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Da “tracotante” a “sovente”, salviamo le parole che stanno finendo in soffitta

(Getty images) 
Risvegliare i termini che stanno cadendo in disuso è la missione di Stefano Fava, docente e influencer. “I miei studenti parlano come vogliono, ma ho insegnato loro a usare pusillanime”
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Ci sono oggetti che escono dalle nostre vite, come i calamai e i calessi, e anche le parole che le rappresentano si coprono di polvere. Ma non è il caso di piangerci troppo sopra, dice Stefano Fava, docente di italiano e storia in un liceo delle scienze umane di Milano. Curatore del canale Instagram @piùscuolanellavita, dal discreto seguito, Fava è in procinto di vedere il suo saggio La soffitta delle parole nelle librerie (dal 19 febbraio).

Dunque calamaio addio e non pensiamoci su? Così va la vita?

«Non c’è più l’oggetto e non bisogna essere troppo nostalgici neanche della parola relativa. Diverso è che a un concetto esistente subentri un sinonimo colloquiale, più leggero e popolare. Invece di “sovente”, “spesso”. Invece di “fanciullo”, “bambino”». Anche “fanciullo” non è propriamente un termine alla moda.«Ma se tra “prolisso”, “verboso” e “logorroico”, che hanno sfumature diverse, subentra una sola parola, tipo “chiacchierone”, ecco che perdiamo qualcosa. Altro esempio, “codesto”: …

Ci sono oggetti che escono dalle nostre vite, come i calamai e i calessi, e anche le parole che le rappresentano si coprono di polvere. Ma non è il caso di piangerci troppo sopra, dice Stefano Fava, docente di italiano e storia in un liceo delle scienze umane di Milano. Curatore del canale Instagram @piùscuolanellavita, dal discreto seguito, Fava è in procinto di vedere il suo saggio La soffitta delle parole nelle librerie (dal 19 febbraio).

Dunque calamaio addio e non pensiamoci su? Così va la vita?

«Non c’è più l’oggetto e non bisogna essere troppo nostalgici neanche della parola relativa. Diverso è che a un concetto esistente subentri un sinonimo colloquiale, più leggero e popolare. Invece di “sovente”, “spesso”. Invece di “fanciullo”, “bambino”». Anche “fanciullo” non è propriamente un termine alla moda.«Ma se tra “prolisso”, “verboso” e “logorroico”, che hanno sfumature diverse, subentra una sola parola, tipo “chiacchierone”, ecco che perdiamo qualcosa. Altro esempio, “codesto”: aveva una funzione specifica, diversa da “questo” e “quello”. Adesso non la si usa più e così, anche se nessuno si dispera, abbiamo perso una sfumatura». “Pusillanime” invece di vigliacco, “tracotante” invece di prepotente: davvero convince i suoi studenti a usare questi termini?

«Nel libro ho inserito parole non eccessivamente elitarie né ostentatamente auliche o troppe preziose, ma quelle che un parlante di medio-alta cultura dovrebbe ancora poter maneggiare quando vuole esprimersi in un contesto un po’ più pettinato rispetto a quello del bar. Sì, i miei ragazzi usano “pusillanime”, hanno imparato a farlo. Ha ragione Umberto Galimberti, meno parole possiedi, meno pensieri riesci a elaborare. Sfumare la realtà quando hai a disposizione diversi sinonimi è come dipingere un quadro con un pennello fine, invece che con una pennellessa. Il linguaggio è comunque insufficiente per definire i moti dell’animo umano, che è un magma difficilmente comunicabile, ma meno parole abbiamo, meno strumenti maneggiamo per definire la realtà. Come la cassetta del meccanico: se hai solo un cacciavite 10 e un cacciavite 14, farai girare solo due tipi di viti».

Lei ha vissuto tanti anni a Londra e ama molto l’inglese; che effetto le fa la transumanza senza limiti di termini anglosassoni nell’italiano?

«Penso che con le parole macedonia si faccia un torto sia all’inglese sia all’italiano. “Brandizzare”, “chillare”, “cringiare”... I ragazzi amano molto questi adattamenti morfologici, ma io non li apprezzo. E mi domando che senso abbia scrivere “sentiment” in un articolo, quando abbiamo “sentimento”. Aggiungo che il proliferare degli anglicismi, delle “call to action” e di tutto il resto, taglia fuori intere generazioni, senza esclusione di colpi».

Anche i suoi studenti diranno “cringiare” e “chillare”. Glielo ha vietato?

«Mi sostengono, ma naturalmente parlano come preferiscono. Non impongo niente, cerco solo di stimolare il prendersi cura di questa cosa miracolosa che è la lingua».

Miracolosa in che senso?

«Non è forse un miracolo che una semplice percussione dell’aria produca guerre, alleanze, amori? Però bisogna averne cura e il canale @piùscuolanellavita prova a farlo. Così come abbiamo cura di come portiamo i capelli e di come ci vestiamo, bisogna prestare attenzione al modo in cui ci esprimiamo».

In tv il “food” e la tavola tirano molto più dell’italiano, è un fatto.

«È un fatto che l’italiano sia sotto assedio. Assediato dalla brevità dei messaggi e dalla velocità supersonica con i quali vengono scritti. Dei reel. Dalla sintesi eccessiva sposata dai libri di storia che scimmiottano la sintesi del web con schede, riquadri, immagini ecc. Così, provocatoriamente ma non troppo, sostengo che la scuola non debba essere sempre al passo con i tempi, sono contrario a questo dogma. La scuola deve offrire una proposta antagonista, affidarsi a libri fatti di parole, non riempiti di schemi e immagini».

Tra le parole finite in soffitta, lei a quale è più affezionato?

«Forse “displuvio”. L’ho sentita da ragazzo, assistendo a una lezione universitaria di Umberto Eco. Segnala uno spartiacque, un punto di svolta. Poi, da quando ho licenziato il file del libro, me ne sono venute in mente altre. “Cogente”. “Ineluttabile”. “Diuturno”. E “proteiforme”, che ci ricorda il mito di Proteus. Bellissima».

Nel libro critica l’indole cerchiobottista dell’Intelligenza artificiale.

«Non entro nel merito del suo ruolo nella chimica o nella ingegneria. Ma l’Ia generativa di testi pone molti problemi. Ho fatto una piccola prova, sottoponendole un testo e chiedendo lumi. Mi risponde con un elaborato sproloquio. Così a un certo punto le faccio: “Sicura che l’abbia detto Leopardi?”. “Sì sì”. Ma non era vero niente. “Dimmi la verità, questa poesia non la conosci”. E quella: “Sì, è vero, hai ragione, mi scuso...”. Ecco, l’Ia mente sapendo di mentire. Ora non dico che vada abolita, ma quella che genera testi, relazioni e tesi di laurea è da prendere con le molle. Poi, per farla funzionare, devi imparare a fare i prompt, a porre le domande giuste. Presto sapremo elaborare domande bellissime, ma non decifreremo più le risposte. Come dice il filosofo Luciano Floridi, per la prima volta nella storia non sappiamo distinguere un prodotto umano da uno artificiale».

Non sembra contento della scuola.

«Mi dà ossigeno la vicinanza con i ragazzi. L’incontro con menti pure a cui tu, con delicatezza e attenzione, cerchi di dare qualche segno, qualche direzione, possibilmente senza indottrinare. Sono le funzioni strumentali, le riunioni, la burocrazia, ad appesantire la scuola. Ma gli studenti che rientrano dopo l’anno all’estero ci dicono che il sistema italiano è molto migliore di quello americano. Non voglio sparare sulla scuola e non lo farò finché il docente avrà la libertà di indirizzare le lezioni come ritiene più opportuno».

Lei ha la passione del tango. C’entra qualcosa con la lingua italiana?

«Sono passioni complementari. Anche il tango è un linguaggio. Uguale e contrario a quello verbale».

Sul Venerdì del 13 febbraio 2026

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