siamo Ulisse con Polifemo». Ti rispondeva così Carlo Guglielmi, un po’ per celia, un po’ per inclinazione alla riservatezza. Là fuori era quasi Natale e una squadra di rispettabili sconosciuti s’era messa in testa di convincere 500 mila persone a fidarsi, e a firmare per l’unica sottoscrizione popolare del fronte del No sul referendum giustizia. «Dal lato nostro, ci credevano in pochi, è vero. Ma mi divertiva di più che dal lato degli avversari sospettassero: questi chi sono, cosa nascondono?». E poi? «Poi hanno trovato solo persone normali. Da che scandalo a che noia». Ora che il Tar si è espresso, la battaglia non finisce e si attende il sì della Cassazione dopo il controllo di regolarità sulla montagna di firme. Guglielmi, classe 1968, giuslavorista, figlio di Angelo, il leggendario direttore di Rai 3 che ha inventato decine di programmi di culto, coltiva un autoironico distacco. Raccontarsi è un’eccezione. Quando apre il suo studio, vedi prima un biliardino: g…
«Noi? Siamo Nessuno, siamo Ulisse con Polifemo». Ti rispondeva così Carlo Guglielmi, un po’ per celia, un po’ per inclinazione alla riservatezza. Là fuori era quasi Natale e una squadra di rispettabili sconosciuti s’era messa in testa di convincere 500 mila persone a fidarsi, e a firmare per l’unica sottoscrizione popolare del fronte del No sul referendum giustizia. «Dal lato nostro, ci credevano in pochi, è vero. Ma mi divertiva di più che dal lato degli avversari sospettassero: questi chi sono, cosa nascondono?». E poi? «Poi hanno trovato solo persone normali. Da che scandalo a che noia». Ora che il Tar si è espresso, la battaglia non finisce e si attende il sì della Cassazione dopo il controllo di regolarità sulla montagna di firme. Guglielmi, classe 1968, giuslavorista, figlio di Angelo, il leggendario direttore di Rai 3 che ha inventato decine di programmi di culto, coltiva un autoironico distacco. Raccontarsi è un’eccezione. Quando apre il suo studio, vedi prima un biliardino: grande e bianco. Poi un Che Guevara olio su tela. Poi degli occhi dipinti su un mucchio di pietre che ti osservano dal pavimento, opera del regista Matteo Garrone.
Avvocato, il gioco e la storia. Sono compagni di viaggio quanto il diritto?
«Senza enfasi, sono la vita e la chiave del futuro. Il diritto, che è cosa diversa dalla legge, serve a illuminare ogni angolo, e la strada».
La vostra impresa è stata una scintilla incontrollata che ha trascinato il No nella contesa anti riforma. Se lo aspettava?
«Lei vuole sapere che chance avesse un gruppo di quindici sconosciuti, anonimi professionisti o magistrati in pensione, che decide di fare una salita controvento. Poche. Ma poi in Italia, inopinatamente, mezzo milione di individui ti seguono. Forse siamo in tanti a volere che i magistrati continuino a giudicare anche i politici e i potenti, vogliamo che il Csm non sia distrutto, che una riforma non sia un regolamento di conti contro un altro potere, anzi ordine, dello Stato».
Ma senza partiti alle spalle, senza capi e burattinai?
«Ecco, una bandicciola. E mica con idee omogenee. Tra l’altro, già sul mio conto troverà forse cose irripetibili che ho detto in passato sul Pd, sul M5s, sulla Cgil, cioè su quelli che sono oggi i miei amici di battaglia. Ma c’è un dato che compensa tutto: chi è pronto a scalare una montagna, sapendo che siamo soli e sarà tosta, mi è simpatico subito».
E quindi com’è nata l’impresa?
«C’è dibattito nel Paese. Il governo vuole fissare subito la data, presto, molto presto, tanto decide tutto. E l’idea a me arriva leggendo su Questione Giustizia un articolo di Nello Rossi...».
… Il quale dice che bastano dieci persone per promuovere una vera raccolta di firme del popolo, depositando in Cassazione un altro quesito sul referendum.
«Il che ci radica allo spirito autentico della Costituzione, di fronte a un referendum che è come una rete ultima di protezione. Serve a pensarci bene prima di mettere le mani sulla Carta. Quell’idea mi gira in testa, la faccio rimbalzare in una chat di colleghi. Uno di loro mi fa: “Io conosco degli ex magistrati e prof che lo vogliono fare, vi metto in contatto”. Era il 13 dicembre, ore 12.52, quando ho scritto: “Facciamolo”. Ho cominciato a non lavorare più, a non avere più orari, né serate che non fossero tempestate da una dichiarazione o da un fatto da commentare...».
Qualche rinuncia?
«Non fondamentali. Non la palestra. E non l’analista: non è un periodo in cui posso permettermi di non vederla».
All’inizio si andava a ritmo moderato, cinquemila firme al giorno.
«Non poche, però, visto che si era tra Natale e Capodanno. Poi d’un tratto la raccolta è schizzata, i leader politici e i comitati hanno cominciato a sposarla, e a quel punto s’è vista una saldatura, le persone avevano capito. Per la prima volta il sistema della raccolta firme non è stato agito da qualcuno, ma si è autopromosso dal basso... Divertente, a ripensarci».
Anche al di là di una sconfitta? Lei aveva detto: «Rispetteremo qualunque decisione del Tar», mentre il ministro Nordio già assicurava: «Tanto il ricorso non lo accoglieranno».
«Potrei rispondere che la storia dei deboli contro i forti ha una regola e delle vistose eccezioni. Invece, l’unica cosa che mi sentirei di dire a Nordio è che il ricorso noi lo dovevamo ai 500 mila cittadini firmatari, a prescindere dalla sua accoglibilità, perché poi anche se un atto ingiusto risulta non “giustiziabile”, e dunque non viene bocciato, comunque resta ingiusto. Qualunque fosse stato l’esito, non aveva ragione lui».
Alla fine, la ragione che vi muove è più politica o più tecnica?
«È giuridica. Continuiamo a pensare che da parte del governo sarebbe stato più corretto e democratico rispettare i termini della Costituzione, e aspettare la fine della raccolta firme, per fissare la data del voto. E poi ci sarebbe un altro tema, molto più forte, su cui discutere: il diritto e la democrazia al tempo del digitale e della guerra».
Lei vola alto. Ma se la Cassazione approva la regolarità della raccolta, vi arrivano 500 mila euro, 1 per ogni firma raccolta. Che cosa ne farete?
«Bel rompicapo. Se questi fondi ci toccano, alcuni della bandicciola sono per restituire allo Stato tutto e subito, perché come dicevo l’importante è salvare il principio: il governo doveva aspettare la fine della raccolta firme».
Ma si può fare?
«E chi lo sa. La mia proposta sarebbe di darli a chi dimostra di averli spesi, come somma aggiuntiva, rispetto ai budget già impiegati nella campagna in corso per il No».
Magari non vuole mescolare il piano privato e quello pubblico, ma ha avuto un padre molto, molto famoso.
(Ci pensa, poi gira lo screensaver del pc: una grande foto in bianco e nero) «Per me Angelo è questo: figo, forse quarantenne, mi tiene in braccio e mi guarda. Mi ha fatto un regalo, poche ore prima di morire. Mi ha chiamato, mi ha detto: “Capiscimi”. Lui era come Fonzie, non diceva mai scusa».
E lei?
«Poco prima, uscendo da casa sua, la mia ultima parola a lui era stata vaffanculo. Poi ho capito, sono sceso dallo scooter, sono risalito a casa. Siamo stati insieme fino alla fine».
Sul Venerdì del 30 gennaio 2026