Mio zio Donald, l’uomo più pericoloso del mondo
di Anna Lombardi«Se siamo a questo punto della Storia, in cui legge e alleanze contano sempre meno, è perché mio zio, Donald Trump, è stato un ragazzino viziato cui pochi hanno detto di no. Una cosa per me sconcertante: perché, in realtà, è un uomo debole, incapace di gestire le situazioni ostili. Lo stiamo vedendo proprio ora che i leader europei, così come la gente di Minneapolis, hanno iniziato a resistergli. Funziona. Metterlo all’angolo non è difficile.
Mentre dargli fiducia è inutile: per lui non esiste il peggio, può sempre peggiorare. Mi stupisce che nel mondo non ci sia uno sforzo coordinato per contrastarlo». Mary L. Trump lo sa bene: il presidente degli Stati Uniti è il fratello minore di suo padre, Fred Trump II. Laureata in Letteratura alla Columbia, un master in Psicologia clinica, ha sessant’anni e vive in un loft di Long Island con la figlia avuta con l’ex compagna e un gatto. Nei primi anni 2000, col fratello Fred III, fece causa agli zii – Donald compreso – perché dopo la morte del …
«Se siamo a questo punto della Storia, in cui legge e alleanze contano sempre meno, è perché mio zio, Donald Trump, è stato un ragazzino viziato cui pochi hanno detto di no. Una cosa per me sconcertante: perché, in realtà, è un uomo debole, incapace di gestire le situazioni ostili. Lo stiamo vedendo proprio ora che i leader europei, così come la gente di Minneapolis, hanno iniziato a resistergli. Funziona. Metterlo all’angolo non è difficile.
Mentre dargli fiducia è inutile: per lui non esiste il peggio, può sempre peggiorare. Mi stupisce che nel mondo non ci sia uno sforzo coordinato per contrastarlo». Mary L. Trump lo sa bene: il presidente degli Stati Uniti è il fratello minore di suo padre, Fred Trump II. Laureata in Letteratura alla Columbia, un master in Psicologia clinica, ha sessant’anni e vive in un loft di Long Island con la figlia avuta con l’ex compagna e un gatto. Nei primi anni 2000, col fratello Fred III, fece causa agli zii – Donald compreso – perché dopo la morte del padre, il suo ramo della famiglia fu escluso dal testamento del nonno. La faccenda si concluse con un accordo, i cui dettagli non sono noti. Nel 2018, ha rotto definitivamente con la famiglia, fornendo al New York Times documenti finanziari con cui sono stati svelati numerosi illeciti della Trump Organization. Nel 2020 ha pubblicato il memoir Sempre troppo e mai abbastanza: come la mia famiglia ha creato l’uomo più pericoloso al mondo – che il 17 febbraio approda anche in Italia, pubblicato da Utet – dove, svelando le dinamiche di casa Trump, racconta come si è formato il carattere – e da dove proviene la fortuna – del potente zio Donald.
Partiamo da suo nonno, Fred Trump.
«Un sociopatico senza scrupoli, razzista, misogino e omofobo che aveva fatto fortuna costruendo palazzi grazie alle sue tante connessioni politiche. Insensibile e manipolatore, non provava nessun attaccamento verso gli altri. Era anaffettivo, freddo e considerava tutti, figli compresi, in termini utilitaristici. Se non poteva usarti o, in alternativa, abusarti, non ti vedeva. Per lui contavano solo i soldi. Il denaro, d’altronde, è sempre stato la merce di scambio della mia famiglia: ci compravi tutto, compresi amore e rispetto».
Lei come lo ricorda?
«Dall’esterno sembrava una persona relativamente normale, perfino allegra. L’ho visto infuriato solo un paio di volte. Ma era ossessionato dal controllo. Viveva in un mondo piccolo, fatto della sua azienda e della sua casa nel Queens, che dominava totalmente. Era raro che le cose non andassero come voleva. Mia nonna Mary, spesso malata, non aveva invece alcuna influenza e soffriva per i suoi tradimenti. Quella modalità ha danneggiato tutti e cinque i figli, ciascuno in modo diverso. Alle mie zie è toccata la sua indifferenza: non lo interessavano perché donne. Mio padre, il primogenito, divenne la sua vittima prediletta, travolto da critiche eccessive per le sue scelte e le sue passioni. Anche Donald ne è stato tarato, ma per il motivo opposto: godeva della sua attenzione e del suo appoggio totale, pur senza soddisfarlo mai».
Com’era Donald, in famiglia?
«Quando ancora frequentavo casa dei nonni – ci volevano lì per le feste comandate, salvo liquidarci in un’ora – mio zio era sempre il centro dell’attenzione. Tutti si rivolgevano a lui e ne era evidentemente lusingato. Aveva un rapporto complesso con suo padre, ne agognava costantemente l’approvazione. Quello, d’altronde, gli diceva costantemente: “Devi essere un killer per diventare re”. Insegnandogli ad esagerare e barare. Mio nonno, per dire, diffondeva comunicati stampa falsi per ingigantire il suo valore finanziario: e quella lezione Donald l’ha imparata bene. Dobbiamo forse compatirlo per il ragazzino che fu: ma arriva un momento nella vita in cui si cresce e ci si migliora. Lui no. È stato incoraggiato a dare sempre il peggio di sé, senza mai guardarsi dentro: e questo ne ha fatto una persona corrotta e crudele».
Accanto all’ascesa di Donald c’è la tragica fine di suo padre Freddy.
«Mio nonno pressò inizialmente lui che era il più grande: lo voleva “invulnerabile”, un duro in grado di prendersi cura degli affari di famiglia. Ma papà non era così. Ci provò, non funzionò e mollò tutto per inseguire il sogno di diventare pilota, tanto che venne assunto dalla compagnia aerea Twa. Ma quella decisione lo trasformò in un paria: disprezzato dal padre e dal fratello. Alla lunga lo distrussero. Lo resero insicuro e finì per rovinare tutto. Divenne alcolizzato, perse il lavoro e morì nel 1981, a soli 42 anni, per le conseguenze del troppo bere».
Cosa penserebbe oggi del fratello presidente?
«È difficile dirlo: è morto quando avevo 16 anni e non l’ho conosciuto nel suo periodo migliore, ma quando era già affranto, vinto. Credo che avesse ben chiaro chi fosse suo fratello. Lo dimostra il fatto che loro due non sono mai stati vicini. Mi piace pensare che non sosterrebbe affatto ciò che sta facendo ora».
E lei come ha fatto a distaccarsi da una famiglia così ingombrante?
«È una domanda a cui sto ancora cercando di rispondere. Le ragioni sono varie. Innanzitutto, mentre i nonni vivevano a Jamaica Estates, area ricca e bianca a nord del Queens, noi vivevamo a Jamaica, vicino all’aeroporto, in una zona piccolo borghese, piena di immigrati, dove il 70 per cento della popolazione aveva la pelle scura. Certo, frequentavo una scuola privata: ma ci andavo in metropolitana. Non eravamo poveri, ma avevamo meno soldi degli altri parenti. Mio padre, poi, amava la natura e insieme andavamo in barca a vela e a pesca. Mi ha insegnato che il mondo è grande e va oltre il Queens. E poi ero femmina e figlia di Freddy: per loro non contavo molto, mi hanno sempre prestato poca attenzione. In quella casa, poi, erano omofobi e quando capii che mi piacevano le donne, me lo tenni per me. Sapevo di essere diversa da loro e sul lungo termine è stata una cosa buona».
Le pesa il cognome Trump?
«È il mio. Il nome con cui da piccola mi identificavo, perché a scuola mi chiamavano così: Trump, mai Mary. Non lo associo al resto della famiglia, ho sempre distaccato il mio essere Trump dal loro. Ma sono dolorosamente consapevole che è un cognome sempre più difficile da portare: un giorno forse scopriremo che è fra i più vituperati della Storia. Molti mi chiedono perché non lo cambio. Non l’ho fatto finora appunto perché è anche mio, me lo ha dato mio padre. È parte della mia identità. Ma potrebbe arrivare il momento in cui non avrò scelta. Forse in un futuro prossimo potrebbe diventare insostenibile. Molto dipenderà da come andranno le cose nei prossimi anni».
Riesce a prendere le distanze anche quando qualcuno lo usa in modo ingiurioso? Penso, ad esempio, al celebre “Fuck Trump” di Robert De Niro.
«Sì, so bene che è rivolto a lui e non riguarda me. D’altronde so da molto tempo che il cognome Trump significa potere. Mio nonno era appunto un immobiliarista famoso che a New York tutti conoscevano. E per altri motivi, lo fu anche zio Donald a partire dagli anni Ottanta. Da sempre, chi scopre il mio nome, mi chiede: “È parente?”. Rispondo sempre di no. Qualcuno aggiunge: “Le piacerebbe?”. A loro non rispondo. Diciamo che evito di prenotare i ristoranti a nome Trump».
Suo zio ha con i suoi figli lo stesso tipo di rapporto che suo padre Fred ebbe con lui?
«È simile nell’essere transazionale: basato sul “ti do, mi dai”. Temo che Donald non provi empatia per nessuno, nemmeno per i suoi figli. Non è mai stato veramente amato, quindi non sa amare. Credo che il nonno, suo padre, ne comprendesse i limiti: ma credeva nella legacy, la continuità ereditaria e puntò tutto su Donald, aiutandolo non solo all’inizio, ma salvandolo dai continui fallimenti. Fu un errore: tre anni dopo la sua morte, mio zio ne aveva già smantellato l’impero immobiliare puntando su altro. Al contrario di Fred, Donald non crede nella legacy ereditaria. È un nichilista. Non pensa a ciò che verrà dopo di lui. E non vede i suoi figli come eredi né come persone che avranno particolare successo. Se avesse ambizioni dinastiche, ne sosterrebbe almeno uno: non sta accadendo».
Non le sembra che al cospetto di autocrati come Putin ripeta una dinamica familiare, il bisogno di compiacere un uomo potente?
«Gli autocrati lo affascinano. E forse ritrova in loro qualcosa di mio nonno, che era un autocrate patriarcale. Ma c’è una differenza. Donald non era affatto sottomesso al padre: che, anzi, lo aveva messo su un piedistallo, cedendogli ogni potere. Infatti, quando il nonno si ammalò di Alzheimer, dimenticando le cose e diventando docile e infantile, lo zio, evidentemente a disagio, espresse più volte disprezzo nei suoi confronti. Quando ora lo vedo sottomesso davanti a figure come Xi Jinping o Vladimir Putin, penso dunque che dipenda proprio dal fatto che in quelle relazioni non è lui il più forte».
Fu davvero l’avvocato Roy Cohn a insegnargli le “regole d’oro” che ancora lo guidano: “Attaccare sempre, negare tutto, non ammettere mai la sconfitta”?
«Fu ancora una volta il nonno, di cui Roy Cohn era amico, ad affidarglielo. Quindi anche le radici di quell’atteggiamento vanno rintracciate in famiglia. Poi, certo, trovando terreno fertile, Cohn ebbe un’ampia influenza negativa su Don. Il nonno gli aveva insegnato a non assumersi mai la responsabilità di nulla. Cohn aggiunse un livello di aggressività che forse prima non c’era».
Nel libro ricorda le cinque bancarotte di suo zio. Perché la gente lo percepisce come un vincente?
«La ricchezza di Donald è sempre stata una facciata. Era mio nonno a salvarlo sempre: aiutandolo pure ad uscire dal pasticcio dei casinò di Atlantic City. Mio zio non è mai stato un buon uomo d’affari. Niente di ciò che ha fatto ha mai avuto vero successo. A far credere il contrario, è stato un reality show: The Apprentice. Costruirono a tavolino il mito dell’imprenditore di successo e lo portarono nelle case di milioni di persone. Lo capii troppo tardi: qui a New York nessuno lo aveva mai preso suo serio. Ma nel resto d’America se la sono bevuta».
Lei ha ripetuto più volte che suo zio potrebbe soffrire di una malattia degenerativa. Cosa glielo fa pensare?
«Non ho cartelle cliniche, ma vedo, come tutti, che qualcosa non va. Ha difficoltà a scendere le scale. Si addormenta in pubblico. Ha quegli strani lividi sulle mani... Alcuni medici sospettano che abbia avuto un ictus e lo abbiano taciuto. Personalmente, vedo similarità con mio nonno quando già soffriva di Alzheimer: soprattutto in quei discorsi in cui divaga incoerentemente e non riesce a ritrovare il filo. Come psicologa clinica, posso aggiungere che ha sicuramente sofferto di seri disturbi della personalità, mai diagnosticati e dunque mai trattati. Lo vedo nell’incapacità di controllare gli impulsi e nell’essere sempre più vendicativo. Quest’ultimo potrebbe dipendere dal fatto che sta perdendo il controllo della narrazione. Lo abbiamo visto su Minneapolis. Dopo le terribili uccisioni di cittadini americani da parte degli agenti dell’Ice, nessuno crede più a ciò che dice: ci sono prove che lo contraddicono. Così come nessuno crede più che l’economia vola, come dice lui: i prezzi stanno salendo. Penso se ne renda conto e ne sia spaventato»
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A chi servirebbe sapere che è malato?
«Joe Biden è stato perseguitato e ha perso le elezioni perché mostrava la sua età. Ma anche Donald compirà presto 80 anni e si addormenta in pubblico in un modo che Biden, che sempre chiama sleepy, sonnacchioso, non ha mai fatto. E poi mio zio, appunto, straparla dicendo cose insensate: penso alle sue dichiarazioni a Davos e alle pretese sulla Groenlandia perché “non gli hanno dato il Nobel”. Non capisco perché il suo declino mentale, emotivo, psicologico e cognitivo, non sia quotidianamente sui giornali. A questo punto, la definirei negligenza. Perché i media non ritengono che la salute mentale e fisica di Trump sia importante quanto quella di Biden?»
Negli Stati Uniti il suo libro, pubblicato nel 2020, vendette oltre un milione di copie solo nella prima settimana.
«Lo scrissi perché ritenevo importante che quanti più americani possibile, sapessero chi era prima di nuove elezioni. Non so se contribuì: ma lui quell’anno non venne rieletto. Purtroppo la gente ha la memoria corta. La volta successiva, le mie rivelazioni non hanno fatto la differenza. È di nuovo lì».
Lo ha detto lei stessa, è un uomo vendicativo. Non lo teme?
«È anche un uomo molto patetico: no, non riesco a temerlo. Certo, molte persone che lo idolatrano sono pazze e pericolose. Ma se pure molti di loro mi odiano, mi considerano pur sempre una Trump. Sono sua nipote e questo rappresenta per loro un limite mentale che non supereranno. Lui, comunque, ha già cercato di farmi tacere: reagendo al libro con una causa da cento milioni di dollari. Non mi ha intimidito. Ma è comunque stressante»