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La diga sul fiume Enza non argina le polemiche

Da sinistra, Lorenzo Catellani, presidente del Consorzio bonifica Emilia centrale; Ada Francesconi, la direttrice; Pietro Torri, responsabile del progetto; e (seduto sul greto) il geologo Alessandro Fontanesi (Luigi Narici/Agf) 

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La prima idea del progetto sul fiume Enza è del 1889: obiettivo irrigare i campi tra Parma e Reggio. Liti e frane lo hanno bloccato. Ma ora Salvini rilancia
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Al bar di Vetto non sono mai stati così famosi. «Ormai ci hanno intervistati tutti 1.800, inclusi quelli al camposanto», constata Reneo Munari, capelli bianchi e bicchierino in coordinato. Per la diga fantasma, ovvio. L’incompiuta di cui si parla da oltre un secolo, in queste trattorie fatte di tornanti e gnocco fritto, in provincia di Reggio Emilia. Stavolta però si accelera, forse, così pare. Il governo ha nominato commissario un professore di Modena, Stefano Orlandini. E il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini a dicembre è arrivato fin quassù, sulle sponde del torrente Enza, per annunciare che vuole approvare il progetto esecutivo entro luglio 2027, giusto in tempo per le elezioni.In realtà, della diga di Vetto si parla dal 1889, dai tempi del cosiddetto Serbatoio Grisanti, una delle prime grandi opere immaginate dal neonato Regno d’Italia «per l’irrigazione dell’agro reggiano e parmense». Cent’anni dopo partirono i lavori, ma tutto si fermò per le proteste degli ambientali…

Al bar di Vetto non sono mai stati così famosi. «Ormai ci hanno intervistati tutti 1.800, inclusi quelli al camposanto», constata Reneo Munari, capelli bianchi e bicchierino in coordinato. Per la diga fantasma, ovvio. L’incompiuta di cui si parla da oltre un secolo, in queste trattorie fatte di tornanti e gnocco fritto, in provincia di Reggio Emilia. Stavolta però si accelera, forse, così pare. Il governo ha nominato commissario un professore di Modena, Stefano Orlandini. E il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini a dicembre è arrivato fin quassù, sulle sponde del torrente Enza, per annunciare che vuole approvare il progetto esecutivo entro luglio 2027, giusto in tempo per le elezioni.In realtà, della diga di Vetto si parla dal 1889, dai tempi del cosiddetto Serbatoio Grisanti, una delle prime grandi opere immaginate dal neonato Regno d’Italia «per l’irrigazione dell’agro reggiano e parmense». Cent’anni dopo partirono i lavori, ma tutto si fermò per le proteste degli ambientalisti, che dissero che nell’Enza vivevano le lontre. Più lontre meno dighe, ripetevano gli striscioni. «Ma io penso che fu tutto un problema di soldi», commenta oggi il sindaco di Vetto Fabio Ruffini, sventolando un documento del ministero in cui si parla di «assenza di risorse adeguate». Luciano Giannasi lavorava già per la Bonifica, all’epoca. «Avevo 28 anni, ero assistente di progetto» racconta. «Ufficialmente si fermò tutto per le lontre, ma al massimo erano nutrie. La verità è che fu una questione politica. Finì che l’impresa ci fece causa per riavere i soldi e io dovetti andare a testimoniare». Qualcuno dice che dietro quello stop clamoroso, con le prime pietre già posate sul fiume (il famigerato “taglione”, ancora visibile) ci fu una lite tra Pci e Dc, perché gli uni controllavano la multiutility dell’acqua e gli altri gli agricoltori e la Bonifica, e non si misero d’accordo. «Giovanni Goria, della Dc, mi disse: facciamo una delibera in cui scriviamo che quando arrivano i soldi andiamo avanti» ricorda l’ex assessore regionale all’agricoltura Emilio Severi, oggi ottantottenne. «Gli risposi che forse questo modo di fare andava bene per il Sud, ma non per l’Emilia-Romagna. Il problema era che quel progetto non aveva finanziamenti adeguati, così il Pci appoggiò i Verdi e fermò tutto. Altro che lontre».

Un nuovo “invaso” per magia

La diga di Vetto restò nel cassetto per oltre trent’anni. Fino al 2016 quando tornò sotto forma di “invaso”. «Ho avuto io l’idea di non usare più il termine “diga”» rivendica il sindaco Ruffini. Il tavolo con l’autorità di bacino nel 2018 ha concluso che esiste un deficit idrico tra le province di Parma e Reggio. Costo stimato dell’opera: 520 milioni, per un serbatoio di 86 milioni di metri cubi di acqua all’anno, 70 dei quali utilizzabili. Fine cantiere: 2035. O forse mai. Per l’assessore all’agricoltura dell’Emilia-Romagna, Alessio Mammi la diga «è un’opportunità, perché le province di Parma e Reggio sono le uniche in cui non c’è un grande invaso. L’autorità di bacino nel 2018 ci ha dato una serie di prescrizioni per efficientare le reti dei fiumi e per il recupero di alcuni laghi artificiali, ma ha sottolineato anche l’importanza della diga. Così nel 2022 abbiamo ottenuto 3,2 milioni per il primo progetto. Nel frattempo è cambiata la normativa, che ha richiesto l’approvazione del Docfap, il documento delle alternative progettuali». I tempi però, avvisa l’assessore, «sono diversi da quelli che ha annunciato Salvini. Non bisogna dire cose inesatte per fare campagna elettorale. Parliamo di un’opera che può avere benefici importanti dal punto di vista agricolo, per le produzioni di parmigiano reggiano e di pomodoro, nel Parmense. Oltre che per la sicurezza idraulica, a fini idropotabili e anche ambientali, nei periodi di siccità». Il commissario Orlandini aggiunge alla lista «la riforestazione urbana e la mitigazione delle isole di calore. Oltre ovviamente all’idroelettrico».

Il Docfap delinea tre alternative: una diga più a monte, a Serra delle Gazze; un’altra fatta di due invasi più piccoli, ritenuta impraticabile per il rischio di frane; e l’ultima, giudicata la migliore, a Vetto. Stando alle carte, spiega il dirigente del Consorzio di Bonifica Pietro Torri «la diga servirà al 16 per cento per uso potabile, al 3 per uso industriale e all’81 per uso irriguo». Che da queste parti vuol dire solo una cosa: parmigiano reggiano. Un’industria che sforna quattro milioni di forme all’anno, tra Modena e Reggio, e che si alimenta per circa il 10 per cento grazie ai cosiddetti prati stabili,«irrigati da un sistema di canali rimasti intatti da centinaia di anni», precisa il presidente del Consorzio Lorenzo Catellani, che è anche presidente degli agricoltori della Cia. «Dal 2017 a oggi dall’Enza deriviamo 12 milioni di metri cubi di acqua all’anno. Prima, superavamo i 30. Quando non c’è più acqua gli allevatori della Val d’Enza non possono più irrigare i campi: a luglio non hanno più foraggio».È una storia di lontre comuniste, rocce calcaree, appalti milionari e vacche rosse del parmigiano reggiano, quella della diga di Vetto. Con la politica che da decenni gioca a scacchi su un territorio sempre più fragile, arido e spopolato. «È una partita di grande ipocrisia, dove tutti cercano di lasciare il cerino nelle mani di qualcun altro» commenta il portavoce del comitato del No, Duilio Cangiari, di Europa Verde. «È la logica delle grandi opere: intanto portiamo a casa 20 milioni di progetto esecutivo, poi si vedrà. Ma poi si fermerà tutto, perché questa diga non sta su. Il territorio è pieno di frane, si rischia la fine del Vajont, oltre a distruggere una delle valli più belle dell’Appennino sprecando soldi».

Sessanta zone critiche

Sono in tutto una sessantina le frane che insistono nell’area di Vetto. «Se si sovrappone il progetto alla mappa del dissesto se ne contano 39 sul torrente Lonza e 27 sull’Enza» spiega il presidente dell’ordine dei geologi Fabrizio Giorgini. «Nel Docfap il ministero ne ha contate dieci, ma al contatto con l’acqua potrebbero riattivarsi tutte. Non siamo contrari alla diga, però bisogna fare un calcolo costi-benefici: ce la fanno i progettisti a studiare quasi 60 frane e a metterle in sicurezza in due anni?». Poi c’è il tema del fango che l’Enza trascina con sé: in una cinquantina d’anni, secondo i geologi, potrebbe “otturare” parte della diga, con altre spese per ripulirla. «In più è stata appena scoperta una grotta a Neviano degli Arduini, che ancora non è sulle mappe. Può essere molto pericolosa», avvisa Giorgini.Lungo la strada che da Vetto porta ad Atticola se ne incontrano due, di frane, puntellate. Gli ultimi arrivati in questo minuscolo borgo sono Francesco Papagno e Giulia Zeitheim, 37 e 36 anni, che si sono trasferiti da Reggio Emilia nel 2020 insieme ai tre figli. Se il progetto andrà avanti dovranno traslocare, perché Atticola sarà sommersa. «Dopo il Covid non volevamo più vivere in appartamento» spiegano. «Abbiamo comprato questa casa grazie al bando per il ripopolamento della montagna. Tutti ci dicevano: la diga non si farà mai. Ma adesso?». Negli ultimi mesi, il fronte del No ha fatto un documentario e diversi convegni, e inviato centinaia di osservazioni. Secondo Daniele Bigi, presidente del Wwf Emilia Centrale, il deficit idrico ipotizzato «è molto sovrastimato. Se la situazione idrica fosse così grave alcuni interventi andrebbero fatti subito. Per esempio, perché nelle ex cave di Montecchio è appena stato fatto un impianto fotovoltaico invece che un invaso?». Poi c’è chi, come Romano Albertini, 69 anni, ex vicesindaco leghista di Toano, spera nella diga per salvare la montagna: «Può portare turismo e un ammodernamento delle strade. Ci sono paesi che stanno morendo. Tra chi va via e chi muore non c’è più ricambio».

E allora la diga, di corsa, entro il 2035, massimo il 2040.«Ma per il progetto serve una gara europea, quindi minimo cinque anni, poi ce ne vorranno almeno dieci per costruirla» alza le spalle il sindaco di Vetto, Ruffini. «E ancora non è chiaro dove troveranno i cinquecento milioni, senza contare le compensazioni. Nei prossimi mesi vedremo se c’è davvero la volontà politica di andare avanti». O se la diga di Vetto resterà solo una (costosa) leggenda.

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