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Beccamorta, una ragazza a zonzo tra le tombe per raccontare la vita

Veronica Zinnia, titolare dell'account @_beccamorta 
Veronica Zinnia ricostruisce le storie dei defunti dimenticati e le porta su Instagram. Macabro? Lei risponde: “Non sono l’unica ad avere questa sensibilità”
3 minuti di lettura

«Certo, c’è la morte, ma la vita riprende sempre il sopravvento», scrive Valérie Perrin, in Cambiare l’acqua ai fiori. L’autrice aveva ambientato quel romanzo in un cimitero e… sbam! Tutto il mondo l’ha letto, caso editoriale, adattamento cinematografico in arrivo (girato da Jean-Pierre Jeunet, lo stesso del Favoloso mondo di Amélie). Di fatto, anche la Beccamorta lo fa: tra le tombe, aiuta la vita a riprendere il sopravvento. I suoi cimiteri prediletti sono quello di Staglieno, a Genova, e quello della Certosa, a Bologna. In quest’ultimo passa più tempo che a casa, confessa, anche perché lei ‒ Veronica Zinnia, su Instagram @_beccamorta ‒ è nata e vive lì, a Bologna. Classe 1995, se le chiedi che mestiere fa risponde: «Content creator», ma poi aggiunge: «Divulgatrice di memorie sepolte, custode dei dimenticati».

«Certo, c’è la morte, ma la vita riprende sempre il sopravvento», scrive Valérie Perrin, in Cambiare l’acqua ai fiori. L’autrice aveva ambientato quel romanzo in un cimitero e… sbam! Tutto il mondo l’ha letto, caso editoriale, adattamento cinematografico in arrivo (girato da Jean-Pierre Jeunet, lo stesso del Favoloso mondo di Amélie). Di fatto, anche la Beccamorta lo fa: tra le tombe, aiuta la vita a riprendere il sopravvento. I suoi cimiteri prediletti sono quello di Staglieno, a Genova, e quello della Certosa, a Bologna. In quest’ultimo passa più tempo che a casa, confessa, anche perché lei ‒ Veronica Zinnia, su Instagram @_beccamorta ‒ è nata e vive lì, a Bologna. Classe 1995, se le chiedi che mestiere fa risponde: «Content creator», ma poi aggiunge: «Divulgatrice di memorie sepolte, custode dei dimenticati».

Realizza dei video scrupolosi e originali che raccontano i defunti ultracentenari, quelli che non appartengono più a nessuno. Pulendo le loro tombe dall’incuria, dalla polvere e dalla dimenticanza, Veronica ne ricostruisce l’esistenza, pezzo per pezzo. Il contesto sociale, il lavoro, i luoghi, la famiglia, fino a quando i visi ritratti sulle lapidi, prodigio della tecnologia, escono dal passato. Cominciano a muoversi, e tornano vivi. Cedo al cliché d’immaginarla un po’ Mercoledì Addams, creatura cupa alla Tim Burton. Invece la sua voce, quando la chiamo per fissare l’intervista, mi arriva allegra, piena di energia. Parliamo mentre è fuori con la sua cagnolina Kendra, di cui mi invia subito due foto.

Da piccola, con il padre e la nonna, andava a trovare il nonno, scomparso poco prima che lei nascesse: «Mi fermavo a guardare le tombe abbandonate: quelle dei bambini, o degli adulti senza fiori, sporche, antiche. Mi chiedevo di chi fossero, perché nessuno andasse più a visitarle. Domande spontanee e ingenue, ma insistenti». A scuola, la bimba incuriosita dalla morte è appassionatissima di storia, soprattutto della sua parte più oscura: «Le tragedie, i disastri, le memorie collettive spezzate. Titanic, Chernobyl, Vajont. Ogni volta che in tv si parlava di eventi traumatici, di fatti rimasti a metà, io ero lì incollata allo schermo. Sentivo una sorta di richiamo per le cose non dette, le vite travolte, ciò che resta dopo».

Finite le medie, capisce di voler lavorare nel mondo del cinema. Sceglie un istituto d’arte per specializzarsi in montaggio ed editing video, ma il sogno si spezza: «Subivo atti di bullismo molto pesanti, e i miei genitori si stavano separando. Mi percepivo sbagliata, sconfortata. Ho deciso di non continuare, ho ripiegato su un corso professionale qualunque». Nel 2019, però, ottiene un impiego in un cimitero, come la protagonista di Perrin: «Era un progetto del Comune di Bologna per persone che avevano avuto difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro. Mi occupavo di ricognizione: controllare tombe, verificare lo stato delle sepolture, individuare quelle trascurate o deteriorate. È una mansione che spesso resta in secondo piano perché gli operatori devono pensare alle tumulazioni, alle esumazioni, ai servizi urgenti; eppure è fondamentale per salvare la memoria di un posto. Quell’esperienza mi ha insegnato a orientarmi in un cimitero, a leggere una lapide, a distinguere una sepoltura storica da una abbandonata e, soprattutto, mi ha mostrato come una tomba può diventare invisibile in pochi anni, se non viene seguita».

Veronica Zinnia (@_beccamorta) mentre ripulisce una statua al cimitero monumentale di Staglieno (Genova) 

Beccamorta davvero, quindi, per poi diventarlo sui social, poeticamente e artisticamente; amatissima da quasi duecentomila follower. E gli hater? «Pochi, ma ci sono. C’è chi mi dà della necrofila, chi dice che dovrei farmi curare, e chi mi suggerisce il numero di un esorcista qualificato», ma lei guarda avanti, e passa. La penso a girovagare fra i defunti, a soffermarsi su un nome strano, o su un viso affabile. Dettagli minimi, che la ispirano e la chiamano. «La prima tomba che ho pulito è stata quella di Michelino Trofimoff (1914-1924). Un bambino greco, figlio di un agente consolare, morto a Bologna di meningite tubercolare. La storia più complicata da raccontare, invece, è stata quella di Giorgio Giardini (1917-1931). Sulla sua lapide c’è scritto che è deceduto accidentalmente in un allenamento di ginnastica. Ma, andando a fondo, consultando l’atto di morte e gli articoli di giornale, è emerso che in realtà si è tolto la vita, a 13 anni. È stato devastante. Ho compreso grazie a lui quanto la memoria possa essere fragile e manipolata».

I sopralluoghi li fa da sola, «una sorta di meditazione», dice. Ogni tanto, l’accompagna la sua ragazza: «Spiritualmente elevatissima», la descrive così. Per anni, Veronica ha cercato di adattarsi a quello che non era. Poi ha scelto di rischiare, di esporsi. Ha ripescato l’amore per il montaggio video e l’editing, l’ha unito alla ricerca delle storie dimenticate e finalmente ha dato delle risposte alla bambina che era, quella che pensava di essere strana solo perché si faceva domande davanti a una lapide, quella che adesso è per tutti, felicemente, la tizia con la fissa dei cimiteri. Contemporanea, pop nel linguaggio, l’impresa di questa esploratrice cimiteriale appare tuttavia controcorrente. «Una persona mi ha scritto che non poteva parlare di morte con il marito perché l’avrebbe etichettata come macabra o patologica. Grazie ai miei contenuti, ha detto, non si sentiva più sola. Ecco, ciò che faccio non è solo raccontare vite, ma legittimare una sensibilità che molti tengono nascosta. Nell’epoca in cui tutto deve essere performante, veloce e produttivo, la morte ci ricorda che siamo fragili, temporanei, che non tutto è controllabile. Io non rendo la morte più leggera, non la edulcoro. La rendo umana. Le restituisco un volto, una storia. Perché se dai dignità alla fine, dai valore anche a ciò che viene prima».

Sul Venerdì del 6 febbraio 2026

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