È la sede del Washington Post, all’indirizzo One, Franklin Square, ma non è in questo palazzone che sono nate alcune delle più potenti mitologie del giornalismo novecentesco, come la pubblicazione dei Pentagon Papers – i rapporti segreti sul Vietnam, 1971, poi raccontata da Spielberg nel film The Post – e soprattutto lo scandalo Watergate, che portò alle dimissioni del presidente Nixon nel 1974, con i redattori Carl Bernstein e Bob Woodward che poi al cinema ebbero i volti di Dustin Hoffman e Robert Redford in Tutti gli uomini del presidente. La redazione si era trasferita qui solo nel 2015, due anni dopo l'acquisto da parte di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che prometteva di risollevare il giornale dalla crisi che già allora stava colpendo gran parte dei media tradizionali di tutto il mondo. Ho ritrovato l'articolo che annunciava il trasloco. Il titolo dice: "Benvenuto al nuovo Washington Post: uffici più piccoli ma grandi ambizioni". Tra le altre cose l'autore scrive: "Bezos non ha comprato il Post con l'idea di gestire il lento declino di un giornale metropolitano. Vuole farlo crescere, e approfittare appieno delle possibilità di internet. 'Stiamo lavorando per diventare il nuovo giornale di riferimento', ha detto".
Come è andata a finire probabilmente lo sapete. Altri due anni dopo, il giornale adottava il motto "Democracy Dies in Darkness", la democrazia muore nell'oscurità, e si schierava decisamente contro la prima amministrazione Trump. Nel 2024, invece, Bezos in persona vietava l'endorsement in favore di Kamala Harris, e poco dopo si precipitava alla cerimonia inaugurale del Trump 2. Dissanguato anche dalla fuga degli abbonati liberal, il Post ha perso 100 milioni di dollari solo nell'ultimo anno; così l’altro ieri, dalla sera alla mattina, è stato licenziato oltre un terzo dei dipendenti: 300 giornalisti su 800, più un numero imprecisato di impiegati amministrativi. Sono state chiuse la sezione sport, quella dei libri, buona parte delle redazioni locali, quasi tutti gli uffici di corrispondenza, compresi Kiev, il Cairo, Gerusalemme, Berlino. Mandati a casa con una mail vincitori di premi Pulitzer e inviati in zona di guerra, come Lizzie Johnson, che solo pochi giorni prima twittava una sua foto mentre, rifugiata in un'auto nell'Ucraina al buio e al gelo per i bombardamenti, scriveva a matita su un taccuino. Siamo sempre dalle parti della mitologia, di quei miti tremendi in cui i mortali soccombono all’ira degli dei.
Ora nel palazzone si libererà parecchio spazio: da un punto di vista strettamente economico i brutali tagli hanno perfettamente senso. Però, è stato fatto notare, quando Bezos ha comprato il Post la sua ricchezza complessiva ammontava a poco più di 25 miliardi di dollari, oggi è di quasi 250. Dal 2024 a oggi di miliardi ne ha guadagnati 55. Ha speso 500 milioni per uno yacht, 50 per il suo matrimonio e 75, via Amazon, per finanziare il film Melania, che sicuramente non ripagherà l'investimento ma ha fatto tanto contento Trump. Potrebbe coprire le perdite del Post per cinque anni solo con quello che guadagna in una settimana. Semplicemente tenere quella luce accesa per far vivere la democrazia non gli interessa più. O forse è proprio la democrazia che non gli interessa tanto.
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